The Americans seconda stagione, il turno dei figli

21 Gennaio 2015 di Stefano Olivari

La prossima settimana negli USA inizierà su FX la programmazione della terza stagione di The Americans, la serie ambientata nella Washington degli anni Ottanta con protagonisti due agenti segreti sovietici che come copertura hanno quella di essere da anni cittadini americani modello, con con tanto di villetta unifamiliare e abitudini consumistiche (non che a Dakar o Shangai tutti siano mossi da grandi ideali, ma non abbiamo ancora visto una serie senegalese o cinese). Una serie dove nemmeno i personaggi minori sono tagliati con l’accetta, quasi tutti sballottati fra idealismo puro e reazioni ai problemi concreti del presente. Nella seconda stagione Elizabeth e Philip Jennings hanno sempre più difficoltà nel mantenere la propria copertura di agenti di viaggio, anche perché i compiti affidatigli da Mosca sono diventati di difficoltà assurda: dal furto di piani militari allo studio di un internet agli albori (licenza poetica, perché ARPANET esisteva dalla fine degli anni Sessanta), dal rapimento di scienziati utili alla causa alla scoperta dei segreti degli aerei Stealth, in un delirio di travestimenti e di situazioni risolte improvvisando. Il tutto con le ridotte possibilità di comunicare (ma anche di essere intercettati) dell’epoca.

La caratteristica di questa seconda stagione, da poco terminata nella sua versione italiana, è quella di dare una maggiore centralità alla storia dei Jennings come coppia: nata da un matrimonio finto, imposto dal KGB due decenni prima, ma con due figli veri, un rapporto in continua evoluzione e molti problemi delle coppie vere. La sottigliezza stilistica di Joe Weisberg, creatore di The Americans ed ex agente CIA, è quella di mettere le storie di spionaggio al servizio dei protagonisti quando invece nel 99% dei casi avviene il contrario. Vale anche per gli americani, su tutti l’agente dell’FBI Stan Beeman che in crisi con la moglie inizia e manda avanti fino alle estreme conseguenze una storia con Nina, dipendente dell’ambasciata sovietica e summa delle contraddizioni umane trasformandosi a seconda dei momenti in fervente patriota o mediocre doppiogiochista. Nina è per molti aspetti la vera icona di questa serie, in cui tutti sono mossi da una visione etica (anche chi tradisce, anzi di più) del mondo che in certi casi scalda il cuore ma in generale è più pericolosa del lasciarsi vivere.

Molto più presenti che nella prima serie i figli dei Jennings, inconsapevoli ma ormai sospettosi (soprattutto la ragazza, Paige) e con una vita che si avvia verso l’autonomia, fra trip religiosi e fissa per i videogiochi. Un’altra famiglia di agenti, i Connors, viene sterminata in circostanze misteriose e sopravvive soltanto uno dei figli, Jared, che nell’ultima puntata sarà al centro di un colpo di scena. Certo è che da quel momento i Jennings iniziano a porsi il problema non tanto della sicurezza dei figli, quanto della loro consapevolezza futura. Non è infatti possibile mentirgli per sempre, o forse sì. Su questo si gioca l’ultima partita, con il KGB che inizia ad interessarsi ai figli dei Jennings che in quanto americani ‘veri’ sarebbero, se opportunamente indottrinati, una risorsa ancora più preziosa e coperta. Di The Americans rimangono straordinari, anche nella seconda serie, tanti dettagli d’epoca e i riferimenti storici. Ma il suo cuore, come confermato dallo stesso Weisberg, è la storia di due persone mosse da grandi ideali ma in balìa sia della micro-quotidianità che della Storia con la esse maiuscola.

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