Classica e sportiva

12 Maggio 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
Tempo di finale occidentale finalmente, l’Nba rispettando il copione di un reality scapigliato ci offre lo showdown più classico e bizzarro della costa pacifica. LA contro Phoenix è una saga che ci accompagna da decenni e curiosamente lo fa rispettando le solite caratteristiche genetiche della contesa.
I Lakers arrivano alla supersfida con la consapevolezza e l’arroganza dei campioni, i Suns con il sentore di essere nel bel mezzo di una missione speciale. Le differenze tra le due franchigie, materializzate brutalmente sui soffitti dello Staples e prima ancora del Forum, sono addirittura di tipo ideologico: se Hollywood ha significato, dopo gli incubi sixties della Gang Green, un’industria de luxe di anelli e All Star da parata, per il Team Arizona è sempre andato di moda il mood lisergico ed agrodolce dei magnifici perdenti. Nel dna dei Suns le imprese di fuoriclasse unici e bizzarri: il profeta Spencer Haywood, l’elettrico Paul Westphal (uno dei bianchi più negri nella storia del gioco), l’arresto sinistro e il tiro destro del setoso Walter Davis (migliore guardia dei Tar Heels prima del 23). Le mani da Rostropovich di Apatia Adams (mai più vista un’apertura di contropiede, dopo il Rodman, così fulminea), l’uomo molla Kevin Johnson e il bomber Tom Chambers (white man can jump!); la Cosa Chuck Barkley e Giasone Kidd. Una lista niente male, roba da immediato tuffo al cuore, ma anche la pugnalata metaforica di una squadra da sempre bella e impossibile; ormai abituata ai miraggi ingannevoli di quel deserto.
Un’odissea di opportunità mancate che fu inaugurata, guarda caso, da una lotteria: quell’anno, il 1969, una moneta scelse il numero uno del draft proprio tra John Drogonia e Milwaukee. In palio i servigi di un pivot di “discreto” talento, un certo Lew Alcindor; la fortuna arrise ai Bucks che pescarono il goat, la signora dai denti verdi morse invece i Suns due volte, visto che se lo sarebbero subiti (anche dopo lo spostamento burocratico all’ovest) per quasi quindici anni come pivot dei Lacustri e con un nome diverso (Kareem Abdul Jabbar naturalmente). Ecco dunque i ricordi di quei Soli a un passo dalla vetta, ma incapaci di spiccare l’ultimo salto verso quel maledetto pennone con la scritta “world champions”; dei frammenti passati con i rivali di El Ei ricorderemo le rare puntate fortunate. Per esempio la cavalcata dantonesca del 2006 vinta alla settima, dopo la spaventosa performance del Mamba in gara6 con quella tripla decisiva di Tim Thomas; o lo spauracchio tremendo della Banda Barkley (sulla strada per le Finali 1993) che rischiò il tracollo opposta a una Città degli Angeli decadente ma volitiva (Divac, AC Green, Worthy). A salvarli (nella bella) ci pensò la magia stravagante di Oliver Miller, i polpastrelli delle dita più incredibili capitati in un corpo condannato alla pinguedine eterna: altro profilo psicofisico (da deviante) perfetto per la canotta bianco arancio e blu.
Appaiono proprio mondi opposti e paralleli, i due regni, riassunti involontariamente dalla Le Guin di “Dispossessed; an ambiguous utopia”; il classico (?) libro di fantascienza che spiega meglio di un trattato di sociologia il divenire dell’umano. Proprio come in quella novella, Urras (i Bryanteers) è il mondo del benessere, dell’opulenza e degli sprechi; Anarres (Nashville…) è quasi desertico, il paese giusto per fondare un’utopia creata sulla sopravvivenza collettiva. Perchè il duello 2010 si annuncia mitologico, soprattutto nel suo prologo: l’essenza starà tutta nello start, come si conviene a due ideali di basket basati sul dinamismo