Il bacillo di Koch

6 Dicembre 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
Un ‘All american boys’ in versione invernale, quello dei (pochi) ragazzi americani che si innamorarono dello sci nordico negli anni sessanta. Bill Koch era uno di loro: mamma ex cameriera del Michigan, babbo agricoltore del Vermont, crebbe nel New England sognando di competere con i veltri scandinavi nello scenario, incantato, di quelle piste immerse nella neve e nel ghiaccio. Al nativo di Brattleboro toccò il ruolo, tanto epico quanto scomodo, del precursore.

A metà tra Jonathan Boyer e Greg Lemond, ma sugli sci stretti, esplorò le frontiere di un rito santificato nel Nord Europa. Partì dalla combinata e presto si accorse della sua predisposizione verso lo sci di fondo. Nel 1974, diciannovenne, fu il primo americano a collezionare una medaglia (un bronzo) in una rassegna europea junior: fu la vernice, l’atto di apertura, di un pioniere che avvicinò l’America ai fiordi.

Martedì 3 Febbraio 1976, a Seefeld si disputò la prova olimpica della trenta chilometri; per Koch, di fronte ai mammasantissima (Mieto, Formo, Koivisto), la prospettiva di irrompere nei primi dieci. Numero sette di pettorale, appena ventenne, si ritrovò a metà corsa con il quinto parziale. Compì l’incredibile nel finale, malgrado i crampi: un improvviso aumento delle temperature scompaginò le tattiche e costrinse gli atleti ad improvvisare la cosiddetta ‘scivolata spinta pattinata’. I problemi di tenuta dei materiali furono un vantaggio per Bill, che al traguardo centrò un secondo posto storico dietro il sovietico Sergei Savaljev. L’impresa, che mise sulla carta dello sci nordico il continente americano, fu confermata dalla sesta piazza nella quindici di quattro giorni dopo.

Negli anni seguenti la pressione mediatica nei suoi confronti lo schiacciò: a Lake Placid (1980) deluse, somatizzando il panico da prestazione con problemi asmatici sempre più frequenti. Ma la riscossa arrivò inaspettatamente la stagione dopo: il passo pattinato di Pauli Siitonen, che imitò l’azione dell’ice skating, fu la rivoluzione copernicana del fondismo. Esaltò la bipolarità del gesto, distribuendo in maniera ottimale gli sforzi degli arti inferiori con quelli superiori; in sintesi, maggiore dinamismo si tramutava in una velocità superiore. Ebbe però il significato storico di un’eresia in territorio sacro…

Il fondismo contemporaneo è nipote di una tradizione antichissima, che si perde nella notte dei tempi: dalla Siberia alla Lapponia, passando per le lande scandinave.
I vichinghi, già dall’undicesimo secolo, utilizzavano gli sci durante le battaglie. Le gare di oggi ci ricordano la cultura storica di quei popoli: la leggendaria Vasaloppet batte i novanta chilometri, da Salen a Mora, che nel 1520 Gustavo Vasa percorse prima dell’inizio della guerra contro i danesi invasori. Per i nordici il Siitonen Shritt fu quindi una bestemmia che ruppe un incantesimo millenario; per Bill Koch, un’opportunità da perfezionare con metodo ed intelligenza. Da tecnica utilizzata per le gare popolari, le granfondo, l’americano la applicò scientemente ai tracciati agonistici della Coppa del Mondo, più ostici e privi di lunghi passaggi in piano. Fu una rivoluzione che permise allo yankee di sbaragliare la concorrenza: vinse due trenta, a Brusson e a Falun, un paio di quindici, Le Brassus e Casterotto, aggiudicandosi la Coppa generale del 1982 davanti a Wassberg e Kirvesniemi. Completò l’opera nel santuario di Holmenkollen, quando con un terzo posto nella 30 Km violò l’ultimo tabù nordamericano: quello nelle rassegne iridate.

Un altro anno di vaglia con l’affermazione nella preolimpica di Sarajevo e la consapevolezza che altri, adeguandosi al nuovo passo, avrebbero aperto una nuova era nella specialità.
Una generazione di giovani che adottò senza esitazioni teologiche il linguaggio del fondo post-moderno. Ad Anchorage, in Alaska, Koch conseguì l’ultimo podio della carriera; accadde l’inevitabile, sintetizzato mirabilmente dal talento luciferino di Thomas Bernhard ne ‘Il soccombente’.  Togliendo l’odore tragico, di morte, del romanzo ma evidenziandone lo sguardo (impotente) sulla genialità, Bill capì di essersi imbattuto nel suo Glenn Gould…

Un atleta dall’eleganza neoclassica, un cigno, che pareva scivolare sulla neve con uno stile intonso dalla fatica dei comuni mortali, che quel 19 Marzo 1983 trionfò per la prima volta a livello internazionale. Gunde Svan caratterizzò un’epopea di questa religione pagana, monopolizzando o quasi la scena: cinque Coppe assolute, quattro ori olimpici e sette mondiali. Nella nostra carriera di voyeur sportivi, considerando la bellezza e i risultati pratici di quella danza, ne abbiamo visto pochissimi esibire tale biomeccanica divina; forse solamente Julius Erving e Roger Federer. Il declino di Koch fu rapido e indolore, smise di comparire nelle zone nobili degli ordini d’arrivo e si rassegnò (per qualche anno) a una mediocrità silenziosa. Ma, da tempo, la sua missone era compiuta: ad Albertville, nel 1992, ebbe l’onore di portare la bandiera stellestrisce alla cerimonia d’apertura; un ringraziamento doveroso a chi la fece svettare, vergine, sui podi di mezzo mondo.

A quasi trent’anni da quella svolta, lo sci nordico è in crisi: surclassato dal biathlon che ha prontamente adottato le migliorie gestuali introdotte da Siitonen e Koch.
Un microcosmo che per rendite politiche vuole preservare l’alternato, in virtù di un rispetto (ridicolo) della tradizione: lo stesso universo che regala la gloria, a dispetto delle origini, ai palestrati delle sprint. Si rifiutano di capire che per saltare indietro da Fosbury ci vorrebbe l’eccezionalità di Vladimir Yaschchenko. Per un punto di share televisiva in più scimmiottano la Formula Uno (sic) con il cambio degli attrezzi e si sono inventati il Tour de Ski per fotocopiare l’epos, irriproducibile, del ciclismo. Ma soprattutto hanno consentito lo stupro della Cinquanta, trasformata dai federali in una prova in linea che è la pantomima di ciò che fu: una disciplina di resistenza, giocata sulla solitudine, il ritmo e una concentrazione ascetica (s) venduta per quattro dollari. Non sappiamo se basteranno il panorama fiabesco e Petter Northug, non lontano come chassis dal campionissimo svedese che annichilì Bill Koch, a evitare l’eutanasia di una leggenda.

Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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