Devoti il giusto

9 Aprile 2011 di Simone Basso

di Simone Basso
Eurolega da Eurocup, Panathinaikos-Barcellona classico istantaneo, la box and one di Obradovic, Montepaschi come la Tracer, la svolta del Limoges, il boicottaggio di Torino, l’harakiri di Ainge, la nobiltà emergente, le tonnare dei playoff, la serrata inevitabile e i liceali che sarranno famosi. 

Per una volta, tanto per cambiare, deviamo dalla via che più ci interessa: scriviamo quindi di attualità stretta, malgrado ci interessi il giusto. Non gli avvenimenti in sè, ma l’esposizione degli stessi; convinti che lo schiacciamento sul presente (un’illusione permessa dai nuovi media) sia l’aspetto più detestabile e pericoloso di questa era. Ecco allora il riassunto dell’annata cestistica, incuranti delle sentenze finali che scriveranno l’albo d’oro delle varie manifestazioni.
“Chi ha paura, non fa che sentir rumori.”
(Sofocle)

La Devozione Uleb è vissuta così così: troppe squadre, per budget e livello di gioco, ci sono sembrate da Eurocup.
I quarti di finale hanno però esibito almeno una serie da antologia: Barcellona-Panathinaikos è stato un classico immediato, degno dello showdown 2001 (Virtus-Tau) o del miracolo di Sharp alla Nokia Arena nel 2004. Un’ovvietà che non ci stancheremo mai di sottolineare è che, a livello altissimo, le partite secche tolgono enfasi tattica (e peso specifico) alle contese. Paralizzate dalla tensione e da aspetti estemporanei (come i tiri ignoranti e lo zufolaggio miope) che ne penalizzano il valore tecnico. Le serie invece incarnano felicemente l’estetica più trascendentale dello spettacolo: mettono in mostra tutto lo scibile a disposizione, premiando anche le capacità di adattamento, talvolta camaleontiche, di una squadra e di un allenatore.
La sfida tra blaugrana e Trifoglio è stata un’illustrazione perfetta dell’assioma.
Sulla carta tra le due superpotenze non c’era confronto: troppo profondi, muscolari e talentuosi i campioni d’Europa in carica. Invece, già in gara1 si era avvertita la difficoltà dei catalani di fronte all’enigma ateniese. Obradovic si è messo in tasca Pascual, spostando la battaglia sul campo più favorevole agli ellenici: la box and one cinica, studiata per battezzare Rubio e Sada ed impedire la palla dentro, l’aggressività difensiva che ha rallentato i ritmi e (last but not least) le doti specifiche dei suoi bucanieri di punta.
Quando disponi di Batiste e Diamantidis, cioè di due big che si sbattono in difesa, è possibile sovvertire quasi tutti i pronostici. Per Dimitris Deliroga, swingman dalla classe infinita, è stata la conferma dello status di migliore dell’oltre Sternville. La mancia è stata offerta dalla confusione mentale del Barca; incapace, in gara4, di trarre profitto della subitanea uscita dal parquet di DD (due personali in un amen) e del Nicholas infortunato. Quasi comico il siparietto, a un minuto e mezzo dalla sirena, dei quattro falli iberici per forzare il bonus.
L’altro confronto hors catégorie è stato Olimpiacos-Mens Sana, ovvero l’ennesimo testa a testa tra uno yacht di stelle continentali e una formazione dall’organizzazione e dalle motivazioni feroci.
Degne de “Il gattopardo”, capolavoro sulla psiche dell’humus italico, le inversioni a u di molti cialtroni sovvenzionati (chiamati giornalisti): Siena, dopo il meno quarantotto al Pireo, è stata descritta come un’accolita del campionato Csi. La verità, all’indomani dell’impresa, è che le grandi squadre, proprio perchè tali, possono reagire così. Per esempio, la Tracer con l’Aris Salonicco nel 1987. Mettendo le bombole dell’ossigeno, per la quota stile Annapurna, la citazione doverosa è alle finali Nba 1985: quelle del Memorial Day Massacre, con i Lakers umiliati dai Celtics nel prologo. Finì poi con Kareem Abdul-Jabbar, il più grande di sempre, che abusò di Robert Parish e dei bostoniani. Nel caso della Banda Pianigiani le chiavi sono state il mescolare, confondere, le carte (alternando smallball e quintetti extralarge) e l’impegno collettivo a rimbalzo. Nonchè, con le nuove regole, l’intelligenza di diminuire il quantitativo di triple (la kukozzia) per privilegiare L’Aleph della pallacanestro offensiva, ovvero il tiro dalla media distanza.
