Aussie di seppia

1 Ottobre 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
Mondiali di ciclismo finalmente down under, ladies and gentlemen, a confermare la globalizzazione avvenuta anche nella pedivella. La strada che ha portato Cadel Evans in maglia iridata ci conduce al precursore Phil Anderson, l’All Aussie Boy che agli albori degli Ottanta divenne uno dei ras del plotone internazionale; la pista già nel dopoguerra espresse un fenomeno come Sydney Patterson, uno dei massimi polivalenti di sempre. Storicamente, se si pensa all’Australia, l’amarcord consente di rispolverare i ricordi gloriosi di due sfregaselle superdotati e pigrissimi.
Proprio in quel di Melbourne, nelle Olimpiadi “estive” del 1956, ci fu il suggello all’annata incredibile dell’elettrotreno di Forlì, Ercole Baldini. Arrivò alla prova in linea, che in quell’epoca giurassica era riservata ai dilettanti, sull’onda di una stagione eccezionale; raramente, nella storia dei puri, si era assistito a un dominio così pronunciato di un atleta. Se su strada fu un’iradiddio (dodici successi fino a quel momento), l’anello in legno lo portò alla fama assoluta. Tricolore ed iridato dell’inseguimento individuale, il 19 Settembre battè al Vigorelli il record dell’ora di Jacquot Anquetil… Di fronte a quindicimila milanesi estasiati divenne “il prossimo Campionissimo” e, almeno per un biennio, mantenne le promesse roboanti.
L’approccio tattico a Melbourne fu suggerito da un Maestro della scuola italiana come il cittì Giovanni Proietti: all’antivigilia della gara, il superfavorito della corsa si fece staccare appositamente (durante un allenamento) dai francesi.
Che abboccarono alla recita e resero dura la competizione dalla partenza; il tracciato, in un’era che non prevedeva informazioni facili, internet e trasferte veloci, fece il resto. Invece di un tavolo da biliardo, i corridori si ritrovarono su un percorso tortuoso che divenne massacrante a causa dell’afa: il finale fu quindi un film dalla sceneggiatura collaudata, quando il garibaldino Pambianco preparò l’assalto del fusto di Villanova. Proprio come all’Isola di Man, qualche mese prima, Baldini salutò la concorrenza spingendo un rapporto impossibile per gli altri: un giro e mezzo da fuoriclasse distanziarono il resto della truppa di un paio di minuti.
La cerimonia alla carlona, sprovvista di un disco con l’inno italiano, permise un epilogo struggente al trionfo dell’Ercole: la musica di Novaro e le parole di Mameli furono riprodotti a squarciagola dai paisà accorsi, maggioranza rumorosa, all’evento. Il forlivese, tanto per sottolineare il magico 1956, si aggiudicò pure il Nobel (..) del ciclismo di allora, il Trofeo Gentil, riconoscimento senza precedenti per un non professionista. Avrebbe bruciato le tappe anche nel circuito maggiore, firmando (nel 1958) la tripletta Giro, Tricolore, Mondiale; poi sarebbe arrivato un declino impietoso, oblomoviano. Proprio Fausto Coppi profetizzò, in tempi insospettabili, il tramonto precoce del suo erede: lo formulò osservandolo a tavola durante una cena, con il romagnolo nelle vesti di un insaziabile Pantagruel. Chissà cosa avrebbe detto l’Airone di Castellania di un altro talento scriteriato come Jan Ullrich…
Alle Olimpiadi di Sydney Rosso Malpelo giunse dopo l’ennesimo tour de force per rientrare nel peso forma prima della Grande Boucle: in quel 2000, alla Festa di Luglio, fece conoscenza con la sua nemesi texana.
Così ad Agosto, all’improvviso ma non troppo, fiorì l’ubermensch sognato dal giemme Walter Godefroot. Il fenomeno si verificò in Italia quando, alla stregua di un’aurora boreale straniante, Jan monopolizzò due corse del Trittico Lombardo: “regalò” la Tre Valli Varesine a Massimo Donati e il dì seguente, alla Coppa Agostoni, dovette prodursi in un numero dei suoi per raggiungere Lunghi e Simeoni in fuga. La vittoria a Lissone lo issò al numero uno della classifica mondiale Uci e il vernissage alla Vuelta (con ritiro incorporato) chiarì le intenzioni olimpiche.
