I Moreno senza droga

24 Settembre 2010 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
La moviola di Corea del Sud-Italia, Carraro olimpico, il nuovo treno di Matthaus, i giovani di una piccola Roma, l’aquila pupazzo e i finanziamenti di Ferguson.

1. Non c’era bisogno di sei chili di eroina nelle mutande per stabilire che Byron Moreno sia stato uno dei peggiori arbitri mai apparsi a un Mondiale, anche perchè l’essere diventato un galoppino di trafficanti di droga c’entra poco con le qualità tecniche e al massimo fa sorgere qualche sospetto (anche questo del resto già quasi certezza) su quelle morali di qualche anno prima. Per questo il coro di ‘Ecco, io lo avevo detto’ da parte degli azzurri dell’epoca suona un po’ stonato, visto che per quel famoso Corea del Sud-Italia ci si attacca fondamentalmente a due episodi e non alla conduzione generale della partita che fu meno casalinga di quella che nei quarti (con un altro arbitro) avrebbe penalizzato la Spagna. Il rigore assegnato alla squadra di Hiddink era netto, per una doppia trattenuta di Panucci e Coco, e in ogni caso non fu segnato. Il mitico ‘fallo da rigore’ su Totti era la classica situazione al 50%, con il difensore che tocca la palla e poi anche l’avversario. Inesistente invece la simulazione di Totti e il conseguente secondo giallo da espulsione dell’attaccante italiano. L’ancora più mitico e mitizzato ‘gol annullato’ a Tommasi non era un gol annullato perchè il guardalinee sbandierò (sbagliando, perchè la posizione del centrocampista azzurro era regolarissima: di 23 centimetri, secondo la misurazione televisiva) appena Tommasi ricevette la palla. Insomma, un pessimo arbitraggio ma non peggiore di quello di Gonella nella finale mondiale 1978, di Pairetto nella finale di Euro 1996 o di Rosetti nell’Argentina-Messico di qualche mese fa. Un arbitraggio non peggiore del modo in cui Trapattoni preparò quella spedizione e dell’atteggiamento con cui alcuni azzurri la affrontarono. E in ogni caso gli eventuali mandanti non furono narcotrafficanti, ma in pratica gli stessi dirigenti che prima Carraro e poi Abete hanno omaggiato. Ricevendo anche omaggi come il rigore 2006 contro l’Australia, ancora con Hiddink in panchina. Oggi a te, domani a me: la legge paramafiosa del calcio non l’ha inventata Moreno.
2. A proposito di Franco Carraro, proprio lui è stato il personaggio politicamente peggiore di Calciopoli al di là degli aspetti penali e di giustizia sportiva che lo hanno solo sfiorato lasciandolo alla fine immacolato. Uomo di Geronzi, ma anche di Berlusconi che lo impose alla presidenza della Lega (alla prima votazione aveva raccolto 4 preferenze…). Faccia ‘buona’ del sistema a cui si rivolgeva direttamente Moratti, personaggio gradito alla Fiat e ancor di più a quel sottobosco politico che vive di incarichi e nomine svincolati da logiche di mercato (tanto il rosso viene ripianato dallo Stato). Il poco popolare ‘Poltronissimo’ (fra federazioni e altro è in pista dal 1962) si dimise da presidente della Figc nel maggio 2006, ma è rimasto il personaggio più potente dello sport italiano. E non a caso la candidatura olimpica di Roma 2020 passa da lui, membro del CIO che in una classica intervista istituzionale al Corriere della Sera ha espresso il solito nulla (”L’Italia deve stare unita, bisogna lavorare sodo, va presentato un progetto serio”) pieno di messaggi a chi deve capire. Quest’uomo, che non si accorse di dirigere un movimento marcio (il primo sport del paese, forse l’unico), è ancora ad impartire lezioni dall’alto dei suoi rapporti personali e dei suoi fallimenti politici. La cosa tragica è il coro giornalistico che dura da decenni, con editorialesse su una imprecisata ‘esperienza internazionale’ (quella che ci ha fatto perdere Euro 2012?) e su un profilo di ‘manager’ che non si nega davvero a nessuno. Ma sì, corsiveggiamo contro quei miliardari che volevano scioperare.
3. Come quasi tutti sanno Lothar Matthaus è il nuovo c.t della Bulgaria, finalmente per lui una buona notizia dopo una serie di fallimenti come allenatore e di vicissitudini private (anche il quarto matrimonio è al capolinea). Per l’ex giocatore dell’Inter e del Bayern Monaco sarà il secondo incarico alla guida di una Nazionale, dopo quello con l’ Ungheria tra il 2003 e il 2005 e varie esperienze sulla panchina di club: Rapid Vienna, Atletico Paranaense, Salisburgo, Partizan Belgrado, Racing Club e Maccabi Netanya. Nessuna con esiti gloriosi, almeno una grottesca: quella al Racing, dove arrivò nell’ottobre dell’anno scorso al posto di Ricardo Caruso Lombardi (l’attuale allenatore del Tigre), cambiando idea dopo due giorni e dando le dimissioni con un sms. I dirigenti argentini si infuriarono e lui sul suo sito ufficiale spiegò che si era ritirato per ‘mancanza di garanzie finanziarie’. Burrascoso, anche se più lungo, il precedente alla guida di una nazionale: troppo più debole l’Ungheria rispetto a Croazia e Svezia (rivali nel girone di qualificazione per il Mondiale 2006), troppi i problemi privati dell’ex fuoriclasse dell’Inter e della nazionale tedesca. Va detto però che nonostante le polemiche Matthaeus non ha lasciato a Budapest un cattivo ricordo, visto che gli era anche stata offerta la cittadinanza ungherese per meriti sportivi. Adesso una nuova occasione, con una nazionale dal buon passato ma che non si qualifica per la fase finale di una grande manifestazione dall’Europeo 2004. Di sicuro non lo si vedrà mai all’Inter: anche lui, come quasi tutti gli ex nerazzurri facenti parte di una certa epoca pellegriniana (tranne forse il messaggiatore Zenga) è sulla lista nera di Moratti senza un vero perché.
4. La Roma non partiva così male in campionato da metà degli anni Settanta, esattamente dalla stagione 1974-75 quando dopo 4 giornate i giallorossi avevano raccolto solo un pareggio e 3 sconfitte. Un precedente che paradossalmente è bene augurante, visto che quella è una delle stagioni che i tifosi giallorossi ricordano con maggiore piacere. Dopo quell’inizio tragico Nils Liedholm non perse infatti la calma: blindò la difesa, lanciò diversi ragazzi del vivaio (su tutti i diciannovenni Francesco Rocca, Agostino Di Bartolomei e Bruno Conti) e credette in due giocatori che molti commentatori consideravano ormai vecchie glorie, Picchio De Sisti e Pierino Prati. Alla fine la squadra arrivò terza, vincendo entrambi i derby (dove furono decisivi proprio De Sisti e Prati) con la Lazio ed arrivando a soli 4 punti dalla Juventus campione d’Italia. Vale la pena di ricordare quella squadra: oltre ai giocatori già citati c’erano Paolo Conti in porta, Santarini libero, Peccenini e Batistoni in difesa, Ciccio Cordova e Morini in mezzo al campo, mentre a supporto di Prati si muovevano Negrisolo e Spadoni. Una squadra autarchica in un calcio, è bene ricordarlo, autarchico, con una situazione societaria in cui si navigava a vista. Oltretutto con cifre nemmeno paragonabili a quelle di oggi. Tutto questa era per dire che per farsi amare basta avere un’idea o almeno rappresentarla: con buona pace dei giornalisti del genere ‘nelle metropoli bisogna lottare per lo scudetto’ e dei Vince Lombardi della porta accanto, vincere non è tutto.
5. L’aquila che mercoledì sera ha volteggiato sull’Olimpico, in occasione di Lazio-Milan, è una buona occasione per riflettere sulla strumentalizzazione degli animali. La Lav (Lega Antivivisezione) aveva infatti chiesto l’intervento del Corpo Forestale dello Stato e delle Polizie Provinciale e Municipale, essendo lo show illegale anche per il regolamento del comune di Roma che che vieta l’esposizione di volatili selvatici e qualsiasi forma di spettacolo che contempli l’utilizzo di animali. Dalla testa di maiale lanciata da qualche barcellonista demente in segno di protesta contro il ‘traditore’ Figo al povero galletto buttato in campo dai tifosi della nazionale francese (ma poi che fine fa?), passando per i tanti cani e gatti dipinti come se fossero pupazzi, il popolo bue (senza offesa per il bue) del calcio non si è

