Exor-Via, per la Fiat più sharing e meno auto

Exor ha comprato l’8,87% di Via Transportation, pagando questa quota 200 milioni di dollari. Non che gli Elkann-Agnelli abbiano dovuto chiederli in prestito, visto che Exor ha appena venduto per 9 miliardi di dollari PartnerRe alla francese Covea, con un guadagno di circa 3 miliardi rispetto al prezzo d’acquisto del 2016…

Ma perché questa notizia ci ha fatto meditare almeno per qualche minuto, strappandoci alla virologia? Risposta: perché un gruppo storicamente fondato sull’auto (Exor controlla Fiat-Chrysler e Ferrari, oltre alla Juventus, Repubblica e tutto il resto) sta puntando non sull’auto propriamente detta ma sul ride sharing, in diretta concorrenza con Uber.

Via è una start-up americana fondata da due imprenditori israeliani, Daniel Ramot e Oren Shoval, sul modello di un’analoga esperienza appunto israeliana, quella degli Sherut taxi (anche se lì i percorsi sono più rigidi), ma il punto interessante è il suo modello di mobilità. Il ride sharing, liberamente tradotto, sta a significare ‘Viaggi condivisi’ ed ha lo scopo non solo di utilizzare le auto per quanto servono ma anche di condividerne l’uso con altri passeggeri che più o meno devono compiere lo stesso percorso. Certo Via si può utilizzare anche da singoli, ma non è questo l’uso per cui è nata.

In altre parole un modello di mobilità non solo per grandi città, visto che si basa su auto o van guidati da autisti professionisti, che ha l’effetto immediato di diminuire l’intenzione di acquisto di un’auto da parte degli indecisi e anche lo stesso utilizzo singolo dei taxi. Guardando alla New York in cui Via è partita, la differenza con Uber è filosofica più che di mercato. Da una parte, Uber, in concorrenza con i tradizionali taxi, dall’altra, Via, il cui obbiettivo oltre al contenimento dei costi è anche quello della riduzione dei mezzi in circolazione.

A dirla tutta, abbiamo visto centinaia di pulmini di muratori bergamaschi già negli anni Settanta senza per questo fare supercazzole 4.0 sul ride sharing, ma al di là dei termini il punto è che persone che del mercato dell’auto qualcosa sanno, come i padroni di Exor, puntino con decisione sulla mobilità più che sull’auto stessa. Il tutto si innesta sul discorso coronavirus, visto che il dilagante smart working renderà sempre meno sensato l’acquisto di un’auto per le nuove generazioni.

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1 commento

  1. In Sudamerica i taxi collettivi ci sono da un’eternità, in alcune zone si chiamano trufi.
    In tempi di Coronavirus però proporre taxi collettivi non sembrerebbe proprio il massimo..

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