Il taboga di Sydney fu caratterizzato dal suo strapotere: sulla salita di Bronte, con un padellone improponibile per i comuni mortali, promosse l’azione decisiva a trentacinque chilometri dal traguardo. Con la coda dell’occhio vide Kloden e Vinoukourov; li attese come un signore farebbe con i domestici, componendo un curioso trenino Telekom. Rintuzzarono il tentativo disperato della coppia Mapei Bartoli-Bettini, che arrivarono a cinquanta metri dalla litorina, gestendo le forze nell’ultimo giro. A tre e mezzo dall’arrivo, Kaiser Ciofanni sgassò via con una facilità imbarazzante e si liberò della plebe: sul podio, sorridente e magrissimo, sembrò veramente il re del mondo. In quei giorni il suo vecchio capitano Bjarne Rijs dichiarò: “Riuscisse a rimanere in forma e concentrato per dodici mesi, con quel potenziale atletico ancora inesplorato, farebbe cose inimmaginabili…”.
Veniamo all’attualità, al primo arcobaleno assegnato nell’emisfero australe; si inaugura una nuova formula con la partenza in linea da Melbourne e, all’ottantacinquesimo chilometro, l’entrata nel circuito di Geelong. Un tracciato nervoso, tutt’altro che propizio ai Cavendish, che propone un paio di strappi secchi (fiamminghi..) e discese kamikaze. Pochissimo tempo per respirare, predisposizione al lavoro lattacido, capacità tecniche nella guida del mezzo e, last but not least, un rettilineo d’arrivo con un tratto al sei per cento. L’identikit del bounty killer ha tre preferenze assolute: Philippe Gilbert, il numero uno contemporaneo della specialità, Oscar Freire, l’incubo di tutti allo sprint, e Fabian Cancellara, l’unico con la cilindrata per proseguire la tradizione solista di Baldini e Ullrich.
Il resto segue a distanza considerevole, ma le opportunità tattiche potrebbero proporre (al solito) scenari inediti:
l’ultima curva che introduce a Moorabool Street, per esempio, sembra l’ideale per “motociclisti” come i Sanchez iberici e il nostro Nibali; il ruolo di outsider non rovinerà i piani dei vari Boasson Hagen, Pozzato, Kolobnev, Bole, Feillu. Della tribù dei velocisti, a parte il minaccioso Oscarito, dovrebbero essere competitivi Tyler Farrar, Thor Hushovd e (forse) Andrè Greipel. Un discorso a parte lo meritano la formazione di casa, che celebra una festa, e un enfant prodige. Gli australiani, al contrario di belgi, spagnoli ed elvetici, saranno l’unico squadrone che attaccherà senza remore: lo faranno per celebrare l’onda lunga di un movimento che ha sorpassato tante nazioni storiche (Francia e Olanda su tutte..); ma anche per stravolgere un canovaccio che prevede il dominio della triade già elencata. Attenti dunque al campione uscente Evans e a pericoli pubblici del calibro di Goss e Davis. Dovessimo scommettere sulla giovinezza, punteremmo i dobloni su Peter Sagan: lo slovacco, che a vent’anni dovrebbe avere ancora troppi denti da latte per l’impresa, tra qualche stagione monopolizzerà la scena.
Seguiremo divertiti gli intrighi del plotone, in una competizione stupida e bellissima, dal fascino perverso e immortale anche se dovesse vincere l’Ottenbros di turno.
In alcuni tratti panoramici, osservando le strade di Geelong dall’alto, ci tufferemo come gabbiani nell’insenatura marina della Corio Bay: quando in Italia sarà domenica mattina, nella terra dei Wautharong festeggeranno il nuovo campione. Su quel podio, che sublima la vita e i sogni di un atleta, saliremo idealmente anche noi.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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