Lavorare gratis per Cairo

Nel micromondo dell’editoria sta facendo molto discutere il post di Barbara D’Amico su Facebook, in cui la giornalista spiega perché non può andare avanti a scrivere per il Corriere della Sera articoli di economia pagati 15 euro lordi l’uno. Invitiamo a leggerlo in originale, non per rendersi conto dei metodi di Urbano Cairo (ci sono anche editori che pagano meno di lui, o addirittura niente), ma per una lezione di logica che può essere applicata a molti lavori.

Il post di Barbara D’Amico ci è piaciuto perché non è il solito lamento del genere ‘Come siamo pagati poco’, che di solito attira gli sfottò del professore liberista (con il posto fisso) che invita a ‘migliorare le proprie skill’ quando non direttamente ad emigrare. La giornalista (e noi come lei) anzi accetta pienamente la logica dei Cairo: fate un’offerta e per bassa che sia se la accettiamo poi scriveremo l’articolo con il massimo dell’impegno. Insomma, 15 euro possono essere ‘giusti’ tanto quanto 150, se domanda ed offerta si incontrano in maniera trasparente.

Il primo punto è che il compenso di solito, non soltanto dalla RCS, viene decurtato in maniera unilaterale e mesi dopo la pubblicazione dell’articolo. È normale, almeno in Italia, essere pagati 4 o 5 mesi dopo la pubblicazione, quando va bene, quindi in questo intervallo può accadere di tutto (ci sono stati giornali durati meno di 4 mesi). Il secondo, e secondo noi più importante, punto è che non è per un editore obbligatorio avvalersi di collaboratori. In sostanza, se non c’è il mitico budget basta dirlo e chi vuole scrivere sa già in anticipo che scriverà gratis o quasi. Non è una bella cosa, ma almeno accetterà liberamente di farsi sfruttare.

Certo scrivere o apparire in televisione è spesso un secondo lavoro, o comunque qualcosa che tanta gente è disposta a fare a qualsiasi condizione. Ma la proletarizzazione della piccola e media borghesia è evidente quasi dappertutto, anche per lavori che nessuno ha sognato da bambino di fare. Ci vorrebbero insomma più persone che dicessero di no. Se mi paghi poco ritieni che io valga poco, è un tuo diritto: ma io faccio altro, nella peggiore delle ipotesi scrivo sul mio blog e Google Adsense potrebbe pagarmi più di te.

È anche un atteggiamento liberatorio, che negli ultimi anni ci ha nel nostro piccolo consentito di debellare tanti inviti a sprecare il nostro tempo con il trucco del da cosa nasce cosa, eccetera. Fatevi pagare, e se nessuno vuole pagarvi cambiate mestiere. Ma gratis non si deve fare niente.

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11 commenti

  1. BRAVO STEFANO!!!

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  2. “Fatevi pagare, e se nessuno vuole pagarvi cambiate mestiere. Ma gratis non si deve fare niente.”

    Applausi

    É un po’ lo stesso discorso che si faceva nell’articolo in cui si parlava degli stagisti al Noma.

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  3. Ovviamente il discorso è molto complesso, prima scrivere su un giornale era un lavoro che solo poche persone potevano fare, perchè c’era una lunga “gavetta” da fare.
    Quando io iniziai a fare il DJ indie/rock nel 1996, a Milano eravamo in 4/5, perchè solo in pochi avevano i CD richiesti: chi lavorava in radio e chi come me era un maniaco della musica e aveva tanti soldi da spendere ( masterizzare CD della play era un gran business ). Visto che eravamo in pochi, prendevamo 500.000 lire a serata, chi più e chi meno a seconda di chi era più o meno bravo. Poi con l’avvento dei masterizzati, le barriere d’ingresso (cioè i soldi x i CD e per l’attrezzatura ) si sono abbassate e chiunque ha iniziato a mettere i dischi, anche gratis e anche solo per fare il figo e dire di fare il DJ. Ovviamente le retribuzioni sono diminuite, tutti i locali hanno messo i DJ e il mercato è radicalmente cambiato. Chi era bravo ha continuato a fare soldi in modi diversi, organizzando festival, aprendo etichette, chi era meno bravo ha smesso quando cresciuto. Io mi sono accorto che c’erano molti più soldi nella programmazione e mi sono spostato li.
    Per i giornalisti il discorso è lo stesso, ora chiunque può avere un blog, chiunque può scrivere sul corriere della sera, le barriere d’ingresso sono nulle, il business è cambiato. Per un po’ i blog sono stati un business. Le cose cambiano, come dice il direttore, a un certo punto bisogna riposizionarsi. Cairo farà l’editore fino a quando la gente scrive articoli per un giornale che nessuno legge più, poi si riposizionerà anche lui.

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    1. Ma sei quello di tropical pizza?

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      1. E che è tropical Pizza? 😀 Su facebook c’è uno solo col mio nome 😀

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        1. Non sei tu?
          Delusione…

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  4. “…chiunque può scrivere sul corriere della sera”.

    Ecco il punto: sul Corriere NON deve poter scrivere chiunque!!!!!

    E il capoverso finale di Peluchetti, scusami la franchezza, è una boiata pazzesca!

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  5. Se il business é cambiato, qual’è il business adesso?

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    1. in questo momento l’unica cosa che si può fare con un giornale è volume di pageviews per guadagnare con le pubblicità, con trucchetti ridicoli tipo il corriere che ricarica le pagine…i paywall non funzionano perchè bisognerebbe pagarne 10. Un servizio come apple news potrebbe funzionare, io lo pagherei se ci fossero contenuti decenti.
      Diciamo che prima essere un editore voleva dire avere il controllo di una delle più importanti fonti di informazione del paese, e questo controllo poteva essere utilizzato come leverage su altri piani, oggi come oggi si tratta solo di cercare di pagare chi produce le notizie meno di quanto queste incassano dalle pubblicità. Oppure si può anche fare un blog di qualità con dei contenuti sponsorizzati scritti bene.

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  6. “…fare un blog di qualità con dei contenuti sponsorizzati scritti bene”

    NON È GIORNALISMO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    Cazzo, esiste un limite anche all’ignoranza!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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    1. E perché non sarebbe giornalismo? Perchè non c’è il timbro del Corriere? Un giornalista professionista che è iscritto all’albo e scrive le sue notizie sul suo blog non fa giornalismo?

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