Giustizia di classe per Spaccarotella

1 Dicembre 2010 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Il processo all’agente Luigi Spaccarotella è stato mediatico e tifoso come pochi altri. Mediatico per motivi evidenti (mettiamo insieme il calcio e un crimine, la prima pagina è assicurata: chi si ricorda dei morti di Italia Novanta?), tifoso perchè l’uccisione del tifoso della Lazio Gabriele Sandri ha unito gli ultras di tutta Italia come nemmeno la battaglia contro lo spezzatino Sky è stata capace di fare.
E così prima ancora delle sentenze (la prima e quella di poco fa in Appello, nove anni e quattro mesi di carcere a Spaccarotella), Sandri è stato inserito nel Pantheon dei morti italiani che diventano santini per caso solo perchè un impiegato statale ha perso la testa. Alla Carlo Giuliani, tanto per citare un morto ‘politico’. Ragazzi che se la sono andata a cercare, uscendo dalla correttezza politica, di sicuro ragazzi sfortunati e soprattutto strumentalizzati da una politica indecente.

Il vero fascista e il vero comunista, gente con la fissazione del ‘sociale’ e che fondamentalmente odia gli individui (memorabile il togliattiano ‘Meglio lottare per il popolo che vivere con esso’, sull’altro versante da registrare Alemanno che prima della sentenza dice ”Sono convinto che siamo di fronte ad un omicidio volontario e quindi sia l’imputazione che la pena devono essere conseguenti». C’è una sete di giustizia in tanti ragazzi di Roma a prescindere dalla fede calcistica che non può e non deve rimanere delusa. Naturalmente il tribunale deciderà in autonomia, ma tenendo presente questa attenzione e voglia di giustizia”), non vedono l’ora di dare addosso al poliziotto che osa alzare le mani contri ‘i nostri ragazzi’, i ‘gggiovani’ che difendono il diritto del primario a nominare ricercatore l’amante ma anche quelli che la domenica hanno il diritto di sfogare le tensioni di una settimana in cui sono stati oppressi da un imprecisato sistema.

Gli ‘oggi sono orgoglioso di essere italiano’ del fratello di Sandri sono comprensibili in un familiare o in un amico, non certo in un sistema dell’informazione che ha una concezione della giustizia classista e di marketing. Nel momento in cui il pubblico ministero (Giuseppe Ledda), e non l’avvocato difensore, sostiene che ”Lo sparo fu volontario, con l’intenzione di fermare la macchina” il modo in cui si è arrivati al cosiddetto ‘omicidio volontario con dolo eventuale’ è da acrobati del diritto. Perchè il primo colpo fu sparato in aria, perché l’impressione iniziale dei poliziotti fu quella di una rapina e non di uno scontro fra tifosi (quindi nessun rancore verso gli ultras, che molti poliziotti o carabinieri covano e si può capire il perché), perché Spaccarotella non è un imitatore di Rambo ma uno che in carriera aveva addirittura ricevuto encomi per la prudenza manifestata nelle situazioni di pericolo.

Sui giudici di Firenze, che leggono i giornali e guardano la televisione, si è riversata però una pressione enorme. Nessun poliziotto metterà a ferro e fuoco le città perché si metta nella giusta prospettiva l’operato del collega, così come non lo farà nessuna di quelle tante persone che sarebbero più tutelate dagli Spaccarotella che dai Sandri. Però la rabbia senza scopo di qualche migliaio di invasati fa paura. Meglio non cercare rogne, la classe verbale e intellettuale della terra dei cachi può sopportare tutto ma non di trovarsi faccia a faccia con uno che ti vuole menare.

Share this article