Funerali del basket

23 Giugno 2011 di Stefano Olivari

di Lorenzo Sani
Soltanto a un pazzo poteva venire l’idea di chiedere proprio a me di scrivere un pezzo di basket. Perché, poi. Per giunta gratis e sul giornale della Virtus. Cosa ho fatto di così spregevole per meritare una punizione del genere? Che c’entro io col basket? La pallacanestro a Bologna ha già i suoi cantori, che ragione c’è per stuzzicare chi sta da un pezzo sotto formalina? Tra i tanti motivi che hanno fatto affievolire la mia passione c’ è anche quello, sì: è sempre più difficile leggere un buon pezzo di pallacanestro.
Walter Fuochi, purtroppo, scrive sempre meno e i suoi articoli, che sarebbero tutti da ritagliare e conservare, sono una rarità. Peccato. Oddio, dal mio umile punto di vista di lettore, qualcuno bravino in giro c’è, anche qualcuna se è per questo, ma dove sono finiti i grandi giornalisti? Dov’è oggi un Maurizio Roveri che riuscì perfino a essere davanti alla notizia, non soltanto dietro o dentro come tutti i bravi cronisti, quando lo tamponò Conrad McRae sulla tangenziale che porta al palasport? Anche questo è uno specchio dei tempi e delle stagioni che vive il nostro basket, compreso quello claudicante e orfano Made in BO. Qui ci sono medici senza memoria che invece di lavorare per la Asl di Collegno si sentono in dovere di pontificare perché sono stati un paio di volte al Forum di Assago e forse una volta anche a Cantù, parlano di basket, stili di vita e corretta alimentazione nonostante siano almeno 20 chili in sovrappeso. Che dire: io non ho mai fatto le crociate antifumo quando fumavo 50 paglie al giorno.
Da un po’ di tempo non metto piede al palasport. Scopro che il più grande tra i tifosi bianconeri, colui per il quale in tempi non sospetti avevo proposto venisse ritirata la transenna a cui si aggrappava prima delle ristrutturazione di piazza Azzarita come si fa con le maglie dei campioni, me lo ritrovo presidente. Poi presidente dimissionario, perché non è vero che in Italia non si dimette mai nessuno. Imparino dal sig.Bertocchi i nostri politici. E ritiratela una volta per tutte la sua transenna arancione, colore voluto da Pirro Cuniberti assieme agli altri del piccolo Madison. Cercatela bene nei meandri di piazza Azzarita, scavate vicino al sarcofago di Tutankamon, sempre che Sacrati non si sia portato via anche quella, magari trafugandola nelle due Vuitton (tarocche) che ha tra gli zigomi e le orbite degli occhi.
Il basket era poesia, era arte, ripetono i vecchi. Era, era, era. E io sto diventando come loro, mannaggia. Il mio personalissimo rapporto con la pallacanestro va oltre i playoff, oltre gli scudetti, oltre questa vita insignificante e fatta di accenti sbagliati: si dice Kòponen o Kopònen? Così il mio rapporto col basket è quello di chi non va più alle partite, ma soltanto ai funerali. Si incontra una comunità di amici, di facce che abbozzano sorrisi tiepidi e un po’ falsi. E mentre ti sorridono da lontano magari pensano: “Soccia se è conciato male lui là”. Ma i funerali non sono sempre tristi. “Un uomo che ha avuto due amori ai quali è stato fedele per tutta la vita: l’adorata moglie Paola e la Virtus” tuonò il celebrante al culmine dell’omelia funebre, rivolgendo un misto di pietà e fierezza alla cassa di acero che conteneva le spoglie mortali di Gigi Porelli. Indimenticabile quel giorno. “Questa, poi, se la poteva anche risparmiare” balbettò l’adorata moglie Paola, con un tempismo e una punta di ironia che fanno onore alla sua intelligenza. E non v’è dubbio alcuno che amasse con tutta se stessa Gigi, per corrergli appresso così alla svelta, dopo solo pochi mesi.
Che momenti. Che brividi quel giorno. Sabatini, patron di oggi, era sempre attorno al feretro, girava avanti e indietro, tra fotografi e cameraman, senza fermarsi un secondo, anima in pena, pieno di attenzioni e gesti d’affetto per la vedova Porelli. Che momenti. Che brividi quel giorno. Lucio Dalla e gli amici di ieri che passavano in rassegna portando occhi umidi e condoglianze. Dopo Ettore, il nostro più grande allenatore e persona degna dei massimi successi, raggiunge il microfono della chiesa il giudice Peppino Viola, fraterno amico di Porelli e architetto della Lega che gli spagnoli venivano a copiarci. Un’era geologica sembra trascorsa, non vent’anni, se si guarda alla forbice che c’è oggi tra Italia e Spagna.
Che momenti in quella chiesa. Che brividi. Sabatini che non si dava pace, come se avesse perso un congiunto, continuava a sbucare dappertutto, ovunque ti girassi lo incontravi. Sempre lì, nei pressi della prima fila con Paola, la vedova dell’Avvocato, Renato Villalta, Matteo Lanza e il sottoscritto, invitato ad accomodarsi con una telefonata mattutina al posto di Mario Martini, febbricitante, forse per evitare presenza inopportune. Con una punta di imbarazzo ho accolto il desiderio di Paola incarnando il ruolo di “male minore”. In fondo volevo un gran bene all’Avvocato, la pole position non era del tutto usurpata. Che oltraggio, però: un fortitudino sfegatato in prima fila ai funerali dell’avvocato Porelli! E Sabatini che ronzava sempre attorno, tra la bara e la prima fila del parterre. “Guarda come rosica Paola” le sussurrai. “Pur di stare al centro dell’attenzione farebbe il morto al posto di Gigi nella bara”. Paola Zanetti in Porelli, pace all’anima sua ovunque si trovi, alzò gli occhi lucidi con fare materno verso i miei. “Sciocco” disse. E senza farsi vedere iniziò a ridere.

(per gentile concessione dell’autore, articolo pubblicato su V Magazine)

Share this article