Altri tempi

5 Aprile 2011 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Butler valeva bene le varie notti insonni passate a seguire questa sua seconda eroica cavalcata nel torneo finale NCAA. Chiusa con una partita dal punteggio davvero d’altri tempi (53 a 41), di quando non c’era il limite di 35 secondi per tirare, ma dallo svolgimento modernissimo nella sua mediocrità.
Il dinamismo a rimbalzo e in difesa di Connecticut, guidata dall’inevitabile point guard veneziana (Kemba Walker), contro il gioco perimetrale e lo spirito di squadra dei Bulldogs (con un vero bulldog al seguito, accarezzato da Matt Howard e compagni durante le presentazioni pre-partita). Una partita dominata dalla tensione, come provato dal 18,8% (!) al tiro di Butler, peggior performance ogni epoca in una finale, ma emblematica del momento del basket di college: distrutto tecnicamente dalle squadre di freshman con in testa (giustamente, al di là della bolsa retorica sull’attaccamento alla maglia) solo la NBA e dall’abuso del tiro da tre, dal punto di vista delle emozioni è più vivo che mai. Non solo perchè rispetto alla NBA gode di un tifo e di una identificazione a prescindere, con una copertura di tutti gli Stati Uniti, ma anche perchè consente storie di successo anche a chi ha cattive carte in mano.
Come Butler. Che non è certo il college più prestigioso dell’Indiana, ha un numero di studenti da Division II e che l’anno scorso ha perso il suo miglior giocatore: Gordon Hayward, proprio il ragazzo che è andato a un ferro dalla leggenda con quel suo ultimo disperato tiro nella finale contro Duke e in questa stagione ha fatto poco negli Utah Jazz (che comunque l’hanno scelto al numero 9). Il coach Brad Stevens ha solo 34 anni, ma potrebbe già vivere di una rendita da santone visto il materiale umano con cui è arrivato sino in fondo: un leader tecnico come Shelvin Mack, da Europa e nemmeno di primo piano, un leader emotivo come il sottodimensionato lungo Matt Howard, giocatori di ruolo (Vanzant il migliore) senza futuro e purissimi ragazzi dell’Indiana di quelli che il luogo comune ma anche la realtà vogliono con il canestro attaccato al garage di casa.
Magari Chase Stigall, che a Houston ha giocato i minuti della vita, e Zach Hahn, entrambi di New Castle (Indiana, 3.400 abitanti: lì è cresciuto Steve Alford), da piccoli sognavano di giocare nella Juventus però non ci crediamo. E cosa dire di Howard (Connersville),  Andrew Smith (Indianapolis), o degli agitatori di asciugamani Butcher e Hopkins? Da fuori stato solo i giocatori neri, da Mack a Nored, che se sono finiti a Butler è perchè da liceali erano fuori dai radar (e dalle borse di studio con poco studio e molte borse) delle grandi università. Una storia meravigliosa, che quasi ci ha fatto dimenticare la grandezza di Jim Calhoun, che con il terzo titolo in carriera affianca Bobby Knight: la sua difesa a uomo con cambi sistematici, permessa dall’atletismo dei suoi ragazzi, ancora una volta ha pagato. L’entusiasmo per il contesto ed il significato non ci rende però ciechi, così non possiamo far altro che copiare un tweet del grande John Hollinger: ”This is the event the NBA is terrified to schedule against?”.
stefano@indiscreto.it 

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