Gli scudetti di Lentini e Agricola

5 Luglio 2011 di Stefano Olivari

di Giovanni Capuano
Se davvero il palmares non si prescrive e l’etica nemmeno, come hanno ricordato prima il presidente federale Abete e poi il comunicato con cui la Juventus ha commentato l’archiviazione (per prescrizione) del fascicolo Calciopoli Bis a carico dell’Inter, il calcio italiano corre il rischio di dover riscrivere un buona fetta della sua storia recente.
E a perderci, per paradosso, potrebbe proprio essere chi ha atteso i pronunciamenti di Consiglio Federale e Tribunale di Napoli per passare all’incasso e cancellare la vergogna dell’estate 2006. Occorre ricordare, infatti, che sotto il capitolo ‘Prescrizione’ sono finite alcune delle vicende più oscure degli ultimi vent’anni. E non si tratta di prescrizione per la giustizia sportiva, ma di processi chiusi davanti a tribunali ordinari con centinaia di pagine di motivazioni. Molto più di quanto possa servire alla Figc per stabilire se un campionato sia stato o meno vinto correttamente sul campo.
La sentenza che nel novembre 2002 manda prescritto Silvio Berlusconi per la vicenda-Lentini apre, ad esempio, uno spaccato su quanto accaduto nella stagione 1991-92 quando il presidente del Milan (è scritto nelle carte del processo) per alcuni mesi risulta padrone anche del Torino di cui Borsano, all’epoca inguaiatissimo numero uno granata, gli ha girato una buona quota di azioni come garanzia della prima tranche di pagamento (in nero) del trasferimento di Lentini in rossonero. Una cosa vietata dai regolamenti sportivi e certamente punibile con la revoca dello scudetto conquistato sul campo dal Milan (il dodicesimo della storia) e, magari, con la sua assegnazione alla Juventus seconda classificata. Invece nulla. L’inchiesta sportiva aperta già nel 1992 si chiude in tre mesi con il proscioglimento di tutti e quando, qualche anno più tardi, il lavoro della Procura ricostruisce quando accaduto realmente in quella primavera, dal pagamento in parte in nero del giocatore alla cessione a garanzia di quote societarie del Torino, è troppo tardi per intervenire. A nessuno viene in mente di dire che il palmares (e l’etica) non si prescrivono. Il Milan si tiene lo scudetto e la storia finisce lì.
Ancora più intrigante la vicenda-doping che portò la prima Juventus di Moggi e Giraudo in Tribunale. Il dispositivo con cui nel marzo 2007 la Cassazione ha cancellato l’assoluzione in appello per Giraudo e Agricola, riportando l’orologio alla sentenza di primo grado del novembre 2004 ma escludendo passi ulteriori per via della prescrizione, lascia pochi dubbi su quanto accaduto nel quadriennio 1994-98 a Torino. L’inchiesta era nata dalla famosa intervista di Zeman all’Espresso in cui il tecnico boemo parlava per primo dello stretto rapporto tra calcio e farmaci facendo nomi e cognomi. La sentenza di primo grado aveva assolto la Juventus dall’accusa di aver fatto uso di Epo e Giraudo da quella di frode sportiva attraverso la somministrazione eccessiva di farmaci non essendoci la prova che sapesse cosa accadeva nello spogliatoio juventino. Dove – e da lì la condanna a un anno e 10 mesi per il dottor Agricola – il responsabile medico era stato ritenuto responsabile di aver abusato di farmaci su atleti sani per alterare risultati sportivi. Accuse cadute in appello in cui si faceva prevalere l’inesistenza prima del 2000 del reato di doping, ma ritenute valide dalla Cassazione che arrivò a parlare di “… palese violazione dei principi di lealtà e correttezza…”. Tutto, però, caduto in prescrizione e quindi non perseguibile con buona pace del palmares juventino che in quel quadriennio si era arricchito di 3 scudetti e una Champions League. Cosa accadrebbe se oggi Lazio, Parma e Inter, le squadre finite alle spalle di Lippi in quegli anni, chiedessero oggi un giudizio alla Federazione?
Sempre che il Parma ne abbia titolo o non debba anche lui riscrivere un pezzo consistente della sua storia alla luce di quanto emerso nell’inchiesta sul crac Parmalat dalla quale è emerso che Tanzi controllò dal 1998 al 2004 sia il Parma che il Verona, entrambe società di serie A e che, per aggirare le norme Figc, intestò le quote a un prestanome (Giambattista Pastorello). Tutto provato in sede penale con tanto di sequestri di conti correnti e tutto denunciato dall’allora presidente del Napoli Corbelli. Nessuno si mosse né prima né dopo, quando i termini per la prescrizione sportiva erano scattati. Quel Parma aveva messo in bacheca una Coppa Uefa, due Coppe Italia e una Supercoppa Italiana.
Per non dimenticare dell’affare passaporti falsi nel quale nel 2006 uno dei massimi dirigenti dell’Inter (Oriali) patteggiò una condanna a 6 mesi di reclusione per concorso in falso e ricettazione nella vicenda del passaporto italiano di Recoba dopo essersela cavata nel processo sportivo con un anno di inibizione (e due miliardi di lire di ammenda per la società). Reato che, regolamento alla mano, avrebbe portato l’Inter e non solo, visto che lo scandalo aveva colpito anche Milan, Roma, Lazio, Udinese, Sampdoria e Vicenza, a penalizzazioni monstre.
Tutto prescritto, tutto da riscrivere?

Giovanni Capuano
(per gentile concessione dell’autore, fonte: Calcinfaccia)

Share this article