Coca di provincia

11 Luglio 2008 di Stefano Olivari

In Italia il doping di squadra non esiste, come tutti sanno (sarà perchè per anni gli amici dell’Acqua Acetosa nemmeno l’hanno cercato), ma la cocaina impreversa con percentuali da ordinaria discoteca. Soprattutto la usano giocatori in declino, non appartenenti a grandi club, meglio se operanti in provincia senza migliaia di dementi sfaccendati pronti a rovesciare cassonetti in loro difesa. A febbraio scadranno i due anni di condanna di Flachi, mentre è arrivato il turno di Mark Iuliano, risultato positivo alla benzoilecgonina, un metabolita della cocaina, dopo la partita del Ravenna contro il Cesena. Forse c’è stato un errore, forse davvero l’ex difensore della Nazionale e della Juventus si è aiutato a sopravvivere alla tristezza di un Ravenna-Cesena di serie B (peggio, il suo Ravenna è anche retrocesso), forse davvero Iuliano è entrato in questo magico mondo da poco: il punto è che abbiamo visto con i nostri occhi, quando eravamo giovani e non stavamo in casa con il plaid sulle gambe a seguire le immagini sgranate del campionato russo, giocatori di grande fama e dalle grandi narici. Mai, ripetiamo mai, risultati positivi all’antidoping nemmeno quando per sfiga venivano sorteggiati. Molti medici sportivi spiegano che con una viscosità del sangue normale bastano tre giorni per far sparire ogni traccia di coca, mentre altri loro colleghi sostengono il contrario. Non siamo scienziati, ma mediocri osservatori: quindi osserviamo che la coca nel calcio esiste solo in provincia.

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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