Il fallimento certificato da Peterson

18 Gennaio 2011 di Simone Basso

di Simone Basso
I ricordi scaldano il cuore e la maggiore esposizione mediatica del basket italiano fa piacere, ma il ritorno in panchina di un grande dei Settanta significa che in Italia è stato buttato via un quarto di secolo. Quell’Olimpia e quella pallacanestro sarebbero in parte replicabili, se solo si volesse…

“Ho in mente di buttar giù una grossa pisciata in prima persona sulla avventura milanese, sul miracolo economico, sulla diseducazione sentimentale che è la nostra sorte d’oggi…”
(Luciano Bianciardi)


Qualche settimana fa, nel dì cartaceo del ritorno di Dan Peterson sul luogo del delitto (perfetto), eravamo basiti in un ristorante cinese a mezzodì: si constatava l’impatto mediatico, semidevastante, del Nano Ghiacciato sul quantitativo di pagine dedicate alla pallacesto dai quotidiani.
Praticamente quadruplicate. L’effetto agrodolce, sfogliando la Gazza o La Repubblica, era assicurato: il timbro involontario di inadeguatezza, soprattutto culturale, su un movimento che (per un lunghissimo quarto d’ora warholiano) era diventato l’alternativa chic e intelligente a Commodo Calcio. Se non comprendiamo del tutto l’entusiasmo dei coetanei e dei più anziani, troviamo fuori luogo l’estasi di chi (per motivi anagrafici) quel basket l’ha solamente ammirato (…) grazie a spezzoni, solitamente sfuocati, finiti su You Tube. Essendo snob per scelta, quindi maledettamente scettici, ci auguriamo che questi ultimi non abbiano semplicemente aderito ad alcuni exploit catodici del coach portato nello Stivale dall’Avvocato Porelli. Perchè quella del capellone (..) da Evanston, Illinois, fu vera gloria; parallela, simbiotica, alla crescita esaltante della pallacanestro italiana nei Settanta e negli Ottanta.

In molti, troppi, dimenticano lo scenario di quei giorni: un territorio vergine, apparentemente infinito, da colonizzare con il grecale a favore.
Il Dan Peterson che riportò la Virtus Bologna al titolo, dopo vent’anni di siccità, agì già in pieno basket boom; quello che, con la Banda Bassotti meneghina, chiuse il ciclo della Grande Varese era la ciliegina sulla torta di un settore in un’espansione che pareva inarrestabile. Il gioco che parlava ai giovani, agli studenti, con il linguaggio giusto: il decennio della cosiddetta Milano da bere fu lo zenith di tutto. Attenzione della stampa, presenze televisive quasi debordanti, la qualità delle contese sempre più alta: fu Spaghetti League perchè capace di attrarre tutto il mondo che contava al di fuori dell’Nba.

Si ebbe dunque personale qualificatissimo: il nucleo di indigeni più forte di sempre, americani a ventiquattro carati, gli esponenti Fiba più prestigiosi del periodo. E una serie clamorosa di cervelli cestistici sulle panche: la lista potremmo cominciarla con Nikolic, Paratore e Primo; proseguirla attraverso Guerrieri, Gamba e Bianchini… Con i regolamenti continentali contemporanei, quella Serie A “rischiava” l’en plein in un contesto come l’attuale di Eurolega; le differenze con l’Acb o il campionato dell’allora Jugoslavia erano imbarazzanti. Gli altri erano il terzo mondo, noi l’unico ponte comodo e transitabile verso il sogno americano. Ecco appunto la discriminante massima nel raffronto tra il 2011 e il 1987, l’anno del ritiro dorato di Peterson: quelli erano i giorni, “Golden years, golden world” canterebbe David Bowie. Rivederlo là, sul pino dell’Olimpia, è un tuffo al cuore e la constatazione del fallimento degli ultimi lustri. Sono ancora tutti incatenati al ricordo irripetibile di un’epoca e nel frattempo sono accadute cose turche, folli.

