Da Kamenko a Mozart

5 Novembre 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
1 – La biografia di Drazen Petrovic, indimenticabile icona di un basket jugoslavo ed europeo figlio del suo tempo. Uno sport che non tornerà più…

Non è difficile scrivere qualcosa di originale su un mito; se il personaggio in questione è stato (giustamente) beatificato, l’impresa diventa addirittura banale. Drazen Petrovic Mikulandra ha oltrepassato lo status di grande sportivo per diventare un’icona popolare, purtroppo nella maniera più dolorosa e assurda. Così, da quel pomeriggio piovoso di diciassette anni fa in Germania, si è trasfigurato in una specie di monolite teosofico. Obbiettivo di questa biografia agnostica è illuminarne i meriti meno banali e le contraddizioni più nascoste.

“Sono nato per il basket. Il mio desiderio è sempre quello di essere il migliore e per diventarlo sono disposto a tutto”.  A Sebenico, in via Petra Preradovida, Drazen crebbe a pane e basket: merito di una famiglia appassionata, di papà Jole e del fratello Aza, se quel bimbo riccioluto si avviò presto alla pratica cestistica. Una leggenda metropolitana da sfatare subito. Petrovic non nacque con il dono degli Dei: lo acquisì, come Faust, con un contratto a vita con la disciplina e il lavoro. Non fu quindi un Cosic o un Delibasic, talenti puri e dionisiaci, ma coltivò la propria arte con una ferocia e un’abnegazione degna dell’Alfieri più ispirato. Del resto una malformazione alla colonna vertebrale lo obbligò, durante l’infanzia, al riposo su letti ortopedici: la camminata celeberrima, da pistolero, fu la conseguenza estetica di quel problema, che si ripercosse anche negli spostamenti laterali difensivi.

Agli albori la meccanica di tiro, che divenne la firma del fromboliere croato, era mediocre e zeppa di lacune; come indicava il primo soprannome affibbiato al piccolo Petrovic, ovvero kamenko (pietraio!). Eppure l’imberbe Drazen ritualizzò la sua ossessione con mille tiri nella palestra del suo club, alle sei del mattino prima della scuola; quasi due ore di immersione solitaria nel palleggio, arresto e tiro. A quindici anni, nel bel mezzo di una crescita tecnica e fisica inarrestabile, entrò a far parte della prima squadra: cominciò in quella maniera, alla chetichella, l’era del Diavolo di Sebenico. Il traghettatore dello Jugobasket tra un’epoca dorata e l’altra fu il mattatore di una miniepopea della formazione dalmata. Guidata dalle gesta di un enfant prodige “posseduto”, Sibenik arrivò a due finali Korac consecutive (perse entrambe contro il Limoges) e all’illusione di un titolo nazionale clamoroso. Sigillato sul parquet da due tiri liberi del suo fenomeno diciottenne, fu poi tolto dopo il reclamo sacrosanto del Bosna Sarajevo: la tonnara di quell’incontro fu effettivamente indegna… (fine prima parte-continua)

Simone Basso (in esclusiva per Indiscreto)

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