Captain America

22 Luglio 2008 di Stefano Olivari

Non è vero che gli Stati Uniti hanno scoperto il calcio negli ultimi decenni, al di là del fatto che nel primo Mondiale la selezione guidata da Robert Millar ottenne un brillante terzo posto (asfaltata solo in semifinale dalla straordinaria Argentina di Stabile, Monti e Ferreyra), però è vero che Claudio Reyna è stato il simbolo della rinascita di un calcio a stelle e strisce che si è fatto rispettare in tutto il pianeta. Adesso Reyna giocatore non c’è più, avendo da poco annunciato il ritiro definitivo in una commovente conferenza stampa alla St. Benedict’s Academy (la high school cattolica di Newark con cui fu due volte giocatore americano dell’anno: scuola dove si sono formati altri nazionali come Berhalter e Ramos ed in generale famosa per il calcio, anche se lì ha giocato la guardia dei Denver Nuggets J.R. Smith), per problemi ai legamenti del ginocchio e soprattutto alla solita schiena. I New York Red Bulls faranno a meno di lui solo in campo, visto che rimarrà come consigliere in un ambiente dove si sente di casa non solo perché direttore sportivo è l’amico Jeff Agoos, suo ex compagno di nazionale. Una curiosità è che i Red Bulls l’avevano scelto come ‘designated player’: in pratica ogni team MLS ha la possibilità di giocarsi un nome che non rientri nel conteggio del salary cap (che è di 2 milioni di dollari totali, forse i presidenti della serie B italiana non lo sanno). Avrà più tempo per la moglie, anche lei nazionale statunitense, Danielle Egan, e i loro due figli. Ha assicurato che non sarà un Brett Favre, riferendosi al desiderio del grande quarterback dei Packers di tornare in campo, ma a 35 anni non si può mai dire. Ha ringraziato tutti quelli che l’hanno aiutato a diventare un professionista, primo fra tutti il padre (originario dell’Argentina, mentre la madre è di famiglia portoghese), e ha ricordato quando negli anni Novanta i calciatori americani venivano derisi dagli addetti ai lavori europei: per questo il fatto di essere stato il primo statunitense capitano di un club professionistico europeo (il Wolfsburg, nel 1998) è qualcosa che vale tantissimo. Glasgow Rangers, Bayer Leverkusen, Sunderland, Manchester City, ma soprattutto quattro fasi finali di Mondiale (1994, 1998, 2002 e 2006), due Olimpiadi (1992 e 1996), 112 presenze totali. Ma veniamo all’unica cosa che ci interessa. Ad USA 1994, nella nazionale allenata da Bora Milutinovic, Reyna non riuscì ad essere la stella che era stata annunciata. Anzi, non riuscì proprio a scendere in campo nemmeno per un minuto a causa di un infortunio. A Francia 1998, con Steve Sampson allenatore, Reyna giocò con la Germania, nella storica partita con l’Iran (persa due a uno, con lui che sullo zero a zero colpì una traversa) e con la Jugoslavia: tre sconfitte non proprio meritate, di sicuro tre prove di Reyna non all’altezza della reputazione. Nel 2002 finalmente un Mondiale giocato da campione, sotto la guida del suo guru Bruce Arena, che lo aveva allenato anche alla University of Virginia (Reyna è infatti, come quasi tutti quelli della sua generazione, un purissimo prodotto del calcio di college: nei suoi tre anni a Virginia fra l’altro vinse tre volte di fila il titolo di Division I). Assente nella strepitosa vittoria sul Portogallo di Figo e Rui Costa, presentissimo nel pareggio contro la Corea del Sud padrona di casa e nella sconfitta contro la Polonia, l’ex ragazzo del New Jersey tirò fuori una grande prestazione negli ottavi con il Messico: due a zero in 90′ di calcio violento, con gol di McBride e Donovan e grande ispirazione di Reyna, prima di piegarsi nei quarti di finale alla legge di Ballack. In quel quarto di Ulsan Reyna fu straordinario, venendo votato man of the match davanti al fuoriclasse tedesco. Del 2006 si ricordano tutti, non fosse altro che perchè il girone era quello dell’Italia: tracollo con la Repubblica Ceca, lottatissimo pareggio proprio con i futuri campioni del mondo (vantaggio di Gilardino e autogol di Zaccardo, nella partita giocata peggio dagli azzurri di Lippi al di là dell’espulsione di De Rossi per gomitata a McBride: va ricordato anche che di lì a poco furono espulsi anche Mastroeni e Pope), e ultima battaglia mondiale, anche per un Reyna con problemi al ginocchio (colpevole per il gol di Dramani e sostituito prima dell’intervallo), contro il Ghana terminata con sconfitta ed eliminazione anche grazie all’assurdo fallo da rigore fischiato da Merk ad Onyewu. Per citare Agoos: ”Claudio ha alzato il livello degli obbiettivi del calciatore statunitense medio, che grazie a lui ha capito di potersela giocare alla pari con tutti”. Insomma, ha alzato l’asticella: cosa che a volte è sufficiente per il salto di qualità, quando c’è dietro un movimento (si pensi a Velasco con il volley italiano di fine anni Ottanta). Captain America, soprannome che gli fu dato in Inghilterra, ha aperto la strada: per questo è più importante di chi, magari più bravo tecnicamente di lui, l’ha semplicemente percorsa o la percorrerà.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it
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