Il deserto di Treviso

28 Febbraio 2012 di Oscar Eleni

di Oscar Eleni
Lo sfogo di Buzzavo, gli applausi negati alla Benetton, la speranza di Lefebre e quella in Barbara Berlusconi, la ritirata di chi spendeva, le gente alla Brumatti, l’addio a Duranti, la maglia della Cinzano e la notte di Kevin Durant. Voti a Datome, Mazzon, Rocca, Griccioli, Bianchini, Recalcati e Jones.

Oscar Eleni stancamente seduto davanti alla torre bianca del Palaverde di Treviso aspettando di essere convocato dai feroci veci del rugby club Villorba pronti alla cena del radicchio che loro stessi cucinano con quelle mani sante da pilone dell’inferno. La pietra dove troviamo conforto è proprio in mezzo al piazzale dove, non tanto tempo fa, il basket italiano, europeo, ma anche NBA, faceva gimcane per districarsi dal traffico di uomini, idee, passione. Non c’è quasi più niente intorno, di fianco al Palazzo che i Benetton costruirono, unica pecca la mancanza di aria condizionata, nei tempi in cui si potevano spendere milioni per ingaggiare Stefano Rusconi, salvo un’area con qualche albero e un desolante cartello “in vendita”. Guardi il campo della gioia e della sofferenza, tenendo bene a mente la “mail” del Giorgio Buzzavo che ha spiegato (per ora a noi e privatamente, ma se vuole pubblicheremo lo sfogo pur sapendo che farebbe del male ai padroncini di oggi), ancora una volta, perché Benetton chiude, perché si tira giù la serranda pur avendo notato, cosa non nuova a Treviso, in quasi tutto il Veneto e nel vicino Friuli, che la terra è diventata arida, la stessa terra che ci ha dato centinaia di campioni in ogni sport.
Cosa faranno del Palaverde quando anche la Reyer tornerà, finalmente, nella sua casa, anche se il Taliercio è di Mestre e non della dogaressa veneziana che non si vergogna? Mistero. Crollerà tutto dopo tre concerti perché non basterà l’attività alla Ghirada per la gioventù di una Treviso che ai Benetton ha sempre negato persino il più modesto degli applausi. Soltanto cose di facciata, ma quando era il momento sentivi il rumoroso silenzio di questi fantocci che tagliano le panchine, che in tempi gloriosi negavano persino una presenza nelle televisioni locali al gruppo che dominava lo sport italiano al di fuori del calcio ingolfato. Se volevano una trasmissione dedicata dovevano farsela andanto fuori sede, con ascolti minimi, rubati quasi. Sembra di parlare del Superbasket fermo sull’aia delle oche che ci dicono: “ah saperlo prima, ah se ce lo avessero detto, ah che sfortuna….”.
Ci giriamo per guardare quella terra che è stata Waterloo per tanti, almeno fino a giorni in cui chi ha la vista corta si è divertito ad umiliare chi aveva sbagliato nel caso Lorbek, e che ora sarà come la piana dei re, un deserto di sabbia. Gli amici che preparano le otto portate per la festa del radicchio, una cena che serve per raccogliere fondi in un borgo dove si dimenticano di pagare anche quelli che dovrebbero dare 100, 200(cazzo!) euro per striscioni pubblicitari appesi alle reti del campo di rugby, chiedono perché tanta tristezza e proprio non riusciamo a spiegare, così come non ce la facciamo proprio ad alzare il telefono per far sentire ad Enzo Lefebre che nel nostro cuore pensiamo sempre al ragazzino che in Canottieri segnava da ogni posizione, che nelle partite di allenamento con la nazionale femminile era diventato vittima della Pausich che infieriva su una ferita all’arcata rimediata qualche giorno prima nel campionato dove si batteva agli ordini di Bruno Sala, siamo sintonizzati con la sua voglia di fare cento cose, di crearne mille, arrabbiati con il destino che sembra volerlo obbligare ad alzare bandiera bianca nelle due cose che voleva fare prima del congedo: ridare vita alla Pallacanestro Treviso senza i Benetton, ridare speranza a chi si batte contro malattie che partono dal dolore esistenziale. Ha rinunciato persino alla chemio pur di potersi mettere la vera armatura, ma nessuno lo ascolta, le porte sbattono, la gente finge di non accorgersi e noi che stiamo perdendo la testa, in autostrada, dietro un pullman di tifosi milanisti veneti capaci di dedicare il loro club a Barbara Berlusconi (Motivo vero? Titoli acquisiti sul campo? Mah…), vaghiamo disperati nella piana del Palaverde sentendo il profumo delle giornate dove tutto aveva un senso.
