Epilogo darwiniano

18 Ottobre 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
Il panorama manzoniano, la pioggia che scende senza pietà e le foglie morte sull’asfalto. Su quel ramo del lago di Como Philippe Gilbert firma il bis al Lombardia, lo fa in una giornata da tregenda che sembra favorire ulteriormente la selezione più impietosa. Dei 195 alla partenza, tra nubifragio, cadute (auguri a Bakelandts e Di Paolo, i più malconci) e un tracciato durissimo, ne sono arrivati al traguardo appena 34: nelle quasi sette ore di sfida l’Omega Pharma Lotto (tribù a larga maggioranza fiamminga) ha controllato le danze fino alla Colma di Sormano; poi è salito in cattedra il capitano vallone e la classica autunnale ha avuto un epilogo darwiniano.
Impressionante la sua discesa a bloc e l’azione nel falsopiano, solo i consigli del diesse Damiani lo hanno convinto ad attendere l’ottimo Scarponi. Quaranta chilometri davanti a tutti, con l’acqua in faccia, roba da Ribot scalpitanti: Filippo, che vivaddio si era rifiutato di mettere l’auricolare con la radiolina, ha il sistema nervoso dei grandi puledri da corse in linea. Corridore tecnicamente “italiano” (Bitossi, Motta, Saronni, Argentin, Fondriest, Bartoli..), per atteggiamento agonistico e lettura tattica aggressiva è il vero erede di Grillo Bettini. Tra i due le uniche differenze nello chassis sono lo sprint, nel quale il livornese vantava una progressione superiore, e le salite medio lunghe, che Gilbert soffre meno in virtù di una maggiore potenza nella cilindrata complessiva.
In fin dei conti, a osservarlo sul San Fermo della Battaglia mentre staccava il compagno di fuga, ci ricordava (lui di lingua madre francese) i transalpini che dominarono negli Ottanta la scena.
Proprio su quella salita, nel 1984, Bernard Hinault rispose a un allungo di Tommy Prim e si involò verso il secondo Giro di Lombardia della sua incredibile carriera. Lo stile da duro, i rapportoni spinti per fare il vuoto, sono una caratteristica anche dell’uomo nato ai piedi della Redoute; la maschera antica del vallone, in bianco e nero, è un suggerimento storico a rinnovare uno sport meraviglioso con il suo passato remoto. Solamente due giorni prima, nella luce struggente della terra di Pavese, l’avevamo visto vincere a Cherasco con una fiondata ai settecento metri: le due accoppiate consecutive Piemonte-Lombardia ci riportano al Campionissimo Alfredo Binda (1926-27) e al solo altro belga che fece la doppietta lombarda, ovvero l’inarrivabile Eddy Merckx (1971-72).
Filippo mattatore del 2010, sicuramente il numero uno dei classicomani, con il vizio antico di farsi vedere (da attore principale) per quasi tutto l’anno. Il suo palmares stagionale è eloquente…Gennaio: 7° al Tour del Qatar (sic). Marzo: 9° alla Milano-Sanremo, 3° alla Gand-Wevelgem. Aprile: 3° al Giro delle Fiandre, 5° alla Freccia del Brabante, 1° all’Amstel Gold Race, 6° alla Freccia Vallone, 3° alla Liegi-Bastogne-Liegi (bye bye Valverde..). Maggio: 4° al Giro del Belgio con una frazione vinta. Giugno: 2° al campionato nazionale. Luglio: 1° al GP Dubois. Settembre: due tappe straordinarie alla Vuelta. Ottobre: 18° al Mondiale di Geelong (“..Vento, portami via con te/ Raggiungeremo insieme il firmamento/ Dove le stelle brilleranno a cento/ E senza alcun rimpianto/ Voglio scordarmi un tradimento..”), 1° al Giro del Piemonte, 1° al Giro di Lombardia. Un po’ come lo Squalo Nibali, dalla pampa argentina del Tour de San Luis a Gennaio fino all’asfalto scivoloso della Colma di Sormano l’altroieri, il Cadello Evani già cantato a lungo, il neoiridato Thor Hushovd, Cannonball Cavendish, Purito Rodriguez e il Michele Scarponi battuto dal fuoriclasse di Verviers. Un mestiere meno complicato dai calcoli alchemici di Robosport, lontano dalla monotonia programmata dell’ultimo Contador e di Andy Schleck, prossimo Tourannosauro senza speranza. Perchè, se vogliamo dirla tutta, uno spettacolo tolstoiesco come quello di sabato gli altri sport se lo sognano.
Proprio in occasione della partenza meneghina, l’Associazione Corridori ha volantinato un documento interessante.
Pensate che, malgrado tutte le contraddizioni e le ipocrisie, nelle parole di quel foglietto non c’è una singola bugia. Si potrebbe anche riportare un intervento illuminante, quello di Claudio Santi, per commentare il disagio dell’ambiente verso le ormai celeberrime frasi di Torri. La posizione del federale Di Rocco, tipica di uno zerbino del Coni, non sorprende: nel palazzo si fa carriera annuendo ai padroni del vapore, l’odore di bruciato per il commissario antid****g arriva invece da luoghi meno rassicuranti; ovvero gli uffici delle aziende che fanno andare avanti la baracca. Paolo Zani, il dottor Liquigas, non ha usato giri di parole: “…Ben vengano le procure, ma non in questa maniera. Dalle vittorie di Basso al Giro e di Nibali alla Vuelta abbiamo ricevuto un ritorno, come valore, di 30 milioni di euro. E adesso quelle parole di Torri sul doping, ‘tutti dopati’, un effetto devastante. Se potesse incastrare Basso e Nibali, sono sicuro che ne sarebbe felice. A una certa età la pensione è un dovere, non un diritto”.
Dispiace che il rumore bianco di un’intervista abbia spostato l’attenzione dal vero motivo d’interesse del cosiddetto caso Contador: la guerra politica, incrociata, all’interno dell’ente mondiale antid****g con il coinvolgimento dell’Uci come sponda.
La rielezione di Jaime Lissavetzky (uno spagnolo…) nel comitato esecutivo Wada è stata sottolineata dalle dimissioni di Pierre Bordry (“Manca la volontà politica di debellare la piaga..”). La fuga di notizie sui residui plastici negli esami del torero, non le tracce al clenbuterolo, paiono un avviso alla Spagna proveniente da Colonia; le mosse della Wada sul problema Gh (una sorta di liberalizzazione silenziosa dell’ormone della crescita) sono state viste come un regalo ai giochi milionari (calcio, tennis, basket, rugby, etc.).
Il famigerato passaporto biologico, malgrado la confusione di certi provvedimenti, è un passo decisivo verso la normalizzazione degli sport di performance. L’incrocio dei dati permette di intervenire nel caso di valori sballati, evitando controversie sul ritrovamento di sostanze sospette. Sarebbe uno scenario perfetto se a gestire queste informazioni top secret non ci fosse l’Uci, in un ruolo troppo ambiguo per una federazione e con la cicuta del conflitto d’interessi: immaginate i consigli paterni di Pat McQuaid, boss verbruggeniano, al figlio Andrew, procuratore di corridori professionisti… In attesa di ulteriori sviluppi, siamo certi che anche l’inverno porterà novità divertenti; il caro vecchio ciclismo ci ricorda la copertina di un vecchio disco di Rod Stewart, con il biondo scozzese ritratto dopo una sbronza alla Charles Bukowski. “Never a dull moment” e così sia.
Simone Basso 
(in esclusiva per Indiscreto)  

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