più esasperato. Pensiamo infatti che la battaglia diventerà guerra solamente se i Fenici, nei primi due episodi, riusciranno a sabotare con la loro sabbia i meccanismi della macchina gialloviola. I Jacksoniani, alle prese con l’evangelizzazione della triangolo, instaurano la fase offensiva sulle spaziature; gli altri, quelli del run and gun postatomico, la fondano sul timing accellerato dell’esecuzione. Sono due dei tre attacchi più belli e funzionali dell’universo, l’altro (in attesa magari di incontri futuri) evolve a Disneyworld in Florida: il fronte losangelino deborda di talento, alle prese con un personale superdotato dal punto di vista tecnico e atletico.Ha nel Gesù catalano l’interprete ideale, il giocatore che meglio ne gestisce gli angoli di passaggio e le distanze con i compagni; dispone del quoziente intellettivo dei suoi protagonisti, diventa quindi sontuoso quando riesce a coinvolgere l’inenarrabile Kobe nel ritmo sincopato dell’incontro. Vivrà tantissimo di prepotenza fisica rispetto ai cactus avversari, ma dovrà scegliere se ufficializzare il quintetto con Lamar Odom power forward per rincorrere la cinque per ventotto dell’Arizona; qui si inseriranno i celeberrimi mindgames di Phil Jackson.Anche se superiori, l’idea che Los Angeles debba giocarsi la gloria sulla specialità avversa (i centocinque di media) potrebbe inquietarli: allora, vivaddio, scenderà dall’attico Coach Zen allenando la contesa sul serio.Una suggestione è quella di momenti Artest su Captain Canada, per esempio; un’altra suggerisce tanti falli chirurgici per interrompere il flusso d’incoscienza degli…Odoniani.
Phoenix, nella parte dell’iconoclasta ribelle, sfoggia un Alvin Gentry di una saggezza sangenista; la disputa con i popovici l’ha letteralmente ribaltata sul piano strategico, forzando ulteriormente i bpm sui quarantotto minuti. Sul concetto predicato da Arsenio Lupin ha innestato un paio di tuttofare difensivi (Dudley e il leggendario Grant Hill), una seconda unità da assalto frontale (il Cobra mancino Dragic, Lionel Barbosa) e gli uomini giusti al posto giusto. Trattasi di Jason Richardson, che già a Nelson City fece faville, un Richard Jefferson capitato nell’eden: al volatile ex Bobcats vengono richieste solamente triple a volontà, esplosioni aeree verso il canestro e qualche diversivo in post. In un contesto del genere, così estremo, J-Rich è più efficace pure di LeBron James. Anche perchè il pensiero, l’esegesi di questa pallacanestro frenetica, lo fornisce l’incredibile Steve Nash: direttore d’orchestra be bop che stravolge il senso comune del gioco. I piccoli razzolano nell’area con incursioni pittoriche, i lunghi (o presunti tali) sparano da sette-otto metri; l’arma totale, l’Enola Gay, il canadese la sgancia con il pick and roll funky. Amare Stoudamire sarà fondamentale, in quanto kryptonite di Pau Gasol: se il fratellone di Marc gestirà male l’aggressività di Stoud, saranno maggiori le possibilità per Phoenix di far saltare il pronostico. In particolar modo contro un’anellata che protegge (benissimo) gli ultimi due metri del campo ma con alcune pause letargiche, autocontemplative, di troppo: i Suns hanno nel cannone il parziale che potrebbe stendere una LA bipolare; esaltandosi nelle rimonte improvvise, è compagine più pericolosa di altre nei finali punto a punto. Dal discorso tattico teniamo fuori Bryant, convinti che sbranerà almeno un incontro alla sua maniera: l’undicesimo anello val bene ogni tanto un quarto di improvvisazione solista, vero Phil? Lo spettacolo della Classica sta per cominciare…
Simone Basso

(in esclusiva per Indiscreto)

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