Girando per le Pescherie, sfiorando la casa di uno dei giovani Benetton, ci siamo chiesti chi può avere consigliato una ritirata dallo sport prima che da tutto il resto come un tempo avvenne con Stefanel e poi con Snaidero e adesso con Toti. Restiamo senza risposte, avviliti da una campana a morto. Sapere che dal primo luglio non avranno più lavoro quelli che nell’ufficio stampa della società hanno fatto cose meravigliose, quelli come Simone Fregonese o Castorina, che erano splendore nell’erba di questi giochi, ci fa venire una rabbia da risentimento per sempre. Ma è il tempo che scorre sulle povere ossa. Tutto finisce, come direbbe orgogliosamente il Livio Proli che si è imbufalito quando ha letto sul Corrierone di una probabile fusione con il capitano della Siena supervincente Ferdinando Minucci. Tutto va in malora ed è per questo che non siamo sorpresi sapendo che il basket italiano neppure si occupa di trovare, lo dovevano fare ieri, un posto al rientrante Maurizio Gherardini che ormai vive lontano da Toronto, dai suoi sogni americani. Questa è la terra dei preti scalzi, di una Lega che non trova posti a sedere, in prima fila, neppure per i suoi ex presidenti come Roberto Allievi, come se ce ne fossero in giro tanti da ricordare, da omaggiare, da imitare. Questo è il crocevia dove non arriveranno mai i giusti di Cordova per fare piazza pulita.
Si tira avanti stancamente e per sentire profumi antichi devi andare fino a Gorizia dove nel giorno in cui hanno dedicato il palazzetto del Coni a Pino “Pinooo” Brumatti rivedi un’altra terra dai sogni perduti, la senti stringendo la mano quasi senza energia del Terraneo che ha dato l’ultima speranza alla scuola goriziana, che ha ricevuto nella sua tenuta i grandi di molte generazioni, che ha ospitato, come faceva ai tempi in cui giocava per Trieste, il presidente federale uscente Dino Meneghin. Intorno c’èra il mondo come ci piaceva frequentarlo e non soltanto perché ad accoglierci sulla piazza sconosciuta c’erano Gianfranco Pieri, con la Pierisa, si capisce, Giulio Iellini, capitani dell’Olimpia che al Forum di Assago dovrebbero chiedere l’accredito, perché era piacevole riscoprire l’energia di una persona seria, di un bravissimo arbitro come Gorlato che ancora riesce a creare fra Udine e Gorizia la via delle idee. Non chiedeteci se Gorlato lavora per quel settore arbitrale che avrebbe bisogno di questa gente. Siamo sicuri che avrebbe un ruolo anche più marginale del Cazzaro così distante, così diverso da quelli che adesso vanno in giro con gli zoccoli della pellagra.
La commozione dell’arbitro friulano per l’addio a Bruno Duranti, colosso della scuola toscana impersonata da Vitolo dopo Bianchi, Sussi, Luglini, dopo tantissimi leoni del fischietto di quel mondo che, a parte Siena, non sembra dare più niente cominciando da Livorno che era, proprio come Trieste, Gorizia, Udine, campo base per far salire in alto fenomeni dello sport. Siamo felici di poter ascoltare Tonino Zorzi che ancora brontola perché “nisuni me ciama” (traduzione libera), siamo estasiati vedendo Flaborea abbracciato a Paolo Vittori, il più grande di sempre se giudichiamo i giocatori, gli uomini, dalla testa e dalla loro arte sul campo perché, come diceva sua madre, prendendo in giro chi aveva scritto sul giornale locale: ”Mio
figlio non salta, non corre, ma segna sempre 20 punti”. Bello rivedere Bariviera abbracciato a Mauro Cerioni, il mago di Bollate come lo definisce adesso il canaglia club.
