I calzettoni senza piede, le cose perdute del calcio

26 Novembre 2021 di Stefano Olivari

Il calcio di una volta era orribile e manca soprattutto a chi lo guardava con gli occhi di bambino. Vale per chi è bambino oggi, che magari fra trent’anni rimpiangerà la Conference League e quelle belle partite in cui c’erano soltanto cinque sostituzioni per squadra, il cholismo, il guardiolismo, le coperture preventive. A maggior ragione vale per chi è stato bambino negli anni Settanta ed Ottanta, ed è proprio da qui che parte il viaggio di Nicola Calzaretta, nel suo Le cose perdute del calcio, libro prodotto da NFC e che abbiamo appena letto.

L’autore chiama la nostalgia con il suo nome: nostalgia. Il ‘meglio ieri’ riguarda la nostra età anagrafica, ma questo non significa che la storia del calcio sia banale. Anzi, in ogni capitolo invece della solita sequenza di partite leggendarie e di campioni mitici, con tutto ingigantito dal tempo, viene analizzato un aspetto del calcio anni Settanta o Ottanta che anche soltanto ad un trentenne del 2021 risulterebbe inconcepibile. La ripetizione delle finali, le marcature a uomo, le maglie nere dei portieri, la codificazione dei numeri in base ai ruoli (secondo il Sistema, in origine) e così via.

La cosa affascinante è che nessuno sa bene perché si facesse così e perché le cose siano cambiate. Ad esempio le maniche delle maglie da portiere sono state lunghe fino agli anni Novanta, senza che questo facesse parte del regolamento: solo tradizione. Chi provava fastidio se le tirava fino al gomito, alla Vecchi o alla Pagliuca, ma non avrebbe mai giocato con una maglia simile a quella dei compagni di movimento. Ad un tratto, senza un vero perché, la svolta: diversi portieri iniziarono a volere maniche corte, Buffon fra i primi. La moda si allargò ed oggi quasi nessuno, nemmeno nei peggiori campi della Sardegna, i più temuti dai portieri dilettanti di una volta, sta in porta con le maniche lunghe.

Quasi ogni cambiamento è privo di spiegazioni e anche di un serio dibattito, si pensi soltanto alle cinque sostituzioni diventate perenni da soluzione di emergenza che erano. Per questo fra i temi toccati dall’avvocato-scrittore toscano quello che più abbiamo sentito nostro ha riguardato i calzettoni senza piede, con cui quasi tutti gli over 50 di adesso hanno iniziato a giocare. Era in pratica un tubolare di lana o cotone che arrivava alla caviglia e finiva con una specie di ghetta attraverso cui passava il piede. Quindi il piccolo, ma anche il grande, calciatore dell’epoca aveva bisogno di un altro pezzo, di solito un calzino da tennis, per non mettere il piede nudo dentro la scarpa.

Insomma, un calzettone in due pezzi che sembrava inspiegabile anche all’epoca, ma tutti si adeguavano per pura capronaggine (si potrebbero fare esempi più dannosi oggi). Forse si riteneva che così la parte visibile del calzettone, quella con i colori sociali, durasse più a lungo, tanto a cambiare era il nascosto calzino: ragionamenti e risparmi da Italia di una volta, quella dove il ritardato spegnimento di una luce portava ad un rimprovero. Negli edonisti anni Ottanta questa usanza finì, con la stessa assenza di spiegazioni con cui era iniziata. E tutto il libro è pieno di questi esempi, come il mercato di riparazione di tre giorni a novembre, che nel loro tempo sembravano dogmi ed oggi cose da preistoria. Poi la nostalgia vince, ma sul tema hanno già detto tutto i New Trolls.

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