I prodromi erano già evidenti, basterebbe rileggersi l’ironia al plutonio di Mister Pressing sui Superbasket di allora, ciò che si verificò fu profondamente italiano.
Per raccontarla con Aza: “Prima munto tutto il latte da vacca e poi rovesciato il secchio con calcio.” In soldoni, si è scopiazzata la grandeur pallonara, senza comprendere le possibilità politiche e sociali (puramente ricattatorie) di quel pianeta. Si è svenduto un immaginario potentissimo per un po’ di caviale e champagne: salari impossibili da sostenere, strutture insufficienti, la coprofagia del presunto “diritto sportivo”, etc. Il tutto speziato dall’arrivo catastrofico della Bosman, il cavallo di Troia di una modernità che ha reso indispensabili le figure più mefistofeliche dello sport, ovvero i procuratori. Abbiamo sacrificato, sull’altare di una globalizzazione idiota, la Reyer Venezia, le due Livorno; ci fu il trasferimento della Stefanel a Milano, staccammo la spina a Torino e Firenze. Siamo riusciti ad assistere all’umiliazione di Basket City, Bologna, su entrambe le sponde: un’impresa al contrario. L’immagine perfetta, la cornice in oro finto, furono forse i proclami del leggendario Mimmo Barbaro, il presidentissimo della gloriosa Viola Reggio Calabria. Quello che per qualche settimana (nell’estate caldissima del 2001) convinse Myers, Recalcati, Ilievski con i soldi del Monopoli: ve le ricordate le conferenze stampa phytoniane, con l’annuncio dell’arrivo di Sabonis?

Sono passati i barbari, i lanzichenecchi, a devastare la terra promessa e l’erba, da quei dì, non ricresce più. La lega più competitiva d’Europa si è trasformata in un’imitazione del campionato israeliano: con Siena meritatamente nei panni del Maccabi. Il resto è la concorrenza (ri) montante e lo sguardo strabico verso Sternville. La questione è sempre quella: perchè un ragazzino, intortato anche dal marketing atomico dell’Nba, dovrebbe interessarsi all’avanspettacolo fornito dall’ormai ex Spaghetti League? La risposta corre nel vento, stavolta contrario, di un libeccio umidissimo…

L’epilogo è d’obbligo: avendo l’età sbagliata, ahinoi, ci piacerebbe descrivere quella Milano petersoniana vista dal vivo.
Smontando alcune favole costruite, le solite leggende metropolitane che attecchiscono sull’ignoranza altrui. Ricordiamo un “Cuore e batticuore” di un articolo di Giganti che la dipinse alla perfezione. L’Olimpia dei record partì con l’acquisizione di Meneghin e fu un esempio, inquietante per chi la supportava, di combo che pareva camminare su un filo sottilissimo. Essendo una combriccola di veterani si gestivano: squadra incapace di mantenere uno standard normale, visse sempre per ricompattarsi nelle grandi occasioni.

L’anima era D’Antoni, il compendio più elegante mai ammirato nel Bel Paese alla categoria playmaker. Insisteva troppo col palleggio destro, tiratore discontinuo, talvolta un caratteraccio; ma, negli ultimi due minuti delle partite vere, fu il bipede più dominante mai visto nel Vecchio Continente.
Pierre Boulez al quadrato, il direttore d’orchestra dei sogni: MAI una scelta tattica e tecnica sbagliata.
Negli anni, un solo erede si è intravisto all’orizzonte: Sarunas Jasikievicius, forse. Michelino veniva spremuto alla Riley da Big Little Dan: dovette inventarsi una sorta di autogestione sul campo, scegliendo i momenti più adatti per i celeberrimi blitz difensivi. Poi la cazzimma del Menego, i suoi blocchi al titanio, la capacità di essere utile ovunque, anche negli intangibles. La mitica Elle che coinvolgeva il duo fu il passepartout per gli assaltatori che si inserirono in quella era: il dinamitardo Premier, l’italiano più slavo di tutti, le missioni possibili di FranBoselli, quelle impossibili di Gallinari.
E una schiera di yankee da sballo.

Gli operai specializzati, i più utili, alla Gianelli e Schoene; gli altri, gli assi o presunti tali, che si alternarono alla buona tavola del Torchietto.
Del primissimo Billy, il ricordo va a C. J. Kupec, realizzatore spaventoso. Il Cureton di qualche partita (il back up di Moses Malone ai Sixers!) mostrò il potenziale super di quella Simac: finì come in un film di spionaggio, con Peterson che lo rincorreva in taxi (verso Linate…) dopo che Earl si era fatto convincere da un garantito per tornare a casa. Poi passarono i Carr, il Macca della tripletta; per sei mesi ci si estasiò d
i fronte a Geibì Carroll: uno che, venti mesi dopo, fece l’All Star Game Nba. Per far capire l’antifona, in quell’evo uno come Joe Barry condivise lo spot di centro con Kareem Abdul-Jabbar e Hakeem Olajuwon…