Nel ricordo del fratellone Pinot Brum l’ultimo degli eroi, come diceva Rubini, che si sarebbe arrabbiato davvero con Corrado Vescovo, ideatore del progetto con la vivacità dei giorni in cui era gatto e volpe, per quella foto ricordo di Brumatti messa all’interno del palazzo perché fra tutte le maglie gloriose vestite dall’uomo che arrestava il cuore del suo pubblico fermandosi per scoccare il dardo nel cuore dell’area, non è certo quella della Cinzano che ci può riportare alla sua gloria. Quello fu l’anno dei tormenti e non della felicità, della sofferenza per veri credenti rimasti senza sostegno come potrebbe raccontare il conte Faina che in quell’anno vinse la Coppa delle coppe, ma lui non lo ricorda mai, ma dovette anche retrocedere, questo, invece, glielo ricordano tutti i finti amici. Possibile che non ce ne fosse una in maglia azzurra, anche se non c’erano ancora in giro i grandissimi Ciamillo e Castoria, del Simmenthal? Colpa nostra non averle portate per metterle sopra le altre. Mondo goriziano con il tigre Mauri sempre in palla, con Mian felice del suo nuovo lavoro da sindacalista, mondo friulano con il professor Presacco all’inseguimento del Gianni Corsolini che è davvero vita nostra, vita grande per tutti, geniale come sempre, anche adesso che litiga con la strega malvagia capace di farlo girare piegato in due. Il sorriso sarcastico del Cescutti che sembra sempre quello del tiro beffardo che faceva imbufalire Dadone Lombardi e piangere Justo davvero Giusto Pellanera, della famiglia del basket che non c’è più, che non produce quasi più niente anche se Magnoni e i maturi baskettari si danno sempre tanto da fare per non far calcellare da questi muri ogni scritta che abbia un senso, che fa dire cose dolorose ad un Giulio Iellini che non saprebbe davvero come ricominciare se avesse ancora voglia di allenare.
Ci stiamo dilungando nel ricordo e nelle menate sentimentali. Avete ragione. Ma cercate di avere comprensione, siamo in giornate balorde dove basta un po’ di vento e ti sparisce l’immagine dalla parabola, siamo reduci da notti per un futuro da non vedenti dopo per aver applaudito Kevin Durant battere l’Est, superare in gloria sul campo il LeBron James che non ha più centimetri di pelle libera, dopo aver preso nota che ormai si schiaccia bendati o, addirittura, con 2 palloni (minchia signor tenente|), che il tiro da 3 è per anime lunghe se lo vince il Kevin Love che coach Key, ehi i ragazzi del mondo Skay lo chiamano così l’allenatore pluridecorato di Duke e della Nazionale, faceva giocare poco all’ultimo Mondiale. Noi del piponazo avremmo protestato anche alla premiazione degli Oscar perché non riusciamo ad immaginare la faccia di quelli che ci vorrebbero mettere gocce del loro sport produttivo nella vernaccia che un tempo arrivava dalle tenute Bogarelli dopo aver visto premiare un film muto in bianco e nero. Questi hanno mai parlato con la trimurti che regola il gioco dello sport mondiale, europeo e persino italiano? Maledetti, poi hanno puntato anche sulla Streep donna di ferro, stupenda per una donna odiosa, facendo capire che la classe non sarà mai acqua. Comunque sia adesso vado sul carrello dei bolliti che viene trainato dal Milan Club Barbara Berlusconi (eh ehe eh) per servirvi pagelle di giornata, galantine di pollo cucinato alla maniera dei cuochi francesi.
10 A Gigi DATOME che nell’ultimo affondo sulla Siena che lo ha allevato, nel colpo vincente che ha portato bile superflua nel fegato del Pianigiani che, giustamente, deve sognarsi ancora di notte, perché manca ancora un po’ al vero traguardo dove merita di arrivare, in quei tiri liberi c’era anche la liberazione per il Calvani che va davvero forte e deve fare in fretta ad alzare il ponte levatotio perchè la setta degli allenatori mai esistiti è pronta a tornare nel giardino dei Toti.
9 Al MAZZON vendicativo che nega di aver dato alla sua Reyer il veleno per far tornare Pesaro quella che era prima della partita di coppa Italia a Torino.
