Wirecard e il mito del fintech

Che cos’è Wirecard, al centro dello scandalo finanziario del momento? È un’azienda tedesca che si occupa di fornire tecnologia per pagamenti elettronici e carte di credito, un po’ alla PayPal, ma attraverso una sua controllata è anche come una qualsiasi banca online. Fino a pochi giorni fa Wirecard era una stella del cosiddetto fintech, qualsiasi cosa significhi questo termine. Una libera traduzione in italiano corrente potrebbe essere questa: fare la banca senza avere gli sbattimenti di filiali fisiche, dipendenti, sindacati, queste cose qui, e tirarsela anche da fighi.

Wirecard, dunque: cosa è successo? In sintesi: si è scoperto che i suoi bilanci erano taroccati, le è stato sospeso il rating (Quello di Moody’s era Baa3, non pessimo) e l’amministratore delegato Markus Braun è stato arrestato. Ovviamente la quotazione del titolo è crollata, per la gioia di Massimo Ruggero e di Paolo-Wang che ovviamente avevano shortato.

Sì, ma a noi che aspettiamo i gol della B e abbiamo 15.000 euro di Btp cosa ce ne frega? Di base niente, ma la storia è lo stesso interessante: visto che due miliardi di euro, il 70% del fatturato 2019 dell’azienda, ufficialmente depositati dai manager tedeschi nelle Filippine (chi non vorrebbe mettere il suo denaro al sicuro nelle Filippine?), sono letteralmente scomparsi in stile Parmalat. Certo, in maniera moderna, non con Tonna che sbianchettava, ma il concetto è quello.

Qual è il punto? Il punto è che fino a poco tempo fa Wirecard veniva trattata da politici e media come una delle grandi banche tedesche, anche perché formalmente lo era ed in più sembrava ‘giovane’. Da notare che il price earning (il rapporto prezzo/utili) di Wirecard è (meglio, era) quasi di 50, in un settore come quello bancario dove raramente si va al di là del 10. Traduzione: è sempre stata, in ogni caso, un’azione sopravvalutata, ma basta mettere le quattro magiche lettere, ‘tech’, per vedere schizzare le quotazioni.

Per le analisi rimandiamo ai media specializzati, noi dal bar ci poniamo una domanda: cosa accadrebbe ai nostri soldi depositati in una di queste ‘nuove’ banche, da Revolut a N26, da Illimity a Bunq, da Widiba a Buddybank, eccetera, in caso di fallimento? Risposta semplice: dipende dai fondi di tutela interbancari dei paesi di appartenenza. In Germania, per fare il primo esempio che viene in mente, è di massimo 100.000 euro per correntista per banca come in Italia e in gran parte d’Europa.

Ma ci sono paesi che non prevedono niente di simile ed altri, come gli Stati Uniti, che hanno banche assicurate (fino a 250.000 in totale per correntista) con soldi pubblici ed altre che non lo sono. In Svizzera, dove l’Uomo Indiscreto mantiene i suoi conti cifrati, la garanzia è di 100.000 franchi per correntista per banca. Non siamo del settore, ma ci dicono che la normativa sia abbastanza vaga per i paradisi fiscali targati UK. In estrema sintesi, se la vostra banca ipertecnologici e iperfiga ha sede in Europa il vostro centello dovrebbe tornare alla base, anche se spesso a prezzo di procedure rognose con difficoltà di tempistica e di lingua.

Conclusione? La prima: anche in Germania sono disonesti e cialtroni (ma sempre meglio che fanatici). La seconda: il fintech è soltanto una modernizzazione del concetto di banca, ma non è che sia più trasparente delle vecchie strutture. Infatti i dirigenti sono spesso gli stessi, con l’aggravante dell’atteggiamento da giovani.

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4 commenti

  1. Revolut è una EMI, non una banca, quindi è regolamentata in modo diverso rispetto a N26, che invece è una banca vera e propria. Idem per Transferwise, che è una EMI. La differenza fondamentale è che le EMI al momento non comunicano con le tax authority, mentre le banche si, quindi N26 alla fine dell’anno comunica all’agenzia delle entrate il nome e l’ammontare dei propri correntisti italiani, mentre Transferwise non lo fa.
    In ogni caso è sempre meglio suddividere il proprio capitale su varie banche ( il famoso “don’t put too many eggs in one basket” ), in vari stati.
    In ogni caso questo è una figura di merda epocale per l’organo di controllo tedesco: i ladri ci sono ovunque, ma in teoria il sistema generale dovrebbe essere più sicuro, e così non è stato.

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  2. Figura di palta epocale per l’autorità regolatoria tedesca che non solo non ha sgamato wirecard, ma l’ha sostenuta apertamente fino al crollo. Il financial times da anni sollevava dubbi su wirecard, argomentati nel dettaglio, e per tutta risposta bafin aveva aperto un’indagine… sul financial times, sospettato di essere in combutta con gli short sellers (!) Roba da Turchia di erdogan

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  3. Direttore, che confusione!

    Wirecard non e’ (era) una banca, ma un Payment Solution Provider, che pur avendo servizi di bank acquiring non si puo’ configurare come una banca. E’ un aggregatore di servizi di pagamenti e ancillari, come antifrode, tokenizzazione e altro.

    Il Fintech non e’ altro che tecnologia IT dedicata a servizi finanziari, e comprende aziende di ogni tipo, tra cui straordinari posti di lavoro come PayPal e Adyen.

    Ci ho lavorato per anni, e si tratta di un settore interessante. Wirecard non mi ha mai impressionato ne’ per la qualita’ del servizio, ne’ per le capacita’ professionali dei dipendenti.

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  4. “Conclusione? La prima: anche in Germania sono disonesti e cialtroni (ma sempre meglio che fanatici)…………” questa è una prima certezza, la seconda è che se Markus Braun verrà riconosciuto colpevole verrà condannato e si farà la galera quella vera.

    Da noi nulla, al massimo qualche giorno di carcerazione preventiva, poi dopo anni di processi e ricorsi scoprire che il reato è andato in prescrizione, gridare al complotto ed essere invitato in qualche talk show trash come esperto di economia….il tutto mentre lo Stato, cioè noi, veniammo tassati in più per coprire il buco…..

    Questa è la differenza con gli altri paesi, anche loro hanno il marcio ma non lo mettono a centro tavola come se fosse il piatto forte della giornata.

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