Senza dimenticarci del fattore che monopolizza quasi tutte le vittorie importanti: la modernità del basket è stata segnata, per sempre, dai Bad Boys di Chuck Daly.
Nel Vecchio Continente, le colonne d’Ercole furono raggiunte dal Limoges di Maljkovic. Si vince dall’altra parte del campo, quella che non vende i biglietti, piegando le gambe e intasando le corsie gradite dagli avversari: non è spendibile negli highlights, ma la sedia (la Ricky Mahorn) di Stonerook sposta più di un canestro lacrima di Navarro. Se poi la concorrenza mostra le crepe attitudinali della gang biancorossa il compito viene facilitato: Mastro Ivkovic a inizio stagione pareva maggiormente in controllo della scialuppa, poi la situazione è degenerata. Prima della deriva contro la Montepaschi avevamo notato le idiosincrasie tra Teodosic, il cui infortunio è stato decisivo (alla stregua di quello di Pete Mickeal), e alcuni senatori (in particolare con il declinante Papaloukas).
Le portaerei hanno vita parallela su entrambe le sponde dell’Atlantico: la somma di individualità raramente porta alla Terra Promessa, qui e là. Tutti a magnificare il platoon system e la maggiore disciplina dei soldati Eurolega e poi, al dunque, quelli che decidono le sorti sono i pensionati Nba Jaric e Nesterovic, entrambi di un’umiltà commovente, e lo scarto di lavorazione Hairston. Tanto per rimarcare la differenza di qualità con il Mondo Nuovo. In ogni caso, chiudendo le danze europee, non abbiamo bisogno della memoria di Pico della Mirandola per ricordarci degli unici verdi che hanno straperso: quelli che hanno boicottato le Final Four in Augusta Taurinorum. Consigliamo loro la lettura de “L’idiotie en politique. Subversion et nèopopulisme en Italie”, una tesi di dottorato di una paisà (Lynda Dematteo) che è diventato un libro.
Le orchestre suonano particolarmente bene sul Titanic.
Sarà stato lo stagliarsi all’orizzonte dell’iceberg o la particolare incertezza del panorama, ma l’En Bi Ei ha offerto una stagione regolare frizzante, decisamente più interessante delle ultime. Il punto centrale, tra équipe di veterani all’ultimo assalto e giovani leoni, è che lo snodo di tutta l’annata si è verificato il 24 Febbraio. Lo scambio che ha portato Kendrick Perkins a Oklahoma City ci sembra il test di Rorschach del 2011: avremmo bisogno di un macchinario immaginato da Philip Dick per materializzare il pensiero di un Paul Pierce dopo l’affare (..). In sintesi, a nostro parere, quella che fino a quel momento è stata la compagine migliore (la più attrezzata per la parata estiva) ha sperimentato un harakiri. Danny Ainge ha svenduto il suo centro titolare (che portava alla causa blocchi, rimbalzi e tanta intimidazione) per un bel giocatorino (Jeff Green) e un lungo, il Krstic, che non ha il tonnellaggio e lo chassis per aiutare la Gang Green. Un colpaccio del pischello Sam Presti, scuola San Antonio, che ha incamerato un tassello importante (con l’asterisco delle ginocchia fragili) nella costruzione di uno squadrone da anello.
Ecco allora la novità rappresentata dalla nobiltà emergente:
il Thibodeau che registra il motore dei Bulls del probabile Mvp, gli Heatles con il dinamico duo, i Thunder di Gervin 2.0 Durant e, di riffa o di raffa, la truppa Karl sulle Montagne Rocciose. Una bella coalizione di mocciosi opposta ai papati: l’ultimo tango losangelino di Phil Jackson con il Mamba, i nonni neroargento del Texas e i Celtics sempreverdi. In mezzo i Cubani, che si sono fumati l’ennesima occasione con l’infortunio a Butler, e il combo di Superman con Paperino Stan. Le previsioni le lasciamo ai meteorologi, però vorremmo sottolineare (Lapalisse mon chéri) quanto saranno fondamentali gli accoppiamenti: i vecchi Spurs, con il Maestro Venerabile Duncan all’epilogo di una carriera leggendaria, non
possono reggere due serie consecutive opposti alla fisicità di alcune formazioni.
Il meccanismo quasi perfetto della regular season, con l’accento spostato sul tiro da tre, la velocità esecutiva e un quattro bonsai alla Blair, non dovrebbe bastare nelle tonnare playoffs.