mai posto il problema di questa forma di prepotenza. Del resto insigni sociologi (ma anche il nostro fruttivendolo) sostengono che il calcio sia una metafora della guerra ed in guerra, si sa, non c’è pietà per chi è debole. L’aquila di mercoledì è ancora fra noi, al contrario degli animali massacrati nelle troppe feste di paese, ma il concetto resta.
6. Di Alex Ferguson e del suo quarto di secolo alla guida del Manchester United si sa tutto, aggiornare le statistiche è un esercizio ormai quasi banale. Meno conosciuta è la vita privata del grande scozzese, fondamentalmente diversa da quella del 90% dei suoi calciatori (nel senso che ha la stessa moglie, Cathy, da 44 anni). E ancora meno conosciute fuori dalla Gran Bretagna sono le sue idee politiche, che di recente sono state svelate proprio dal suo partito di appartenenza. Non è strano che da sempre Ferguson, purissimo figlio della working class (fino ai 23 anni, quando firmò per il Dunfermline, al lavoro di attaccante abbinò prima quello di operaio e poi quello di commesso), abbia simpatizzato per il Labour Party. Quello che non si sapeva è che da molti anni è uno dei principali finanziatori privati del partito, come si evince dal bilancio laburista. In mezzo a una quantità industriale di cantanti e attori lui è l’unico sportivo di nome ad avere messo soldi veri (contributi da almeno 5mila sterline l’anno). Pur non esprimendo pubblicamente giudizi politici, al contrario di quanto fanno cantanti, impiegati, medici e falegnami (non si capisce perchè un allenatore non possa farlo), si sa che non è un grande fan dell’attuale primo ministro britannico David Cameron. Non perché sia conservatore, quanto perché ”Si presenta bene, ma è solo un personaggio televisivo” (frase riferita al Daily Mirror dal suo assistente Mike Phelan, indimenticato laterale destro ma anche centrocampista). Non lo vediamo bene come successore di Allegri, ma la sua fortuna è che non gliene potrebbe importare di meno.
(articoli già pubblicati su Guerin Sportivo)

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