Brandon di qualità

6 Ottobre 2008 di Stefano Olivari

1. L’esclusione di Capo d’Orlando – dolorosa per la città, la tifoseria, i giocatori, i tecnici, i dirigenti, gli impiegati e anche perché era una bellissima favola – ha quale unico merito quello di restituire alla serie A una parvenza di credibilità e serietà. Sedici squadre sono un numero accettabile – forse anche un tantino alto, ma non gonfiato ad arte come a 18 – e le due retrocessioni trasformeranno il nuovo campionato in una battaglia tecnica senza esclusione di colpi. Il blitz dei piccoli club che avevano provato a imporre un campionato senza retrocessioni è stato sventato. In una drammatica assemblea di Lega, venerdì scorso, i grandi club erano riusciti a dare un contentino ai peones: una retrocessione se Capo d’Orlando fosse stata salvata sapendo che sarebbe partita con una penalizzazione enorme; due se il campionato è a numero pari di squadre. Hanno vinto i grandi club. E ora via alla battaglia perché roster alla mano diremmo che non rischiare la retrocessione sono senza dubbio al massimo nove squadre: Siena, Roma, Milano, Treviso, le due bolognesi più Pesaro, Avellino e Cantù. Ma almeno le ultime tre non ci giurerebbero.
2. Il presidente di Lega, Francesco Corrado è una persona rispettata, tutta d’un pezzo per il quale è facile nutrire affetto. Sta gestendo la Lega con lo spirito del crociato e si batte come un leone per dimostrare che i club sono uniti. Ma i suoi associati parlano, parlano tutti troppo e certi segreti hanno le gambe corte. Ha detto che tutti i club si sono resi conto che bloccare le retrocessioni non sarebbe stato intelligente e per questo non si è neppure votato. E invece l’hanno fatto e se la mozione non è passata è solo perché non ha raggiunto il quorum necessario. Contro le retrocessioni si sono espressi in otto o nove non è chiaro, in quattro si sono astenuti, due proprietari hanno litigato di brutto. Insomma, non è una lega unita, non lo sarà mai, non potrà esserlo in nessun caso. Corrado resiste perché ha buoni attributi ma l’hanno voluto lì perché permettesse ai proprietari di avere un nome da spendere e da mandare avanti ma poi le decisioni sono collettive. Il problema è che quando gli interessi di ricchi e poveri sono in contrasto non si può più governare collegialmente. Serve un uomo forte. Ma nessuno lo vuole e forse non esiste nemmeno. Corrado è il più forte che si possa avere di questi tempi. Un club piccolo per salvarsi in un campionato severo come questo potrebbe aver bisogno di due giocatori in più da prendere durante l’anno. Ballano come minimo 400.000 euro. Se fossero state bloccate le retrocessioni quei 400.000 euro sarebbero restati in banca e magari uno o due giocatori sarebbero stati ceduti o scaricati risparmiando altri soldi. Alla fine tra un campionato con due retrocessioni e uno senza ballano almeno 600.000 euro. E due club retrocederanno comunque. Di fronte a queste considerazioni pensare prima agli interessi del movimento che a quelli particolari è davvero un’impresa. Ma Corrado alla fine il risultato con qualche affanno l’ha portato a casa. E pazienza se alle 18 di venerdì chiedeva ai suoi associati di non divulgare informazioni sul calendario della A a 16 squadre già consegnato e dopo due ore la prima giornata era nelle mani di un quotidiano e il giorno dopo nelle mani di tutti i giornali.
3. Da tutta questa vicenda altri spruzzi di veleno. Solo una e-mail di un ex giocatore siciliano in esilio a Copenhagen e fatta circolare in Lega, tra i club e infine tra i giornalisti ha sventato uno scandalo che però ci pare riguardi più il Coni che il basket. Nella commissione della Caera di Conciliazione e Arbitrato del Coni che avrebbe dovuto deliberare su Capo d’Orlando un membro era cugino di Enzo Sindoni, proprietario del club. Solo l’ingombrante e-mail ha svelato l’arcano e suggerito le dimissioni dalla causa in questione del cugino di Sindoni. Si è sfiorato il ridicolo. Ora Capo d’Orlando esce dalla giustizia sportiva e si rivolge al TAR. Qualcosa ci dice che la partita non sia ancora finita. Ma almeno adesso si parte.
4. Visto finalmente Brandon Jennings il baby-fenomeno di Roma che secondo le prime previsioni sui draft NBA dell’anno prossimo può entrare tra i primi dieci. Eravamo molto scettici sul ragazzino. In parte lo siamo ancora: a 19 anni senza avere mai giocato contro un giocatore maggiorenne come avrebbe potuto rispondere alla sfida di un campionato ricco di giocatori che non lo valgono sul piano del talento o su quello atletico ma sono più forti fisicamente, cattivi, esperti, smaliziati? Ma dopo averlo visto contro la Virtus Bologna molte perplessità se ne sono andate. Ora siamo solo curiosi di vederlo in campionato, in partite vere. A parte il prevedibile atletismo ha un arresto e tiro in controtempo a tre metri dal canestro virtualmente immarcabile. E’ un altro motivo di grande attrazione del campionato, nato sotto il segno della stalle ma con la forte possibilità che diventi invece il campionato delle stelle. Woods, Boykins, Jennings, Neal, Domercant. E parliamo solo dei nuovi.
5. Intanto è cominciata la preseason NBA e ha già giocato Marco Belinelli. Diamo a queste partite il peso che hanno ovvero nulla, perché i minutaggi sono fatti apposta per risparmiare i giocatori veri e gli allenatori usano i panchinari per decidere le rotazioni o persino gli elementi da tagliare. Ma al primo colpo il bolognese ha fatto 14 punti e ha tirato bene. Siccome in quintetto dopo le vicende estive da guardia gioca l’ala Stephen Jackson per fare posto a Corey Maggette come ala piccola, una guardia vera come Belinelli può trovarsi la strada spianata. Far bene in prestagione è il primo passo. Tra i compagni di squadra di Belinelli figura anche Dan Dickau che ha battuto tutti i record di guarigione. Ad Avellino aveva la schiena a pezzi e non poteva restare. Dopo 48 ore era a Oakland ad allenarsi. Non ha giocato contro New Orleans per scelta del coach, ma il fatto è sospetto. Dickau purtroppo era uno dei grandi colpi del mercato estivo. Alle volte puntando troppo in alto, si finisce molto in basso. Avellino ha ripiegato bene su un professionista come Travis Best ma la mezza fuga di Dickau è roba da altri tempi. Siamo curiosi di vedere Andrea Bargnani dopo un’estate di lavoro. Secondo testimoni oculari si è presentato al camp a quota 262 libbre, circa 121 chili di peso. Cifra che già fa paura. Poi dicono che in allenamento giochi costantemente vicino a canestro dopo aver lavorato nei camp estivi per costruirsi quel gioco ravvicinato che prima non ha mai avuto. In generale non siamo mai gasati quando un giocatore prende peso perché certamente può servire ma spesso genera infortuni, produce lentezza, fa perdere atletismo. Ma forse Bargnani è un’eccezione.

Claudio Limardi
claudio.limardi@gmail.com

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