The social dilemma, Netflix per apocalittici

Esiste un documentario più brutto di The social dilemma, una delle cose di maggior successo su Netflix negli ultimi giorni? Probabilmente sì, ma non l’abbiamo visto. Mentre il lavoro di Jeff Orlowski l’abbiamo seguito con attenzione, perché il tema ci interessa, accompagnati da recensioni entusiastiche di amici e conoscenti che con The social dilemma avrebbero preso coscienza di tutti i rischi dovuti alla presenza dei vari Facebook, Twitter, eccetera, nelle nostre vite. Non esattamente un argomento nuovo, anche se lo schema scelto sembrava promettente: ex uomini e donne di successo della Silicon Valley a raccontare come un giocattolo nato per favorire interazioni e fare soldi sia sfuggito di mano ai suoi gestori.

Fra questi pentiti, in realtà un po’ ridicoli perché non sono nel mirino di nessuno ed anzi hanno quasi tutti fondato nuove start-up, il più presente è Tristan Harris, ex dirigente di Google, ma il più famoso è probabilmente Tim Kendall, ex Facebook e presidente di Pinterest, mentre le cose più interessanti sono dette dall’immaginifico Jaron Lanier (due anni fa abbiamo recensito uno dei suoi libri, Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social). In realtà nessuno lancia accuse precise: Zuckerberg e quelli come lui vendono i dati agli inserzionisti pubblicitari, certo, ma lo sa anche nostra nonna. Ad un certo punto addirittura, Harris si chiede: ma qual è il problema? A parte, ovviamente, quello di ore di vita buttate via ogni giorno in maniera demenziale…

Anche la madre di tutte le accuse, quella che i social facciano entrare in contatto con gente che già più o meno la pensa come noi, è senza senso se paragonata al passato. Domanda per chi è vissuto nell’era pre-digitale: andavate club per club, circolo privato per circolo privato, a cercare gente di idee politiche diverse dalle vostre, così, per il piacere del confronto? Siamo insomma all’eterna sfida fra apocalittici ed integrati (ma citare Eco è da apocalittici o da integrati?), fra intellettuali del genere ‘signora mia, che tempi di volgarità’ e borghesi ottusamente fiduciosi nel progresso.

Chiaramente in The social dilemma il pericolo di fake news ed in generale di disinformazione viene associato, per immagini, ai vari Trump, Bolsonaro e Salvini, secondo il teorema che il politico di sinistra può vincere soltanto se agli hacker russi tagliano la connessione. Divertente la trovata dell’Estremo Centro, che è chiaramente Destra Populista, e spaventoso nella sua banalità quando viene associato lo scendere in piazza al pericolo di essere arrestati (Messaggio poco subliminale: state a casa, ubbidite). In sintesi: Jeff Orlowski ci ha offerto qualche spunto di riflessione, ma meno di quanti ce ne abbia offerti Teresa.

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The social dilemma, Netflix per apocalittici, 7.8 out of 10 based on 19 ratings

6 commenti

  1. “….In sintesi: Jeff Orlowski ci ha offerto qualche spunto di riflessione, ma meno di quanti ce ne abbia offerti Teresa…..”

    E all’ultimo il talento del Campione, del GOAT, viene fuori.
    Citazione dell’anno per distacco.
    Applausi

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  2. Direttore, io conoscevo Eva Orlowski (di persona!) (Ehi, vi ho sentiti, non nel senso che pensate voi!).
    Teresa è più famosa? Ammetto di non averla mai sentita… (forse per motivi generazionali)

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  3. Direttore non si preoccupi, dopo la vittoria di sleepy joe diventera’ tutto bellissimo e internet sara’ di nuovo la verita’, e staremo felici in casa a fare mascherine (per molti e’ diventato un hobby, triste anche solo scriverlo).

    C’e’ un attacco generalizzato a famiglia, religione, lavoro, liberta’, razionalita’, merito, proprieta’ privata, sicurezza, ordine. Eh ma l’amuchina.

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  4. Documentario con molti mah, bravo il regista a riuscire a farlo passare come “epocale” ma se guardiamo un po’ in dettaglio non ci troviamo dentro niente di particolarmente rilevante.

    In primis è molto lento (peggio di questo solo il documentario sul rapimento di Madeleine…sempre su Netflix) e ripete spesso concetti già eviscerati prima. In secondo luogo porta con se una fastidiosa sensazione di “adesso succede qualcosa” (e invece non succede niente) durante tutta la durata del documentario.

    I “pericoli” che vengono esplicati onestamente non mi hanno stupito più di tanto, li ritengo abbastanza conosciuti da una utenza media dei social network, al netto di alcune iperbole documentaristiche più scenografiche che altro (anche se accetto il concetto di “meglio ripetere una volta in più che in meno”).

    Non sono poi d’accordo con l’idea di fondo del “social come male assoluto”, movimenti come BLM o per la liberazione di Hong Kong avrebbero avuto una forza minore senza l’utilizzo di twitter o facebook e che “l’avere un ideale” sia in qualche modo sempre un male per l’individuo. Sorride poi che non ci sia nessun riferimento a chi questi social li ha creati e che potrebbe decidere di cambiare il modus operandi degli stessi (perchè “è sempre colpa dell’utente” certo).

    Insomma, a di là del “occhio ragazzi” non capisco dove il regista voglia andare a parare.

    Tanto per dire, per profondità e onestà intellettuale, il documentario “una fabbrica in Ohio” (sempre su Netflix) batte “social dilemma” 6-0 6-0 6-0. Almeno lì mostra i 2 lati della medaglia ed impone allo spettatore una complessa riflessione. Qua siamo al “disiscriviti da Facebook” e stop…

    ps: se vogliamo dirla tutta, alcuni dei meccanismi mostrati sul documentario sono alla base delle scelte di mercato di Netflix, e spesso è Netflix stessa ad “imporre” una certa weltanschauung a livello di tematiche e di prodotti disponibili. Ma Netflix “sta nel giusto” e allora nessun rischio che gli utenti si iscrivano al Grande Centro… forse quelli di Prime…

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  5. Oh oh la Sister Milk che rivendica l’indipendent day dalla balia comune

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  6. «Siamo insomma all’eterna sfida […] fra intellettuali del genere ‘signora mia, che tempi di volgarità’ e borghesi ottusamente fiduciosi nel progresso».

    Direttore, perfetto. Nel descrivere l’Uomo Indiscreto: lui si vede sia-elite-che-pancia-del-paese, gli altri vedono un borghese ottusamente fiducioso nel progresso che si lamenta: «ah, signora mia, che tempi volgari».

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