Basileide

26 Gennaio 2012 di Fabrizio Provera

di Fabrizio Provera
Anche questo, un giorno, sarà bello ricordare. Viene spontaneo, almeno a noi che siamo malati, associare la prima vittoria della Bennet nella Top 16 (dopo la quasi impresa di Barcellona) all’epica di Virgilio, che racconta di immani sofferenze e di imprese capaci di sublimare l’essenza dello sforzo. In fuga dai grandi budget, assente per trent’anni dalla gloria della massima competizione europea, era evidente che il ritorno di Cantucky sarebbe coinciso con il dolore. Quel dolore che per 35 minuti effettivi, tuttavia, non fiacca neppure per un istante un pubblico capace di dimostrare l’immortalità di una certa idea della pallacanestro.
Cantù contro Zalgiris, ossia un’altra formazione che rappresenta l’orgoglio cestistico di una Nazione devota alla palla a spicchi (la Lituania), si gioca in pieno melting-pot cestistico. Il grande Zalgiris di Arvidas Sabonis, Khomicius, Kurtinaitis e in epoche seguenti di altri campioni, da Stombergas in giù, è oggi un esempio di meticciato lituano, serbo e statunitense. Che tuttavia infligge colpi duri ad una Bennet opaca per larga parte del match. Quella in cui Gianluca Basile, ancora lui, assume le sembianze di Enea. Compagni – sembra dire, prendendo per mano la situazione e alternando giocate individuali a piccole grandi cose per la squadra – in passato non siamo stati ignari di dolori. Ma voi che avete sopportato mali peggiori, sappiate che un dio porrà fine anche a questi. Compresi i fischi arbitrali, davvero inspiegabili, del terzo quarto.
Siamo passati vicino alla rabbia di Scilla e agli scogli mugghianti, alla gloria europea e alle soglie della sparizione societaria, abbiamo avuto esperienza della grotta del Ciclope: facciamoci forza, allentiamo la paura che rende tristi; forse un giorno sarà bello perfino ricordare queste prove. Cerchiamo di arrivare a fine partita attraverso diversi accidenti, e tanti pericoli: là i fati mostrano un luogo stabile di pace; là è permesso che Troia, quindi anche Cantucky, possa finalmente risorgere. Resistete, e conservatevi per quando le cose andranno bene. Parole che tuttavia non sembrano scuotere Micov, zero punti a referto in tre quarti, ancora una volta il vero termometro della Bennet.
E’ a quel punto che Basile da Ruvo di Puglia, al minuto 35, rientra in campo vestendo i panni di un novello Catilina. “Dovunque decidiamo di andare, compagni, il cammino deve essere aperto con il ferro. Quando si accende la battaglia, ricordate la ricchezza, l’onore, la gloria e la patria. Se vinciamo, col bottino abbondante, libereremo i municipi e le colonie. Se per paura cedessimo, le stesse saranno stimate contro, e nessuno, né luogo, né amico, ci proteggerà. Noi combattiamo per la patria, per la libertà, per la vita. Perciò con maggiore ardimento andiamo all’attacco, memori della primitiva virtù. C’è bisogno di audacia; nessuno, se non vincitore, mutò mai la guerra in pace. Infatti sperare salvezza nella fuga, dopo aver distolto dai nemici le armi di cui il corpo è protetto, è una follia. In battaglia il maggior pericolo lo corrono sempre quelli che più temono, l’ardimento è come un muro”.
Duemila anni dopo l’ultima battaglia di Catilina, questa volta è il muro del Paladesio a schiantare le velleità dello Zalgiris. Il momento in cui il dolce nettare di ambrosia ha il retrogusto del fiele, masticato per lungo tempo. Perciò, nel cuore di una Brianza e di una città (Desio) ferite dal malaffare e sfiorate dalla accuse di infiltrazioni mafiose nella politica e negli affari (la massima delle offese, per una terra dove la produzione e l’onestà sono sempre stati valori inscindibili), suggeriamo di lasciare un segno. Nel piazzale del palasport, largo Atleti Azzurri d’Italia, erigiamo – al termine di questa magnifica avventura – una statua a Gianluca Basile.
E nelle notti di freddo mettiamoci, in composta modalità di contrizione, Andrea Cinciarini: che impari, dal principe Basile, la nobiltà del silenzio mentre il pubblico amico ti fischia. Quando non c’è affatto bisogno di gesti di sfida o di scherno, soprattutto al cospetto del più devoto tra i pubblici. Impari, Cinciarini, che anche questi (i fischi) saranno belli da ricordare. Diversamente, si può sempre scegliere un’altra società e un altro modo di intendere la pallacanestro, e con esse la vita. E adesso avanti Cantucky, la prossima tappa di questa marcia gloriosa – mai scissa dalla sofferenza- si chiama Maccabi Tel Aviv. Colonia 1982, e il naufragar ci è dolce in questo mare di rimembranze cestistiche. Che ci riempiono il cuore oltre la sterile nostalgia, perché Cantù e la tanto derisa provincia italiana (chiedete a Toti e Armani cosa pensano del calore della metropoli) hanno anche un presente.

Fabrizio B. Provera (26 gennaio 2012)

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