Il castello di Valeria Bruni

28 Novembre 2013 di Stefano Olivari

Valeria Bruni Tedeschi ha avuto servite dalla vita delle buonissime carte già dalla nascita, ma poi al contrario di altri fortunati ha saputo giocarsele bene (chi non ha avuto le carte non ha invece proprio giocato, va da sé). Morisse oggi, potrebbe comunque dire di avere girato come regista un grandissimo film come Un castello in Italia. Il suo terzo, dopo averne fatti un’infinità come attrice (alcuni distribuiti solo in un cinema di Parigi) ed essersi conquistata una credibilità a prescindere dal nome. Un castello in Italia è stato presentato all’ultimo Festival di Cannes ma nella terra natale della Bruni Tedeschi non ha goduto di una grande distribuzione e ci siamo dovuti impegnare per trovarlo. Eppure non ha i birignao dei film d’autore ed ha una trama decisamente pop, anche se ogni volta che si parla del declino-disfacimento di una grande famiglia sembra obbligatorio citare Thomas Mann. Protagonisti sono la stessa Bruni, il cui fratello malato di AIDS è interpretato da un Filippo Timi in forma e la cui madre altri non è che la vera madre, Marisa Borini. Tutti vivono dei resti della ricchezza del passato, con un atteggiamento ambivalente nei confronti dei ricordi. La situazione finanziaria non è drammatica, nessuno muore di fame, ma la vendita di alcuni beni si impone. Fra questi il castello di famiglia, a Castagneto, vicino alla fabbrica ormai chiusa che ai Rossi Levi e a quelle zone tanta ricchezza ha dato. La Bruni gioca con l’evidente autobiografismo di tutta la situazione: il fratello nella realtà, Virginio, era malato di AIDS (è morto nel 2006), il padre Alberto era un grande industriale anche se non fallito (negli anni Settanta aveva venduto la sua CEAT, industria di gomme quasi a livello Pirelli, portando a vivere la famiglia da Torino a Parigi), il fidanzato nel film è stato un suo ex nella vita (Louis Garrel, che fino a quando avrà 90 anni interpreterà il giovane attore francese), lei stessa fa l’attrice in crisi, il castello (che nella realtà è stato venduto al saudita Al Waleed, quello che sembrava interessato a Mediaset), l’ossessione quasi grottesca per la maternità, eccetera. Con tante svolte irrisolte che tornano a galla, come la prudente, per non dire vile, conversione al cattolicesimo della famiglia durante gli anni Trenta ispirata dal fondatore Virginio (padre di Alberto e nonno dell’altro Virginio). La forza del film non risiede però nella trama, pur (ripetiamo) molto pop e per niente snobbettina, ma dai registri che la regista alterna. In pochi secondi si passa dal riso alla commozione, dalla commedia sentimentale al dramma, più volte e sempre mantenendo credibilità. Con battute fulminanti, ironia, autoironia e in definitiva l’intelligenza che chi ha avuto troppe opportunità non sempre riesce a coltivare. C’è anche il veleno, cioè la totale assenza del personaggio della sorella Carla che invece in ‘C’era un cammello’ era presente. Alla fine Valeria Bruni Tedeschi il suo castello se l’è costruito da sola. E magari dal quarto film proverà a parlare di qualcosa di diverso dalla sua famiglia.

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