Che palle questa storia di Vigo

20 Giugno 2010 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
La più squallida partita degli azzurri nell’era Lippi ha regalato all’Italia un probabile secondo posto nel girone: giovedì contro la tristissima Slovacchia della famiglia Weiss basterà un pareggio, se il Paraguay confermerà contro la Nuova Zelanda la solidità mostrata finora. Le conferme sono state due: un attacco senza classe, dove un po’ di vivacità si è vista solo con l’ingresso di Camoranesi e Di Natale, e la paura dei giornalisti di esporsi anche solo in una critica educata.
Una sorta di sindrome dell’Ottantadue, come se nelle tre partite di Vigo l’Italia di Bearzot avesse giocato bene (tranne che all’esordio con la Polonia era stata in realtà peggio di quella 2010 contro i neozelandesi) e come se fosse obbligatorio prevedere il futuro: in tal caso nessuno farebbe il giornalista o l’allenatore, limitandosi a scommettere con l’iPad a bordo piscina. Il presente dice che nella nazionale delle mascotte inabili al lavoro le punte pagano l’assenza assoluta di creatività del centrocampo, che costringe i Gilardino e gli Iaquinta a giocare spalle alla porta. Il paradosso è che i centrocampisti, tranne un Marchisio da compitino, hanno giocato bene: Montolivo è stato il migliore in campo e vedeva la porta, De Rossi ha trovato buoni assist in profondità non sfruttati e si è guadagnato un rigore quasi inesistente (ma era forse irregolare anche il gol neozelandese).  
Senza la tiritera sugli assenti, visto che non sempre le ragioni delle esclusioni sono state tecniche, è evidente che un 4-3-3 funzionante deve avere come esterni Camoranesi sano (in alternativa a Pepe) e Di Natale dall’inizio. Anche solo un mezzo Pirlo davanti a Montolivo e De Rossi potrebbe mandare in porta Gilardino, Pazzini, Iaquinta, forse anche Gigi Riva a 66 anni. Troviamo invece tragica, anche in prospettiva, la difesa con l’eccezione di Chiellini. Inspiegabile come i resti di Zambrotta siano stati preferiti a Maggio, timidissimo Criscito che pure contro il Paraguay era piaciuto, sopravvissuto di puro mestiere Cannavaro che ha regalato a Wood l’occasione per un due a uno da terza Corea della nostra storia. Già che ci siamo, assurdo sacrificare Pepe come esterno di un 4-4-2: tanto più contro avversari al numero 78 del ranking Fifa.
La Slovacchia è davvero pochissima cosa, per qualità e intensità media, un vero spot contro il Mondiale a 32 squadre. Ma negli ottavi non sarà possibile presentarsi contro l’Olanda prendendo gol ad ogni pallone nell’area azzurra. Questo è il presente, con la squadra teoricamente di tutti gestita come se fosse uno strumento per regolare conti privati (propri e di altri). Il futuro magari sarà ancora denso di ‘po po po’, ma confrontando il girone 2010 con quello 2006 la differenza di qualità fra le due Italie di Lippi è evidente. Poco prima il Paraguay aveva fatto il suo dovere contro una Slovacchia che ha provato a difendersi abbassando il ritmo. Missione fallita, visto che ogni accelerazione dei sudamericani ha fatto male e che la peggiore squadra europea arrivata in Sudafrica ha chiuso i 90 minuti con un solo tiro verso la porta effettuato.
La Costa d’Avorio è stata imbarazzante, non solo perchè si è trovata di fronte il Brasile. (De)merito di un Eriksson bolso e poco coinvolto, al quale sembra non importi di quello che accade in campo (genere ‘incasso la marchetta e scappo’), ma anche di giocatori prima egoisti e poi volgari picchiatori-provocatori: l’espulsione di Kakà dopo l’oscena sceneggiata di Keita grida vendetta, per non parlare dei tanti interventi killer a partita ormai andata. Tutto questo non deve far dimenticare un Brasile sicuro, che ha rischiato pochissimo creando il giusto. Lunga vita a Luis Fabiano, il cui ‘fare reparto’ permette a Robinho di fare tutto e a Kakà di crescere come condizione senza che gli si chieda la luna (adesso per lui sicuro un turno di assurda squalifica). Dovesse farsi male la punta del Siviglia, pensavamo osservando la caccia all’uomo degli ivoriani, Dunga (per colpa unicamente di Dunga) dovrebbe scegliere fra Nilmar e Grafite: più logica la scelta del compagno di Giuseppe Rossi al Villarreal, anche se il centravantone ci esalta. Nella Selecao ottima tutta la difesa, con menzione d’onore per Juan che è uscito bene da alcuni uno contro uno insidiosi, sicuro Julio Cesar in questo momento numero uno al mondo, perfetto Elano nel muoversi a seconda delle imprevedibili scelte di Robinho. Se questo è il Brasile operaio, viva gli operai e viva il Brasile: poi anche Dunga ce l’ha con i giornalisti del suo paese, ma almeno quelli fanno domande.
stefanolivari@gmail.com
(appuntamento a poco dopo la fine di Spagna-Honduras)

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