Il Migliore

19 Giugno 2008 di Stefano Olivari

Non cambiamo idea tanto spesso, chi ha la bontà di leggerci da anni sa che consideriamo Guus Hiddink il miglior allenatore del mondo. Capace come pochi di tirare fuori il meglio sia da gruppi dal talento limitatissimo (come la Corea del Sud 2002, piuttosto che il suo ultimo PSV o l’Australia 2006) che da squadre piene di campioni (il PSV campione d’Europa 1988, piuttosto che l’Olanda 1998) e come pochissimi (Scolari, Lippi, Rehhagel, tanto per fare solo esempi recenti) di essere grande sia con squadre nazionali che con i club. Poi salta su il cretino che ti ricorda la bacheca di altri allenatori, magari gente che nel suo club aveva tutta la nazionale in epoca di campionato senza stranieri: abbiamo perso le speranze (di non trovarlo più). Questa bolsa premessa per ricordare che ieri sera abbiamo assistito ai momenti di calcio più alti di questo Europeo, secondo la nota regola giornalistica che l’ultima partita sembra sempre la migliore. A Hiddink è bastato recuperare un giocatore dal talento accettabile, cioé Arshavin, per trasformare in oro tutte quelle situazioni sulla tre quarti in cui veniva regolarmente sbagliato l’ultimo o il penultimo passaggio. Il giocatore dello Zenit San Pietroburgo, che non è più forte di Tomas Locatelli o di Ciccio Cozza, ha fatto sembrare un fenomeno Pavlychenko e come per magia il baricentro della squadra si è alzato. Quella che con Spagna e Grecia sembrava buona esecuzione, con la Svezia è sembrata poesia: Zhirkov ci è sempre piaciuto, ma ieri con la squadra trenta metri più alta sulla fascia sinistra sembrava un misto fra Cabrini e Maldini. Zyrianov, il migliore nelle prime due partite, ha limitato gli inserimenti, mentre la difesa in generale è stata una difesa da Hiddink: Kolodin e Ignashevich raramente si sono trovati contro faccia alla porta il mezzo Ibrahimovic o l’eroico Henrik Larsson di ieri. Ben protetti da Semak si sono limitati a spazzare, allineati ad un tecnico che detesta i difensori genialoidi (ma ama quelli di personalità, che sono una cosa diversa). E adesso l’Olanda, con Engelaar e De Jong che rischiano di essere travolti dalle triangolazioni russe: la differenza di valori dei singoli è netta, ma la mitica mano dell’allenatore si vede in entrambi i casi. In uno molto di più.

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