Asini al potere

1 Maggio 2017 di Oscar Eleni

Oscar Eleni dalla tenuta vicino a Viterbo dove Andrea Lo Cicero, ex campione del nostro rugby e, come tale, più invidiato adesso, nel suo stesso mondo, tipo PD, perché è diventato re dei giardini, vincitore del caos come madame De Barra a Versailles, protagonista, con altri allevatori, del rilancio dell’onoterapia. La rivincita dell’asino che regala latte, serve al turismo quasi più dei cavalli, è importante nelle terapie, ancora più importante nella tenuta chiamata la “Terra dei bambini”. Siamo andati da Lo Cicero non tanto per annusare i suoi bei fiori, ma per fargli adottare i troppi asini che in questo momento vorrebbero fare del basket un altro sport. Non li ha voluti. Peccato. Tocca a questo basket rumoroso, rugoso, tenerseli come l’ultimo turno di campionato, quello che domenica deciderà il tabellone play off, fissato, ben fissato come chiodi in una bara mediatica, alle 20.45.

Per adesso teniamoci quello che ha dato alla patria irriverente il baskettino di oggi senza gloria europea per i club dopo il quarto posto della Reyer nelle finali scritte di Tenerife per la coppa FIBA dei presunti campioni che paga alla prima classificata un premio che all’ULEB considerano di consolazione, lo mettevi insieme vincendo nel torneo che porta alle finali turche, 30 mila euro per ogni successo. Teniamoci il loro basket, quello che saluta con un buffetto il ritiro di Bulleri e Righetti, ultime medaglie olimpiche, quello che teme di rivedere Bargnani in una palestra di Azzurra fare lavoro differenziato con il solito preparatore dei muscoli che non trova spazio nella mente di un mago che forse non ha mai fatto davvero magie salvo che a Treviso. Teniamoci questo sport diverso dell’uno contro uno esasperato, dell’uno contro tutti, anche contro lo stesso giocatore, che ha mandato fosforo al piano di sotto nel campionato di A2 che, per la cronaca, ha portato in tribuna oltre un milione di spettatori, prestando Cavaliero a Trieste, Cinciarini uno alla Fortitudo, Stefano Gentile alla Virtus Bologna.

Fine corsa per Cremona condannata dalla nemesi, dall’Attilio Caja che qualche debito lo aveva, per la verità, anche con Varese, ma poi ha pensato che era meglio perdonare piuttosto che andare a sciare o stare in tribuna ad ascoltare le puttanate dei “rinnovatori”, i finti rivoluzionari che in lega fanno il vocione, ma poi a casa loro mettono la coda fra le gambe e si lasciano confinare nei soterranei, in palazzi venduti come arene sportive invece che come mercato boario. In Francia lo facevano. Si giocava al mercato. Adesso hanno tutti case moderne e, se volessero, potrebbero anche dominare fra i club. Per ora hanno altri progetti, ma le loro Nazionali valgono. Da un po’ di tempo. Mentre qui cercavano un altro basket loro qualcosa hanno dato, hanno fatto. Cade Cremona con tutti i filistei che l’avevano confusa. Non è colpa di Lepore, come non lo era di Pancotto. Sbagliate le scelte. Un abbaglio. Chi non ne ha presi.

