Armani e la parrocchietta spiazzata

4 Gennaio 2011 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Mai tornare dove sei stato felice, ricordano i saggi. Però Dan Peterson che torna ad allenare l’Olimpia Milano dopo quasi un quarto di secolo di inattività attiva ci commuove, siamo fatti così. Bieca operazione nostalgia, astuzia di marketing del maestro Armani, ombrello per Proli che avrà qualche mese per ingaggiare un allenatore da prima fascia europea, salutare scossa a giocatori convinti che in Italia sia impossibile fare meglio del secondo posto e peggio del secondo posto: tutte spiegazioni credibili del Grande Ritorno, ma senz’altro meno interessanti dei suoi effetti positivi sul basket in generale.

Se l’ingaggio di un 75enne, sia pure dal passato glorioso, ha guadagnato le prime pagine di quotidiani politici come non avevano fatto nemmeno tutti gli scudetti di Siena messi insieme questo significa che la pallacanestro italiana ha buttato via le ultime 15 stagioni. La sentenza Bosman ha infatti generato non solo da noi una perdita di identità e un professionismo da NBA sfigata che ha tolto interesse al campionato senza alzarne, anzi, il livello tecnico. Non è certo questione di stranieri o italiani, ma di gente che si senta coinvolta in qualcosa che duri almeno qualche anno. Non è quindi l’effetto nostalgia che ci fa ricordare meglio il roster della Scavolini 81-82 rispetto a quello dell’attuale, ma l’idea di qualcosa di rappresentativo e di coinvolgente. Non è un caso che alla domanda sui cambiamenti negli ultimi decenni di basket Peterson abbia risposto non con facili considerazioni tecniche (abuso di pick and roll, quasi scomparsa della zona, necessità del ‘quattro’ che tira da fuori, eccetera) ma citando la sentenza Bosman e i procuratori che fanno le squadre al posto dei direttori sportivi.


Per adesso l’effetto Peterson si è visto soprattutto a livello mediatico, per uno sport che ai tempi d’oro (il termine ‘heyday’ ci emoziona più di apogeo, non per esterofilia ma per il suono) di Peterson vedeva pubblicati sui quotidiani generalisti i tabellini della A2. Un aspetto davvero importante è che, stando ai commenti sui blog e sui siti dei giornali, ad entusiasmarsi siano tifosi di tutte le squadre. Non solo vecchi che non vanno più al palazzo ma anche giovani che conoscono solo il Peterson telecronista Sky e ultimamente SportItalia (noi purtroppo abbiamo l’età per averlo visto anche su Prima Rete Indipendente, prima del passaggio della NBA su Canale 5 nel 1981), non solo nostalgici ma anche giovani appassionati che non riescono ad appassionarsi a 20 secondi di masturbazione della palla seguiti da un gioco a due. Se gioco basic deve essere, tanto vale vedere quello dei fenomeni: senza senso di appartenenza mille volte meglio LeBron di Finley (peraltro bravissimo giocatore, ma vittima del sistema e del bolso esperto che fin da prima di Naismith ricorda che ‘ci vuole un regista’).


Nel basket non siamo tifosi di squadre, ma di persone come Dan Peterson e del gioco di chi prova a giocare senza nascondersi dietro alla retorica del players’ coach. Non perché siamo intelligenti, il motivo è solo che la nostra squadra è fallita trenta anni fa e che ne sopravvive in serie C Regionale una pallida erede che merita di essere seguita solo dai parenti dei giocatori (come in effetti succede) in una palestra al cui confronto quella dove giochiamo noi il sabato mattina sembra lo Staples Center. La storia della Pallacanestro Milano (qualcuno la ricorderà come All’Onestà, Mobilquattro o Xerox) dimostra infatti che anche negli anni d’oro della pallacanestro italiana fosse possibile fallire nonostante i soldi a palate del figlio del cumenda (Milanaccio era il Moratti Massimo degli anni Sessanta, ma più di terzo in serie A non arrivò mai: oggi del basket non vuole nemmeno sentir parlare) o dello sponsor mobiliere emergente poi affogato (Tino Caspani, che oggi è riemerso e nella sua sede hi-tech di Mariano Comense produce divani leopardati per russi e arabi), per non parlare di un entusiasmo popolare che infiammava il Palalido. Impianto purtroppo adatto alle dimensioni del basket di allora come a quelle del basket di oggi, non a caso Peterson è rimasto un gigante.

