Contro Disney e contro se stesso

3 Settembre 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
A Ostenda, nel Belgio fiammingo, lo sguardo delle persone tende verso l’infinito: dal porto si guarda il Mare del Nord con la consapevolezza che quell’enorme distesa azzurra deciderà il destino e le fortune della città. Il paesaggio interiore di chi cresce sulla sponda orientale (oost-einde) viene stabilito da quel mostro blu, ieratico e onnipresente. Incrociammo Raoul Servais per puro caso tanti anni fa: erano gli Ottanta e le tivù commerciali non si erano ancora specializzate nella produzione di guano per le menti, Maurizio Nichetti a orari da luci rosse presentò una serie di cartoni animati “per adulti”. La prima volta lo scambiammo per un autore dell’Europa dell’Est, tale era la durezza e la poetica estrema di quelle immagini: avremmo incrociato il Mago di Ostenda, la sua poliedricità irresistibile, in diverse occasioni confondendolo ignobilmente con autori americani, francesi e italiani.
La verità è che il nostro gusto visivo, in tema cartoon, è stato colonizzato da due grandi scuole egemoni, statunitense e giapponese, espressioni sì di vivacità culturale ma anche di un immaginario che è soprattutto figlio di un’industria. Abituati a trademark nel disegno facilmente riconoscibili, per essere consumati meglio, il work in progress senza soluzione di continuità del Maestro fiammingo spiazza e sorprende sempre.  Zenith di una tradizione autoctona (Ray Goossens, Abel Van Kerckhoven) e promotore di un’Accademia dell’animazione a Gand, la prima del vecchio continente: da quel laboratorio sarebbero scaturite le sue creazioni più incredibili e allievi che divennero professionisti di altissimo livello.
Il segno principale di Servais è il disconoscimento di un solo genere, l’evoluzione costante (avanguardistica) nella tecnica mai disgiunta però al significato dell’opera stessa.
Nel suo caso il tempo, malgrado la confusione odierna, è stato rivelatorio: i suoi lavori conservano un’originalità e una modernità intrinseca. Anche la tecnologia contemporanea è venuta incontro a questo tipo di creatività: una piattaforma multimediale come You Tube sembra il contesto ideale per i cortometraggi; malgrado i clic sui suoi film siano infinitamente inferiori rispetto alle morbosità trash proposte dalla rete, l’opportunità di ammirarlo con un semplice pc resta un privilegio dell’era informatica.
“Chromophobia” è essenziale per introdurci al suo metodo in perenne mutazione; graficamente è un’anticipazione incredibile (1965..) dei videogame, liricamente è un inno alla libertà e alla fantasia. Descrivere invece “Sirene” è impresa impossibile: condensa in nove minuti e mezzo una metafora dolorosa e soave, che coniuga magia e crudeltà, anarchia e oppressione. Un capolavoro assoluto. Con “Goldframe” l’artista virò verso un divertissement pop, beffardo e ironico; all’insegna di una forma libera da qualsiasi canovaccio (molto jazz…), introdusse i dialoghi e un ritmo molto americano. Ogni passo è un’ideazione progressiva, con la capacità di portare più in là il limite della ricerca; “Operation X-70”, claustrofobico, surreale (“Please Sir, I can’t shoot angels!”), baconiano, pare uscito dalla penna distopica di uno degli apocalittici del Novecento. Il mondo dei vinti è invece raffigurato con il tratto espressionista di un Permeke nella parabola di “Pegasus”, che narra l’alienazione di un vecchio di fronte alla morte della cultura contadina. “La Notte Dei Cartoni”, quella volta su Italia Uno, ci introdusse allo Stregone con “Harpya”: come un Magritte in bad trip, un angosciante, spaventoso teatro degli orrori premiato con la Palma d’Oro a Cannes. L’atmosfera da incubo, minacciosa, fu ottenuta con un procedimento originalissimo (mai più ripetuto così) che mescolava le immagini degli attori alle animazioni.
I cambiamenti continui sembrano cancellare metodicamente le certezze acquisite nel passato, come affermò un critico cinematografico: “Potremmo dire che ogni film di Servais non è solamente anti-Disney, ma anche contro se stesso nel suo rifiuto di ripetersi”.
Proprio in questa ottica dopo il lungometraggio “Taxandria”, un esperimento che ebbe tempi lunghissimi di lavorazione (quattordici anni!) e responsi contrastanti, il Maestro approfondì lo studio della Servaisgraphy con l’incantevole “Papillons de nuit”. Ricreò i dipinti di un altro grandissimo delle Fiandre, Paul Delvaux, in un insieme orgiastico di colori sospesi. Il bianco e nero poi, a confermarne l’essenza camaleontica, fu la nuova avventura.
Il suo esordio con il computer riverbera anche nel nuovo secolo un mantra imprescindibile dell’arte di Servais: si appropria dell’era digitale, come qualsiasi altra rivoluzione stilistica, scavalcandone i limiti e personalizzandola fino alle conseguenze più estreme. L’immaginazione, innanzitutto. “Atraksion” (2001), realizzato missando il live action alle scenografie disegnate, è criptico, visionario, inafferrabile ed è l’ennesima eredità regalata da un genio. A cui fu chiesto un frammento per “Fuyo no hi”, lavoro collettivo nipponico (assemblato da Kihachiro Kawamoto) comprendente altri trentaquattro autori. Il gesto fu un omaggio, l’ennesimo, al più grande artigiano dell’animazione europea. Buona visione.

Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
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