Trento ha dovuto rifare la squadra tre volte, una per averla sbagliata, una per colpa degli infortuni, la terza che vedremo nei play off. Ci riesce dalla promozione di tre anni fa. Non credete a chi vi dice che è un caso, a chi pensa che Buscaglia piaccia a tutti perché non fa l’attore, non recita, non pensa ad altro che al lavoro da fare per le Aquile. Qualcuno si è anche chiesto perché è stata data a lui la Under 20, a lui che non ha tirato fuori nessun giovane italiano: inutile parlare di Flaccadori, del Baldi Rossi rigenerato, come se in giro ci fossero maghi. Allora spazio al Luminati di Pesaro, quarto ai nazionali Under 20, ma anche miglior allenatore in una rassegna che premia i progetti di Moncalieri, tiene la Virtus Bologna sotto di un gradino, ma sempre in alto, la Stella Azzurra al terzo posto, una finale di Roseto dove Moncalieri ha dato anche l’MVP Kaspar Treier, certamente il migliore anche se il 2 su 10 da 3 nella finale ci dice come funzionano oggi certi ragionamenti sui giocatori, quelli fatti e quelli in via di sviluppo. Speriamo di vederli tutti in alto i prescelti per il quintetto ideale, dal Nikolic della Stella a Zampini, altro di Moncalieri, Serpilli pesarese, Pajola virtussino. Ne abbiamo bisogno, anche perché avrete visto che a livello internazionale i nostri giovani talenti li notano in pochi. Certo non a tutti capita di andare a prendere un Doncic, da noi vanno sul sicuro, salvo poi scoprire di aver preso bufale.

Dicevamo dell’unico verdetto certo. Sul primo posto di Milano non apriamo neppure il discorso, sul meritato playoff guadagnato da Venezia, Avellino, Sassari, Trento e Reggio Emilia, potrebbe essere questo l’ordine in classifica nel nostro vedo e stravedo, vi faremo sapere fra sette giorni. Tutte, sia chiaro, sono inferiori a Milano. Ma dopo averne visto certe fotocopie in eurolega e nello stesso campionato hanno il diritto di sentirsi almeno Davide in questa vicenda dove il Golia vestito Armani ama complicarsi la vita.

Pesaro salva, ancora una volta, all’ultimo respiro. Avevano lasciato una barca sugli scogli. C’è voluta fede, quella di un albanese adottato dalla città, quello dell’Ario Costa sfinito dalle calunnie, dalle critiche, forse anche dal dover rimediare a qualche errore. Una società gloriosa, grande per risultati, impegno, che ora verrà messa nelle mani del sindaco perché l’Amadori che l’ha portata in salvo ha deciso che si fa troppa fatica a resistere in uno sport come questo. Dove il professionismo è da operetta, ma costa come se fosse davvero roba da Scala. Se ne parla da anni di far cambiare lo status. Per la verità sono anni che si parla di tante cose e nella opulenta Lombardia pensate a cosa è successo ad ogni livello. Non ci fosse stato Armani. Qui sta per sparire una società come la GEAS che nella femminile ha vinto tutto, ma la cosa interessa a pochissimi e quei pochi non hanno una lira. Ci vuole coraggio, servirebbero consorzi dove la gente aiuta e non ci entra soltanto per discutere sulle mosse di un allenatore, sulla scelta di un giocatore.

Deve avere fede il dottor Papetti, ex giocatore di buonissimo livello per le due Milano, lanciando questa fondazione senza fine di lucro per sostenere i giocatori che a fine carriera si sono trovati con poco o niente in mano. Li ha radunati alla Cappelli e Sforza per rivedere le tre finali scudetto, dopo spareggio, fra la Milano di Rubini e la Varese di Nikolic. Una storia rimessa insieme saccheggiando filmati, voci. Certo dopo l’esibizione di Milano a Pesaro anche con molta ironia nell’aria.

Tornando a Pesaro, incubo finito. A Capo d’Orlando in gita, Jones, uno da 27 punti contro Milano, già partito per la Cina. Con sollievo della Betaland che si gioca con Brindisi, Pistoia e Brescia i due posti nei play off che Milano inizierà il 12 maggio al Forum. Domenica Pistoia potrebbe eliminare dal gioco Brescia, battendola in quello che è il fortino di Vincenzo Esposito, mentre Brindisi impegnata a Venezia deve soltanto sperare che Varese non vinca fra le macerie di Torino. Tanta roba. La conoscerete in seconda serata. Hanno deciso così. Allora eccoci dall’asino capo, nel recinto della tenuta Lo Cicero, per farci suggerire le pagelle da primo maggio

10 Ad Ario COSTA e Spiro LEKA perché ci voleva ben più della competenza e della fede per portare questa Pesaro dagli scogli dove era stata lasciata al bacino di carenaggio dove, se non ritorna Scavolini, potrebbe anche essere smantellata.