8 A Mason ROCCA, un cuore che fa provincia, perché bisogna essere grandi per non prendersela mai con chi ti legherebbe sulla panchina, con chi pensa davvero di avere inventato acque caldissime e pensa che nessuno si accorga quando il piano partita va in vacca, quasi sempre nei primi 10 minuti, che nessuno faccia caso alla scelta in guanti antiruggine dell’uomo che cambia tutto in una squadra che non ha fatto partitoni, ma soltanto scalato piccole montagne che sembrano panettoni.
7 Alla BENNET per aver trattato i dirigenti del Barcellona con molto più stile di quello che distingue in questi ultimi anni la dirigenza blaugrana. Per una eurolega bellissima, giocata sempre da protagonista e il voto interno della coppa per le italiane è questo: Siena 9 e mezzo, Cantù 8, Treviso 6, Milano 5 e non diteci che siamo avari perché fra l’esordio con il Maccabi e la vittoria con il Pana sbandato c’è in mezzo il mar Morto.
6 Al GRICCIOLI di Scafati che ha portato in testa alla classifica la Givova in un campionato dove si gioca dando il massimo, facendo un discreto pubblico, avendo molte più idee dei plantigradi del piano di sopra, anche se alla fine della corsa ci sarà questa “ rivoluzione” che non cambierà davvero niente anche se Petrucci pensa che sia una mossa per far tornare in vita la perfida creatura.
5 A BIANCHINI, candidato presidente federale per la colonna romana guidata da La Guardia, e RECALCATI, candidato presidente per la colonna lombarda diretta da Ragnolini, se non si metteranno d’accordo per arrivare insieme al vertice della piramide tronca dove sbraitano regioni famose per il nulla che hanno generato. Ci servono alleati e non nemici. Se poi riuscissero a fare uscire dal palazzo tutti gli inutili allora gloria a loro.
4 Al PIANELLA per la sospensione di 5 minuti di una partita in attesa che si calmassero gli animi. Dare a Facchini anche questa responsabilità dopo il 5 secondi sulla rimessa fischiato contro Milano ci sembra ingratitudine da chi, certo, non ama l’Armani. A proposito, i veri credenti giurano di aver contato i secondi e aver rilevato l’infrazione dell’uomo di Scariolo, ma altrettanti credenti dicono che il difensore senese aveva le dita negli occhi di Bremer. Visto che siamo nella settimana del faccia a faccia agitatevi un po’. Anche il basket vuole il suo Milan-Juve al veleno con accuse da postribolo. Caro Casalini il tuo idolo Pellegatti ti invita a sparare, finalmente, dopo tutto questo tempo passato a Canossa e fra i frati dell’amor insincero.
3 A Jumaine JONES che sembra uno dei nostri ragazzini: appena parli bene di loro si devono cambiare il pannolone. Contro la Reyer è rimasto a guardare e Pesaro è tornata sulla spiaggia piena di ricci.
2 Alla LEGA smemorata che tratta con i piedi i suoi ex presidenti, che tratta male tutti quelli che hanno dato qualcosa ad uno sport intossicato, se non spinge RCS nella giornata di Pesaro dove l’Italia incontrerà le “stelle”, ad aggiungere le cose che hanno reso più interessanti le giornate americane dominate da Durant e dalle interviste di Lin.
1 Alla FEDERAZIONE che organizzerà per il 12 marzo a Pesaro la cerimonia dove saranno ammessi nuovi “grandi” alla casa della gloria perché Scavolini andava premiato sul campo in mezzo e ai giocatori, perché questa Casa non esiste ancora, perché si fa tanto fumo e poi l’arrosto se lo mangiano le cornacchie.
0 A TREVISO, GORIZIA, TRIESTE, UDINE, culle gloriose che ora sono lasciate nel deserto dai presunti ricchi del luogo, dalle amministrazioni locali, da chi non si è accorto che perdendo questa fortezza Bastiano saremo davvero scoperti per far arrivare Tartari che non sanno distinguere una mela da un mandarancio, di gente che va in giro ciondolando il capo dicendo che
non ci sono più ragazzi da reclutare perché se li portano via rugby e pallavolo. Cazzo, tornate tutti a bordo.

Oscar Eleni (27 febbraio 2012)

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