In quelle partite sporche e cattive (con l’aria rarefatta e il pallone pesantissimo) si richiede l’adeguarsi alle leggi sacre stabilite, nell’era moderna, proprio da quei Detroit Pistons già chiosati nell’articolo.
Dunque a ovest ricaschiamo sui soliti Lakers, sospesi mirabilmente tra il tremendismo kobista e la posse di New York (LamaRon, fondamentali..), ma avremo occhi soprattutto sul primo turno Thunder-Nuggets. Ve lo ricordate la pubblicità di una bevanda dolciastra? “The choice of a new generation.”
Dall’altra parte dell’America non sappiamo se le promesse di un altro 1991 (pare ieri, son vent’anni fa..) saranno mantenute dalla divisione di Derrick Rose; si annunciano semifinali orientali caldissime e incerte. La macchina oliata (ma mica tanto) di Rivers contro i superdotati della Florida: se solo Miami trovasse un minimo di ritmo in attacco… E fossimo Chicago non accoglieremmo con allegria l’accoppiamento con Orlando, uterina e pericolosissima nei giorni di alta marea.
Il risultato sarà appassionante, l’ultima cena prima di una probabile serrata: inevitabile quanto la prima nel 1998.
Quella volta fu il prezzo da pagare alla crescita bulimica e ai miasmi del jordanismo, adesso è lo scotto alla recessione. Ai tempi la pietra dello scandalo fu rappresentata dal potere eccessivo delle superstar o presunte tali; nell’estate 2011 si discuterà invece dei privilegi della classe media. Dove si stagliava come monito il contratto Rockefeller del Bigliettone bambino (126 milioni in sei anni!), ora incombe un ripasso sulle prebende del Travis Outlaw di turno. Prima o poi si metteranno d’accordo, magari quando il sindacato giocatori si renderà conto che, in fondo, il globo terrestre può fare a meno anche dell’Nba (e dell’Nfl).
L’Ncaa ha consacrato una pazzia marzolina sorprendente con una finalissima orribile, un ciapanò storico.
Nulla però toglie all’immaginario epico del torneo: rimane la sensazione che oggi ci siano troppi John Calipari (reclutatori di professione) e pochi Brad Stevens, gli allenatori-insegnanti che sviluppano il materiale umano a disposizione. Perchè il serbatoio, da quelle parti, è ancora pieno zeppo. Abbiamo televisto con piacere l’esibizione dei liceali al McDonald’s All-American Game: siamo incappati in una partita particolare per suggestione e temi proposti. Chicago ci ispira implacabilmente il gigantesco “Hoop dreams”, uno dei più grandi documentari mai girati sullo sport, di sicuro il migliore su questo gioco. Un’anabasi di tre ore che ci espone all’entusiasmo e alle paure di due adolescenti nella fabbrica dei sogni. Specchio a volte impietoso della giostra infernale che porta alla gloria eterna. Era il 1994 e quelle tematiche sono ancora attuali. Sul parquet dello United Center i presunti fenomeni hanno mostrato le loro doti in divenire; non ci siamo risparmiati nemmeno le point-guard razzenti, le faso tuto mì. La più lisergica della banda ci è parsa Myck Kabongo, a metà tra Eta Beta e il circo Barnum. Si ammirano corpi bionici come LeBryan Nash, una belva, e ci si chiede del potenziale sconfinato di un albatro alla Michael Gilchrist: è facilissimo cadere in tentazione e “innamorarsi”, in pochi secondi, di una delle figurine proposte. Noi ne preleviamo tre dal tavolo ricchissimo. Un figlio di papà, Austin Rivers, dotato di una cazzimma rara per un diciottenne; nonchè di un rilascio fulminante della palla. Un nipote d’arte, James McAdoo, combo forward che unisce un atletismo irreale a mani da guardia tiratrice. La salivazione a zero viene completata dalla visione di Anthony Davis, un quasi sette piedi dagli istinti misteriosi che ci è parso simile al Kevin Garnett delle origini. Il futuro è un punto interrogativo ma ne abbiamo nostalgia. Sono scritti sulla sabbia marina che necessitano di un destino favorevole: qualche decennio fa, tra John Williams e Karl Malone avremmo scelto il primo… Potrebbero passare le bufere, sottoforma di cattivi maestri, pessime abitudini o infortuni. Ma è un rischio che vale la pena prendere: beato quel paese che produce tutto quel talento in gioventù…
Simone Basso
Pubblicato anche su www.europeansportservice.com/

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