9 A Paolo VITTORI, in ritardo, per il suo bellissimo trofeo Garbosi pasquale dedicato, come sempre, ai settori giovanili. Un grandissimo cestista, un eccellente maestro di sport. Magari è a gente come questa che ci si dovrebbe rivolgere pensando di dover rifondare, ricostruire.

8 A BRESCIA come società ben gestita, con dirigenti di qualità, per aver fatto sapere che Diana verrà riconfermato. Ci mancherebbe. Ora non fate come a Cremona dove riconfermarono Pancotto, ma non la squadra.

7 Agli eredi del grande Diego PINI che hanno deciso di tenere vivo il fuoco del Valtellina Circuit, un mondo tutto speciale per il basket che a Bormio e nella valle si rigenerava.

6 A BULLERI che sa benissimo di meritare un 9 in carriera, che sa benissimo di aver dato il meglio a Treviso, che conosce, meglio di noi, il suo cammino in Azzurra, una bella storia, nella speranza che possa aver capito perché il Bullo che giocava a Milano ci piaceva meno di quello allevato in Ghirada.

5 A TREVISO perché questa stupenda idea di riunire i vivai, quello di chi guida il basket di A2 adesso, quello lasciato in eredità dai Benetton, farà arrossire tanti piccoli dirigenti che in piccole città si fanno la guerra, che in grandi città guardano il dito e non la luna che viene indicata.

4 All’ULEB che con molta severità ha sospeso l’arbitro italiano Paternicò per gli errori commessi nei playoff, perché se da noi facessero così si troverebbero con partite senza direttori di gara, a meno di usare quegli apprendisti che almeno dovrebbero restare sul campo per portare acqua ai “colleghi famosi” invece di stare ad ascoltare i loro discorsi prima di alzare, quasi sempre male, la palla a due.

3 A TORINO per come sta finendo una stagione iniziata nella confusione. Conoscendo i protagonisti non siamo tanto stupiti, ma pensavamo che la manna trovata con la FIAT avrebbe fatto ragionare meglio chi comanda, chi vorrebbe dirigere tutto non avendone la competenza specifica. Fare il proprio mestiere è sempre difficile.

2 Ai CRITICONI che considerano un declassamento quello che si sono inflitti Cinciarini uno, Gentile uno, Cavaliero accettando di andare a giocare in A2. Intanto sono tre casi diversi e hanno scelto anche società con ambizioni diverse, ma la cosa vera è che per giocare bene devi sentirti bene. Prima di tutto giocare. Poi farlo bene. Forse non avrà fortuna nessuno dei tre perché la cruna della promozione è davvero troppo stretta, ma di sopra le cose scricchiolano e i revisori dei conti potrebbero aprire le porte a più di una pretendente.

1 Ad Andrea BARGNANI perché non riusciamo davvero a capire questo suo finale di carriera. Certo prima scelta. Certo milionario. Ma gli unici veri successi per uno che fa sport sono quelli sul campo. A parte Treviso, per lui terra dei fuochi. Ora non vorremmo che ci fosse troppa agitazione per riaverlo in una Nazionale dove non tanti lo aspettano a braccia aperte. Cominciando da Petrucci e Messina. O no?

0 Alla LEGA per l’orario dell’ultima giornata, per non aver chiesto alle associate perché alle finali nazionali Under 20 di Roseto c’era così poca serie A. Se davvero interessa il futuro dell’organizzazione, dello sport che dovrebbero ristudiare più che farlo diventare un’altra cosa, allora avranno scoperto che nessuna pianta nasce senza qualcuno che semini e pensi anche a far crescere. Se avessero tempo ve lo direbbero anche gli asini di Lo Cicero.

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