Fa male ricordare che quando un anno e rotti fa Chuck Jura è tornato in Italia e ci siamo permessi di portarlo (con l’amico Giorgio Specchia, che con noi condivide lo schifo per il basket senza identità) al campo della Pallacanestro Milano, l’ex fuoriclasse è stato accolto quasi con fastidio (mentre faceva gli auguri alla squadra un giocatorello si toccava le palle e uno degli allenatori, incapace anche di gonfiare un pallone, sghignazzava) da dirigenti che si lamentano di non avere mezza riga sulla Gazzetta. In proporzione come se Cruijff si presentasse oggi al campo dell’Ajax e De Zeeuw gli dicesse ”Vai via perché mi togli concentrazione”. Non è insomma un caso che questa squadra sia morta e che chi ne ha conosciuto da vicino i suoi protagonisti adesso la detesti anche da fallita.


Nelle nostre peripezie fra la varie categorie del basket italiano abbiamo incontrato gente incapace di organizzare una semplice amichevole di vecchie glorie per fare promozione, gente timorosa di ingaggiare Naumoski perchè, ci è stato spiegato, ”spaccherebbe lo spogliatoio” (uno spogliatoio dove non ci sono Kobe e Artest, ma impiegati e studenti fuoricorso), gente che aspetta tutta la vita i messia alla Bulgheroni (al quale giustamente frega solo del golf, dopo avere abbandonato il tiro al piccione), il mitologico ‘Grande amico di Stern’ (poi è vero che conosce il commissioner della NBA, scriviamo queste righe solo per vedere in quanti minuti qualche anziano pagliaccio segnalerà questo pezzo al Toto), invece di costruire qualcosa in proprio, gente che preferisce essere ras a Rho o Garbagnate invece che ascoltare i consigli di un ex allenatore dei Celtics (Tom Heinsohn, per la cronaca), gente che mentre allena chiede il risultato di Inter-Napoli o saluta lo sponsor pizzaiolo, gente che sa tutto del basket-mercato e che considera normale dare 20mila euro l’anno a dopolavoristi che si esibiscono davanti a sedie vuote, gente che deride il passato perché non non ha futuro: tutta gente che abbiamo incrociato negli ultimi mesi in varie realtà e in varie squadre, con il tratto comune di non avere una visione generale del basket. Più concreto trafficare con i cartellini o scambiarsi fatture, in fondo cosa ce ne importa dell’entusiasmo della gente? Una volta che hai trovato lo scemo che caccia i soldi questo entusiasmo è un fastidio.


Lo stesso fastidio con cui molti addetti ai lavori del basket stanno giudicando il ritorno di Peterson, senza nemmeno bisogno di leggere fra le righe. Si va dal cronachistico ‘E’ vecchio’ allo scherno puro, passando per la ovvia realtà del traghettatore senza prospettive. Probabilmente c’è chi preferisce fare ragionamenti astrusi su comunitari e passaportati che parlare di basket, di sicuro c’è paura che la gente normale possa entrare nella parrocchietta. Senza un progetto non si va da nessuna parte, ma soprattutto la gente non si affeziona a ragazzi con contratti di due mesi. La stessa Olimpia ha rischiato più volte di fallire, finendo in mano a personaggi improbabili (la coppia Caputo-Joe Bryant quella più di culto) e venendo salvata nel momento più buio (2002) dal vituperato Giorgio Corbelli: mestierante dell’imprenditoria sportiva in negativo ma anche in positivo, avendo una chiara nozione di quanto costi il basket e di quanto sia difficile proporlo in una grande città.


Il presidente Proli si è assunto la paternità della decisione, che come spirito però ci sembra più da Giorgio Armani: un proprietario che si è lamentato spesso per la freddezza del pubblico e mai per il livello (fra l’altro scadente, in rapporto al materiale umano a disposizione) del gioco di Bucchi. Uno che di basket non capisce niente, Armani, come dicono quelli della parrocchietta dandosi di gomito (loro sì che capivano le strategie d
ei Martinelli e degli Amodio), ha alla fine fatto la scelta più di basket che fosse possibile fare. Grazie Oscar Eleni, che ieri come altre volte ci hai emozionato, perché ci hai dato una scossa. Grazie Armani perchè pensi in grande, chi non tifa Olimpia non tiferà mai Olimpia ma questo colpo ha rimesso in circolo il sangue di molti. Non è tornato un vecchio coach, è tornata un’idea.


Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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