Comprare certificates conviene?

Conviene comprare certificates? Una domanda che spesso ci poniamo, viste le proposte continue di banche e promotori anche a chi ha due soldi. La risposta generica, che prescinde dal singolo titolo, è sempre la stessa: no in fase di emissione, dipende quando il certificate è già sul mercato anche se quasi sempre siamo per il no. Ma che cos’è un certificate? Non bisogna dare per scontate troppe cose, né avere paura di sembrare ignoranti: non siamo capaci di operare come un chirurgo, né di cambiare un tubo come un idraulico, forse nemmeno di scrivere come giornalisti, figuriamoci comprendere un prodotto complesso come questo.

Prima di capire se conviene comprare il certificate quindi bisogna capire cosa sia il certificate. Il certificate, ma chiamiamolo anche certificato, altro non è che un titolo emesso da una banca (casualmente la banca che ce lo propone) che al suo interno comprende una serie di opzioni di natura diversa su un determinato sottostante (esempi: un indice di borsa, una singola azione, un fondo). L’obbiettivo è fare meglio dell’andamento del sottostante, diversamente sarebbe più intelligente comprare un ETF (ammesso che esista) sul sottostante stesso. Per parlare chiaro: i certificates non sono titoli di debito, non si compra niente di diretto, ma sono titoli derivati cartolarizzati. L’abbiamo sintetizzata brutalmente, così come spesso brutale è il nostro ‘no’ quando ce li propongono. Si possono ovviamente comprare anche sul mercato secondario, quando hanno già ‘scontato’ commissioni e valutazioni varie.

La nostra modesta opinione di lettori di pagine finanziarie, quindi non di addetti ai lavori, è la seguente: i certificates sono generalmente spazzatura, per diversi motivi. In fase di emissione i certificates non ci piacciono per le commissioni molto alte (dal 3 al 4%, nella media), ma per quello che abbiamo visto, almeno con Intesa San Paolo e Unicredit, queste commissioni sono abbastanza trasparenti e quindi è solo questione di libere scelte.

A non piacerci di questo prodotto sono soprattutto altre cose: il difficilissimo calcolo del rendimento, l’alto rischio che ci si accolla (quello del sottostante e anche quello delle opzioni sullo stesso), un mercato secondario che in molti casi è trasparente (“Signora, li può vendere quando vuole!”) ma che anche nei migliori ha uno spread denaro-lettera imbarazzante.

L’asterisco, gigantesco e quindi non tanto asterisco, è che la valutazione di un certificate non può prescindere dalle sue caratteristiche singole, a partire dal grado di protezione del capitale, che può essere totale o nella maggior parte dei casi parziale. All’altro estremo ci sono i certificates a leva, ma in questo caso al funzionario di banca bisogna chiedere perché fare una cosa del genere invece di mettere 100.000 euro su Juventus-Sassuolo.

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8 commenti

  1. Con la parola Certificates abbracciamo una categoria estremamente vasta di prodotti finanziari che rende quindi abbastanza difficile un giudizio unico e definitivo. Esistono certificati adatti a qualunque tipo di profilo rischio/remunerazione andando dal capitale protetto alle leve estreme.
    Semplificando di moltissimo possiamo dire che il primo e fondamentale vantaggio di un certificato è quello di rendere assai più efficiente da un punto di vista fiscale un portafoglio di un cliente (permette la compensazione di perdite su fondi altrimenti non fiscalmente recuperabili se non con singole azioni o bond) , il secondo vantaggio è quello di permettere l’accesso a mercati altrimenti non raggiungibili dal singolo cliente, il terzo (ma non per tutti) la possibilità di farsene creare su misura se si è finanziariamente “pesanti”. Il vero grande svantaggio del certificate è la sua natura stessa, cioè l’elemento opzionale che questi strumenti incorporano, e non perchè “il derivato sia il diavolo” (come direbbe la Gabanelli..) ma perchè siamo in uno dei pochi ambiti dove la rivoluzione informatica, la diffusione delle informazioni, i data provider non hanno ancora contribuito a colmare l’asimmetria informativa tra chi certi prodotti li fabbrica (le banche) e chi ne usufruisce, con spread e margini di ricarico decisamente elevati…. Se per sapere il prezzo di un cambio, la quotazione di un forward oggi basta aprire lo smartphone e anche il pizzicagnolo con le opzioni non è ancora facile stimare volatilità e quotarle, non siamo al periodo ruggente in cui si prezzava per un mese con la curva trasmessa via fax da qualche banca di Londra ma quasi…

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    1. era “e anche il pizzicagnolo di quartiere ha le stesse informazioni di un trader di lungo corso” sorry

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  2. Mi tocco se ci sono, come si direbbe a Zena: opzioni offerte a chiunque come se fossero zucchine al supermercato….ma la MiFID 2?
    Tu puoi essere trasparente quanto vuoi, lo spread bis/ask può essere stretto quanto vuoi, ma se uno pensando alle greche si immagina tre cubiste ateniesi piuttosto lascive e la skew è un piatto tipico di Creta, per restare in zona, cosa cazzo vuoi vendergli opzioni?

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    1. Non sono così d accordo, nel senso che non necessariamente chi fa ricorso ad una opzione debba sapere di greche e volatilità (anche perché tra l’altro chi costruisce una opzione la gestisce in volatilità chi la “usa” lo fa come uno strumento direzionale), è giusto saper dare un valore, avere un quadro dei costi/benefici ma non necessariamente devi essere un allievo di Black e Scholes… Sono appassionato di meccanica ma non saprei costruire un motore V12, quando ho ristrutturato casa non sapevo nulla di statica e ingegneria delle costruzioni, c’è confine tra coscienza dei rischi e capacità di replica dello strumento. Sai che il tuo capitale è diciamo garantito al 85%, il tuo massimo utile è X la tua performance è legata in maniera diciamo lineare alla variabile Y.. Direi che basta

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  3. Posso essere d’accordo con te sulla metafora motoristica, ma non su tutto ciò che riguarda l’investimento. Investire su opzioni richiede competenze tecniche (senza arrivare a Black & Scholes, la casalinga o il pensionato che disquisiscono di gamma e theta…suvvia) strumenti di analisi e set di informazioni superiori ad altri strumenti finanziari, altrimenti, mia personalissima opinione ovvio, siamo nel territorio del “gambling” puro.

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  4. Mah certi certificati a leva sono interessanti: cw, turbo, ma, e perdonate l’ignoranza, quando vendo sono liquidi o corro il rischio di faticare per rivederli?

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    1. dipende dall’emittente in primo luogo, e dalla specificità del titolo poi… nel senso che tanto più un certificato è “di nicchia” in quanto a obiettivi e struttura tanto più probabilmente avrà la caratteristica dell’illiquidità…. se ti fai un certificate emesso da una primaria istituzione, con capitale garantito o quasi, con sottostante banche italiane emesso dopo un bel battage pubblicitario direi che sei immune da problemi di rivendita

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  5. Grazie per la risposta. Ma ponendo un esempio pratico i turbo a leva di bnp Paribas sia Call che put su bpm, stm e intesa tanto per citarne tre possono rientrare nel caso che hai illustrato? Ovvero grande istituzione e prodotto largamente conosciuto e scambiato?

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