Eppure lo squadrone fu tale soprattutto nei rovesci: la finale fratricida di Coppa Campioni, con Cantù a Grenoble ’83, decisa da un’invasione di campo a un secondo dalla fine.
L’anno dopo, 1984, un’altra sconfitta con l’asterisco opposti al Real Madrid di Corbalan, stavolta in Coppa Coppe, e poi l’amaro calice della stella virtussina. Brunamonti, Van Breda Kolff (uno scienziato), Bonamico, Villalta (un califfo). Le vitolate celeberrime. Persero gara3, al Palazzone, in una finalissima dalla bellezza stordente: lo fecero con gli errori decisivi, dalla lunetta, di Bariviera e dopo le polemiche roventi di una squalifica federale a Meneghin.

Fu sempre e comunque basket doc, affascinante, giocato con la grinta e l’abnegazione dei duri e puri.
Il Peterson, al di là dell’arma psicotattica della Uno Tre Uno, era il catalizzatore, il guru.
Squadra piatta, parziale degli avversari? L’uomo dell’Illinois si faceva cacciare per proteste (studiatissime) agli zufolatori. Un paio di minuti di caos e al rientro dal baillamme, con Casalini allenatore ad interim, i suoi rimontavano con la bava alla bocca. Pensiamo che lo score post sceneggiata napoletana fosse 20-1 o giù di lì; il segnale di guerra lo mandava Geronimo Mene Ghin, spazzando via di forza, alla prima occasione utile, la concorrenza a rimbalzo offensivo.

Tanobelloni (…), sugli spalti di San Siro, era chiaccheratissimo: lo si accusava di fare troppe cose, con inevitabili distrazioni per la truppa. Scriveva articoli e libri; intervistava in tivù Rivera e Moser; ballava in discoteca, novello Don Lurio, avvinghiato alle grazie di Matilde Ciccia. Però, in quel momento storico, era perfetto per le manie di grandezza dei Gabettisti e del pianeta cestistico tricolore.
Fu un Mourinho simpatico, diabolicamente paraculo. La mentalità vincente che installò stava nel sadismo del meno quarantacinque, in stagione regolare, contro la Scavola di Kicia e Bouie (1981-82) e nei trentuno beccati a Salonicco dall’Aris del dioscuro Galis in Coppa. Una portaerei inaffondabile, dallo spirito misterioso, che diventava irresistibile quando fiutava la brezza dell’impresa storica.
Nella ghiacciaia di Losanna, in un Mercoledì da leoni, l’apice assoluto della Tracer e (senza capirlo quella sera) il vertice invalicabile dell’intera esperienza di uno sport meraviglioso nel Bel Paese.
Peterson scese lì, sulla cima dell’Everest, con la scorta di bombole.

Inutile quindi, nell’anno di grazia 2011, chiedere miracoli a un settantacinquenne intercettato verso gli uffici dell’Enpals: potrà semplicemente traghettare l’Armani verso l’approdo di Ettore Messina.
Perchè lo snodo della vicenda risiedeva integralmente nel manico: tre coach tre, nella storia Olimpia, fino al pokerissimo contro la Juvecaserta. Una successione disperata, senza soluzione di continuità, nel post Rubini/Faina/Peterson. L’omicidio del baloncesto italico dimora nell’uccisione sistematica del tempo per lavorare e crescere. I roster pantagruelici, con trenta pallinfaccia in una sola stagione, europei orientali dal nome impronunciabile, americani scartati dall’Nbdl (…) e i nostri che avrebbero faticato (nel famoso 1987) a far la squadra in A2. Non chiedeteci dunque parole di conforto sulla situazione attuale; se si invertirà la rotta, un bel dì, lo capiremo subito. Basterebbe ricominciare con pochi concetti, semplici: restituire un’identità locale alle varie realtà, abolire le retrocessioni, finirla col mercato tutto l’anno e la guerra tra bande. Vi auguriamo, giovinastri, di divertirvi quanto ci siamo divertiti noi; anche se, raccontando le vostre fandonie ai bimbi di domani, non riuscirete a far passare Mazzarino e Ortner come novelli Marzorati e Jim Brewer. Questo no, nemmeno assumendo un forte quantitativo di ossicodone…

Simone Basso
(Pubblicato tra breve anche su http://www.europeansportservice.com/)

P.S. Dedicato a tutti coloro per i quali Lauro era Tullio.

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