L’Inter di Mimmo Caso

I recenti passi nella direzione dell’abbattimento di San Siro ci impongono di scrivere questo post. Quest’anno si festeggia infatti il quarantennale dello scudetto dell’Inter di Eugenio Bersellini ed Ivanoe Fraizzoli. Argomento, quello di una squadra della quale ricordiamo ancora a memoria la formazione, già ampiamente dibattuto in passato grazie a una serata guidata dal direttore, che prossimamente potrebbe avere una replica con Ivano Bordon, e su cui non restano ormai che i ricordi. Ecco, appunto, i ricordi.

L’Inter di Bersellini è la prima che abbiamo stampata chiaramente nella mente sul prato di San Siro, lo stadio che aveva ancora il secondo anello scoperto, e con i posti popolari che potevi scegliere liberamente, arrivando sui freddi gradoni e poggiandosi sui morbidi cuscinetti portati da casa, ammesso di averli. Insomma, chi primo arrivava meglio alloggiava come posizione, non esistendo divisioni e posti assegnati. Ma non solo. Se incorrevi in una giornata di pioggia tornavi a casa tranquillamente inzuppato, sperando che l’Inter (nel nostro caso) avesse almeno vinto.

Ecco, l’Inter di Bersellini è stata l’ultima a vincere un campionato senza stranieri, come era logico visto che quella 1979-80 è stata l’ultima stagione senza stranieri. Aveva una maglia bellissima, con le strisce larghe e lo scudetto del biscione sul cuore sormontato dalla stella. La numerazione in campo era per fortuna la classica da 1 a 11, senza personalizzazioni e senza sponsor in bella vista sul petto. I pantaloncini erano veri pantaloncini e non i mutandoni di oggi.

Un altro calcio da vivere e un altro modo di stare in campo, così come in panchina. Le panchine che avevano seggiolini e non poltrone comode, e dove le riserve osservavano giocare i titolari consolidati, senza particolari polemiche e primedonne. Ed ecco che mentre gli altri si esaltavano per la corsa di Lele Oriali, l’eleganza di Graziano Bini, la fantasia di Evaristo Beccalossi e i gol di Alessandro Altobelli per noi il numero uno, l’idolo di quella squadra, era Domenico Caso, detto Mimmo.

Centrocampista, con assegnato quando in campo il numero 7, Caso era un giocatore intelligente, rapido, con buoni piedi e visione di gioco, ala destra ma anche regista arretrato. Restò all’Inter due stagioni collezionando 76 presenze e segnando 4 gol, dei quali quello che restò più impresso nella memoria arrivò nella stagione 80-81 contro la Stella Rossa di Belgrado in Coppa dei Campioni. Lo sentimmo alla radio, tra crepitii e interruzioni, mentre stavamo viaggiando in treno con la famiglia. Poi la corsa a casa, davanti a uno scassato televisore in bianco e nero per guardare la sintesi e poterci esaltare insieme a lui.

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4 commenti

  1. I protagonisti del calcio di quegli anni erano molto più simili a noi di quanto non siano quelli del calcio del 2020, ma non mi sembra che i tifosi siano scappati. La media spettatori dell’Inter attuale è di quasi 15.000 a partita superiore rispetto all’Inter 1979-80. La verità è che purtroppo non ci siamo più noi.

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  2. Ricordo Pasinato che aveva fatto sfracelli ad Ascoli e poi con l’Inter quell’anno a mangiarsi la fascia destra e metterla dentro di continuo senza nessuno che riuscisse a fermarlo. Poi gli anni a seguire un po’ perché gli avevano preso le misure un po’ perché aveva perso in potenza, più anonimo.

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  3. Di quell’inter il mio giocatore preferito era carletto muraro. Ero piccolo e non riuscivo a spiegarmi il declino improvviso che lo portò lontano dal calcio che conta. Coi tifosi dell’inter eravamo cugini ma non ci detestavamo, anzi in quei grami anni settanta ci sentivamo fratelli di mediocrità. C’era piu rivalità con le torinesi: il toro aveva ancora un sacco di tifosi dalle mie parti e la juve era quella che vinceva sempre. Lo scudetto dell’80 aveva messo le cose a posto, prima noi e poi loro. Ma la serie b ruppe quell’equilibrio: diventammo gli sfigati del villaggio e cominciammo a fare la corsa sull’inter. Però che nostalgia dei cuscini, alvaro…hai toccato un tasto che mi ha acceso mille ricordi..

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  4. concordo sulla bellezza delle maglie che risiede poi nella loro semplicità

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