Il coraggio di Canà

20 Aprile 2011 di Stefano Olivari

Se sei buono ti tirano le pietre, cantava l’immortale (è ancora vivo, comunque, gira il mondo in barca a vela) Antoine. Devono averlo pensato i pochi giocatori della Sampdoria che nella notte fra sabato e domenica sono tornati a Genova dopo la sconfitta di San Siro con il Milan, diversamente dalla maggior parte dei loro compagni che sono rimasti nei locali milanesi a godersi la fine della settimana del design.
In nove mesi dalla Champions League alla serie B senza passare dal via, non è certo colpa di Palombo, Ziegler, Padalino, Pozzi, Da Costa, Martinez e dei massaggiatori, ma loro erano lì e si sono presi insulti e spintoni di una trentina di esagitati. Al di là delle cessioni di Pazzini, ad alto livello un sopravvalutato, e di Cassano, ad alto livello finito e forse mai davvero cominciato, cosa è davvero successo ad una società che subisce Genova in maniera meno opprimente rispetto alla cugina rossoblu? Prima di tutto ha perso Marotta, discutibile come uomo-mercato (e alla Juventus si è visto) ma eccellente nella gestione umana dello spogliatoio. Poi ha sbagliato allenatore, scegliendo un Di Carlo con cilindrata da salvezza e sostituendolo con un Cavasin incazzoso nelle conferenze stampa (e con i tifosi più caldi: ieri mattina a Bogliasco è stato l’unico ad avere il coraggio di affrontarli dopo che gli hanno urlato di tutto, da insulti ai familiari a paragoni con Oronzo Canà) ma che non ha dato nella sostanza alcuna scossa.
A questo si sono aggiunte le politiche di quattro Garrone diversi nell’arco di 9 mesi: il primo che giurava di mantenere intatto il nucleo di questa squadra (per Palombo in estate aveva rifiutato offerte notevoli), il secondo che quasi voleva vendere la società dopo la rottura con Cassano, il terzo che dopo essersi liberato di lui e di Pazzini per (relativamente, a questi ‘regali’ non bisogna mai credere) pochi soldi parlava di ridimensionamento e progetto-giovani, il quarto che sta navigando a vista e che la società potrebbe venderla davvero (e non per bisogno personale di liquidità) ad uno dei vari caimani che sono tornati in pista dopo avere risolto le proprie grane giudiziarie con agili prescrizioni o patteggiamenti. Di certo c’è che la squadra ha fatto 2 punti nelle ultime 9 giornate e che non promette di farne molti di più nelle 5 finali. Adesso ha perso anche il rapporto civile con la tifoseria, quello che Paolo Mantovani considerava il suo vero scudetto. Va detto che al contrario che in altri contesti siamo nella Sampdoria ancora ben sotto la soglia della delinquenza, ma i segnali sono comunque pessimi. Quando arrivi ai piedi del podio, per un motivo o per l’altro (e non tutti sono raccontabili a distanza di sicurezza dalla querela) ti ricacciano indietro: su questo dovrebbe riflettere la Lega, più che sul campione scelto dai sondaggisti.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

(pubblicato sul Guerin Sportivo)

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