Breve fuga dal robotennis

21 Giugno 2014 di Simone Basso

Il rito di Wimbledon è alle porte. Sempre più un’isola nell’isola – la definizione (felice) è di Mario Soldati – chiude quasi crudelmente, perchè come l’estate bergmaniana passa subito, la parentesi verde. Viviamo ormai la prima settimana dei Championships, quella che più si avvicina alla tradizione, coi prati intatti, l’erba scivolosa e i rimbalzi incerti, nemmeno fosse l’ora d’aria (e di gloria) di chi non si è ancora rassegnato al robotennis. Per farla breve, a seconda dell’annata, un’illusione o un’allucinazione felice.

Ci si arriva con una domenica, la scorsa, all’insegna del tie-break: cinque parziali su cinque, nelle finali maschili, sono stati decisi dall’invenzione geniale di Jimmy Van Alen. Il fascino del gioco su erba, che vive sul filo (…) instabile del rischio e dei gesti brevi, è stato spiegato benissimo nelle due rifiniture. All’All England Club le dinamiche saranno simili ma non troppo: laggiù il lolium perenne, che assicura meglio il contenimento da fondo campo, impera. Dunque diverranno decisivi due fattori, uno ieratico – il sorteggio – e il secondo parecchio “british”. Il clima meteo, che tante edizioni ha indirizzato, farà il bello e il cattivo tempo… L’alta pressione, poco inglese, il caldo e il secco, riducono i manti piano piano a erba battuta. La pioggia, l’umidità, oltre a costringere il Centrale all’indoor, rendono più scorrevoli e infide le traiettorie delle Slazenger.

In Germania, nel regno di Gerry Weber, si son viste cose interessanti. In primis, il trionfo discount di Federer: le meraviglie Atp nell’era dello star system, un meccanismo che permette di vincere un 250 giocando tre (!) partite. Un simil eight-man invitational degli anni Settanta, quelli che hanno falsato per sempre il conto storico dei tornei vinti… Il Mago Merlino, nell’epilogo, era opposto a un ottimo Falla, ricordo agrodolce di un primo turno traballante (nel 2010) a un passo dall’eliminazione, il peggiore di sempre nel giardino di casa. Un buon Rogi comunque, al settimo sigillo in Sassonia, che d’incanto illustra il manuale dell’erbivoro perfetto. La prima (di una varietà clamorosa se paragonata agli standard odierni) e i colpi al volo e di controbalzo, istintivi, sontuosi; il resto, ciò che lo porterebbe all’ottava affermazione, ancora non si intravede. Avrà le gambe per reggere tre ore di bordate?

Sempre ad Halle, curiosa lezione erbivora di Dustin Brown a Rafa Nadal. Nella sostanza tutt’altro che imprevista, ma non così, nella forma: un campionario di serve and forehand con numeri balistici assurdi… Il rasta teutonico, il dì seguente, ha dato spettacolo pure contro Kohlschreiber, in quella che – a Giugno inoltrato – rappresenta una delle nostre candidature a incontro dell’anno: le rimanenti sono Federer-Djokovic a Dubai e Nadal-Murray in quel di Roma. Eppure, se supera la vernice ed evita le mine vaganti (Kyrgios per esempio), il manacorino ci sarà. Anche se, seppur terba, il margine rispetto alla concorrenza – sulla superficie meno amata – è ai minimi termini. Perchè, al meglio del tre su cinque, solo lui e Nole Djokovic occupano al meglio le piccole finestre temporali che modificano, ribaltano, una contesa.

Enigmatico, con al fianco Amélie Mauresmo nel ruolo di coach, l’Andy Murray che difenderà il titolo. Il campione in carica, che solo in caso di sconfitta (ri) diventerà scozzese per i media locali, deve sistemare soprattutto la tenuta atletica. Il resto, con quei rovesci (al plurale: bimane di manovra meciresca, one handed volleatorio e in back), è nelle sue corde. Al Queen’s aveva pescato la pagliuzza più corta, materializzatasi nel panda Stepanek, esponente di un tennis offensivo (stile Ottanta…) in via di estinzione.

A proposito, l’ultimo atto del prologo londinese, la finale degli sciupafemmine, è stato il palcoscenico dell’ennesimo psicodramma con racchetta. Feliciano Lopez, altro animale raro del serve and volley, nonchè una delle vittime principali dell’omologazione, se avesse vinto sarebbe stato l’ottavo ultratrentenne a imporsi in un torneo del 2014. Invece ha perso, come è nel suo dna, a un centimetro dal traguardo, dal Dimitrov che aspettiamo da almeno un lustro ai massimi livelli. Colpi naturali quelli del bulgaro, il servizio, il diritto, la classe cristallina che riluce in alcuni frangenti. Vedremo se il signor Sharapov, il Federer dei meno abbienti, saprà liberarsi della sindrome di Richard Gasquet. Ovvero il virus del grande talento che, ignavo, gioca a nascondino nel momentum delle partite che contano.

La lenzuolata degli outsider avrebbe più a che fare con le condizioni sanitarie, psicofisiche, degli stessi. Del Potro, semifinalista dodici mesi fa, chissà quando lo rivedremo… Tsonga pare declinante, Janowicz – rivelazione annunciata l’anno scorso – è reduce da un infortunio. Idem con patate per l’evanescente Tomic. Raonic, dotato di alabarda per gli aces, non ci sembra (ancora) con la manina adatta a disegnare le variazioni necessarie (i tagli) al suo power tennis. Poi, se Giove Pluvio sciopera, anche uno come il canadese di Podgorica, che colpisce piatto e strapotente (vedi Berdych 2010), potrebbe andare lontano. Meglio, in teoria, l’iperviolenza geniale (“Sta mano po esse fero o po esse piuma…”) di Ernestino Sparalesto Gulbis: magari non un corridore da corse a tappe, ma spauracchio autentico dei big se affrontato presto. Il primo svizzero della classifica mondiale, Stan Wawrinka, parte a fari spenti: la condizione ideale per chi soffre le luci della ribalta. Il draw e l’arrivo della seconda settimana potrebbero aiutarlo. Stessa storia per Ken Nishikori, il cui tennis di pressione ci sembra adatto al verde estinto degli ultimi dì a Church Road…

Una situazione di equilibrio precario, tra i favoriti, che contrasta con la storia (recente) di Wimby col quattro. Nel 1984 ammirammo il miglior John McEnroe di sempre in una serie di allenamenti agonistici: il ruolino di marcia della stagione, la domenica del terzo (e ultimo…) trionfo, recitava un impareggiabile 52 a 1. Per il genio dell’impugnatura Continental unica sconfitta al Roland Garros, la finalissima bella e crudele contro Ivan Lendl. Dieci anni prima fu la consacrazione di un mancino lottatore, Jimbo Connors, nell’annata della carriera, dei tre Slam disputati e vinti. Considerando il Federer 2004 e il Sampras 1994, due fenomeni all’apice, si rimane basiti di fronte all’incertezza di oggidì. Che però produrrà divertimento e sorprese: da lunedì – menù fisso – gesti bianchi e fragole con panna.

(per gentile concessione dell’autore, articolo oubblicato il 20 giugno 2014 da Il Giornale del Popolo)

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