I King in Australia

4 Ottobre 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
L’ottobrata di Geelong, il sole che picchia e l’acqua limpidissima del mare non spaventano i fusti del Nord. Thor Hushovd, che è nato sullo Skagerrak, esplode in uno sprint dei suoi per fasciarsi con l’arcobaleno. Zabelliano, senza esibire la classe di Erik l’ossie, ha vinto l’unica corsa sfuggita al suo riferimento tecnico: esegue l’impresa imitando Matthews e Bronzini nei dì prima, ovvero correndo di rimessa fino al rettilineo finale.  Mondiale bello e crudele, soprattutto per Philippe Gilbert, che si dimostra il più forte della ciurma con una fucilata all’ultimo giro.  Ma il vallone, mattatore assoluto, viene respinto da Eolo in persona che soffia maligno dalla baia.
Trattasi comunque, il vichingo, di iridato doc; uno dei migliori interpreti del plotone per continuità e polivalenza. Doppia il titolo con il mondiale Under 23 a cronometro (Valkenburg 1998): l’impresa, che pensavamo possibile al solo Cancellara, lo inserisce in un gotha ristretto. Dovessimo calcolare gli stradisti che in linea vinsero sia da dilettante che da pro, la rosa si restringerebbe ai soli Aerts e Merckx: tutto ciò perchè a San Sebastian (1997) un altro norvegese, ovvero il “nostro” Arvesen (che corse nella Zalf), precedette un certo Oscar Freire.
Il primo scandinavo della storia a fregiarsi dell’iride assomiglia a Herminator Maier e del supergigantista austriaco ha la durezza mentale e fisica: laureato in economia e commercio, alla faccia degli stereotipi sugli atleti ignoranti, sogna (come suggello ad una carriera de luxe) lo scalpo fangoso della Roubaix. Con il senno di poi, la frattura alla clavicola del post classiche (in primavera) lo ha costretto a preparare meglio l’appuntamento down under. Vediamo Thor sul podio, mentre aspetta un inno che non parte (..), e il pensiero corre ai predecessori: Dag Otto Lauritzen, Erik Pedersen (il cantautore bello), lo sfortunato Janus Kuum e l’indimenticabile Knudsen. Quest’ultimo, Knut il napoletano, fu uno dei più grandi passisti ammirati nel Bel Paese; primo oro olimpico del ciclismo norvegese (nell’inseguimento a Monaco 1972), su strada perse un Giro (era il 1979) arrotato da una macchina del seguito…
Il circuito nello stato di Victoria ci ha consegnato alcune riflessioni anche sul resto del mondo:
l’Italia del Grillo ha corso (in combutta con i belgi) alla garibaldina; se Tosatto è stato l’Mvp della classe operaia con l’uomo delle pietre Hoste, Vincenzo Nibali ha dimostrato ancora una volta un’affidabilità rassicurante. L’unico errore nella gestione di Bettini è stata la fiducia, mal riposta, nell’amico Paolini: è il bronzo di Verona 2004 che si sfila e non scorta Pozzato nel finale caotico.
Rivedendo lo sprint, il vicentino (partito da una posizione troppo arretrata) è stato il più veloce negli ultimi settanta metri; quella medaglia di legno è soprattutto colpa dell’assenza del cosiddetto capitano in corsa: la differenza tra un predone da volata del calibro del neoiridato e un passista velocissimo come Pippo sta proprio nella capacità tecnica di limare e sgomitare nel plotone.
Ben diverso, un mantra delle ultime stagioni, il rendimento spagnolo: incomprensibile tatticamente, con tre nella fuga davanti e Luis Leon Sanchez (l’unica alternativa seria a Oscarito) costretto a spendersi in una rincorsa spezzagambe. L’armada iberica è la grande sconfitta della trasferta australiana assieme all’enigmatico Cancellara, apparso la controfigura dello Spartacus che a Mendrisio entusiasmò negli ultimi giri. Hushovd, che ha già annunciato l’inizio delle proprie vacanze a causa delle volpi dell’Aso (non lo hanno invitato con la Cervelo alla Parigi-Tours..), prende il testimone da Cadel Evans: stoico, irriducibile, anche sul tracciato di casa; ci si augura che Thor onori come il kid di Katherine la maglia, esibita da Gennaio a Ottobre con poche pause e molti squilli.
La rassegna mondiale, divertente e atipica per la collocazione esotica, ha detto che i paesi storici sono in difficoltà; pressati dai movimenti emergenti che ne evidenziano le lacune organizzative e le crisi di vocazione. Se l’assenza dal medagliere di Spagna e Belgio sembra casuale (e quella francese una tradizione recente…), la debacle competitiva dei paesi del blocco europeo dell’est sorprende: dietro alla Germania del post Ullrich (quattro medaglie totali), sono le nove gite sul podio della fratellanza Echelon che rivelano l’anglicizzazione della pedivella moderna. Monolite futuro di questa tendenza, kubrickiano e minaccioso il giusto, potrebbe essere il baby boomer Taylor Phinney; probabile Bladerunner del prossimo decennio, incrocio genetico tra un eccellente passista della mitica 7 Eleven, papà Davis, e la fenomenale Connie Carpenter, regina di tre sport (pattinaggio veloce, canottaggio e ciclismo).
La globalizzazione, in tempi di trasformazioni epocali anche al di fuori dello scibile sportivo, imporrà una revisione morbida del calendario internazionale.
Jean-Pierre Streibel, direttore generale dell’Uci, l’ha spiegato senza molte perifrasi: “In Europa molte corse spariranno. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Perchè oggi è più facile vendere una corsa in Cina che non in Belgio”. Attendendo nuove dalle nebbie del caso Contador, quinta banderilla Espana in una settimana (“Ora che ho perso la vista, ci vedo di più..”), vi lasciamo al momento più divertente della settimana. Partenza della gara in linea degli Under 23, nel tepore generale se ne va in fuga un americano di nome Ben King. Qualche chilometro dopo, approfittando del gruppo abulico, scatta al suo inseguimento un aussie; trattasi di Ben King, un omonimo dello yankee. Per la disperazione dei telecronisti basiti, i due proseguono indisturbati per quasi due giri: arriva il momento allora di un terzo fuggitivo, stavolta da Hong Kong, che si chiama King Lok Cheng. All’annuncio, dal pubblico sul traguardo si leva una risata.

Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
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