Thegiornalisti o Tommaso Paradiso?

Perché Tommaso Paradiso ha lasciato i Thegiornalisti? La discussione del momento ha una risposta sola: perché i Thegiornalisti nella testa del 99,9% di chi li ascolta coincidono con Tommaso Paradiso. Inutile parlare di gruppo quando uno dei singoli vale più degli altri messi insieme. Quanti dei fan dei Thegiornalisti continueranno a seguire Primavera e Musella, magari insieme a Leo Pari? Poi magari sono i nuovi Lennon-Mc Cartney, ma finora non l’hanno dimostrato.

L’ultimo album del gruppo una volta indie e una volta amato dai critici, gruppo che poi ha commesso il crimine di avere successo, è stato scritto interamente da Paradiso. Se dite che non lo conoscete pensate a Felicità puttana, New York, Questa nostra stupida canzone d’amore: impossibile non averle sentite per un medio guidatore d’auto o cliente di taxi.

E così era anche per l’album precedente (Completamente, Sold Out), mentre il Maradona y Pelé che nell’estate ormai agli sgoccioli ci ha stordito è di Dario Faini, produttore e collaboratore in altri lavori dei Thegiornalisti. Insomma, Paradiso non è paragonabile a Riccardo Fogli che lascia i Pooh (in realtà accompagnato alla porta per la storia con Patty Pravo) ma piuttosto a Giuliano Sangiorgi: non a caso l’anno scorso i Negramaro sembravano essersi sciolti, prima di tornare insieme.

Cosa vogliamo dire? Che i Thegiornalisti sono fra i pochi nel mondo della musica italiana a vendere un numero significativo di dischi (basti pensare che oggi il disco d’oro vale soltanto 25.000 copie, in cui rientrano anche download e ascolti in streaming su piattaforme pay), ma che evidentemente nemmeno un autore di successo come Paradiso può arricchirsi con i dischi. I soldi, vera materia del contendere per tutti noi, si fanno ormai principalmente con l’attività live. Esattamente il contrario di quando avveniva fino agli Ottanta, quando i concerti costavano pochissimo e servivano spesso soltanto a lanciare i dischi.

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25 commenti

  1. Allegri

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  2. inevitabile che paradiso andasse via.

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  3. perplime non tanto l’essere andato via, ma il “come”…

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  4. Secondo voi c’è spazio per aggregare i leontrolls a questa discussione?

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  5. Vicenda che offre un interessante spunto di riflessione sul concetto di “band” nella musica pop dei nostri tempi. Pop, sottolineo, nel senso di musica di larga diffusione, non tutti i derivati del rock (che ormai ha abdicato al proprio ruolo di portatore di istanze giovanili e se ne sta in retroguardia).

    Lo spunto è che il concetto di gruppo è superato.
    Il suono di un gruppo non lo fa più il gruppo ma il produttore. La tecnologia lo permette, il pop ne ha approfittato. Meno costi, meno sbattimenti. Nessuna differenza tra la produzione di un cantante solista e di un cosiddetto gruppo. La batteria, per esempio: ormai trovare un disco pop da classifica in cui ce n’è una vera, suonata da un batterista, è una rarità eccentrica.
    In tour puoi portarti chi vuoi a suonare sul palco (i Thegiornalisti non avevano un bassista ufficiale, per dire), e soprattutto puoi portarti tutte le tracce preregistrate del mondo.
    Nei cosiddetti gruppi pop vince chi compone e canta, uniche attività umane finora insostituibili. Gli altri, qualora non espressamente scelti dalla produzione, sono figuranti a cui viene magnanimamente concesso di tirar due bacchettate, di azzardare due riff.
    I tempi dei Beatles sono lontani.

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  6. Paradiso alla Cremonini, molto più che alla Sangiorgi.

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    1. Un po’ diverso: i Lunapop erano veramente divisi tra chi sapeva suonare e comporre (Cremonini e Ballo) e dilettanti da liceo (gli altri tre, che nemmeno suonavano nel disco: c’erano dei turnisti). D’altronde era un gruppetto delle superiori trascinato dall’estro compositivo del leader, che si è infatti poi rivelato degno della serie A.
      I Thegiornalisti un bel po’ di anni da gruppo vero e “suonante” li hanno fatti, è sulla distanza che è crollata la logica da band.

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      1. Sicuramente, quello che hai detto è assolutamente vero.
        La mia era una provocazione per mettere in risalto il fatto che la band potrebbe non sopravvivere dopo l’addio del suo frontman, come successo infatti ai Lunapop.

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        1. sempre stato così.

          fantastici gli altri Talking Heads che, per prendere in giro il fuoriuscito (e fuoriclasse) intellettualoide David Byrne, uscirono con un album autodefinendosi “not talking, just heads”

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  7. Il richiamo a Lennon-McCartney mi fa venire in mente che comunque nessuno di loro ha minimamente raggiunto
    il livello di fama della band di cui facevano parte. Vero è che partivano già dal rango di “leggende” e che quindi
    sarebbe stato difficile fare meglio.

    Per i Thegiornalisti ci si avvia ad una fine come quella fatta dai Lunapop con l’addio di Cremonini e Billo (o Ballo?).

    Comunque urge di qua e di la: Thegiornalisti o ultras?

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  8. Maurizia Paradiso!

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  9. io Paradiso lo conoscevo solo per la canzone di takagi & ketra stile anni 80 cantata con Elisa

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  10. Ottima la riflessione di Paolo Jeff. Restando in Italia, i Tiromancino alla fine sono sostanzialmente Zampaglione e si fa fatica a considerarli una band. Guardando invece a quelle che hanno fatto storia i Pooh sono quel quartetto, imprescindibili la voce di Facchinetti o la chitarra di Battaglia, e nessuno da solista ha mai fatto grandi successi (paradossalmente c’è riuscito di più Fogli). I Matia Bazar degli anni d’oro al di là di innesti temporanei ma decisivi come quello di Sabbione e poi più lungo di Cossu (entrambi al posto del melodico Cassano), erano un ensemble perfetto tra la voce della Ruggiero, il sound di Marrale, i tamburi di Golzi e i testi di Stellita. La PFM, pur tra abbandoni e rientri, esiste e resiste proprio per quei musicisti (da Di Cioccio a Mussida a Djivas…). E così via.

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    1. Sempre per motivi tecnologici. Un gruppo aveva senso in quanto ensemble di musicisti che danno un’impronta sonora, una personalità a quel “marchio di fabbrica” del gruppo: quell’impronta poteva darla soltanto chi suonava in studio e dal vivo (poi la produzione in studii pesava anche allora, ma tutto nasceva dai suoni prodotti dai musicisti). Se qualcuno nel gruppo non suonava abbastanza bene da reggere il lavoro in studio, veniva sostituito (esempio super famoso: Pete Best Ringo Starr, ma alla lunga anche Giorgio Piazza Patrick Djivas). Un po’ per necessità pratica (un gruppo di lavoro di gente che si dedica solo a quello è sempre meglio che reclutare turnisti diversi di volta in volta), un po’ per l’atmosfera dei tempi.
      Ora che il pop è questione di produttori che scelgono, creano, miscelano suoni elettronici e non (lavoro difficile in cui per raggiungere l’eccellenza serve genio, ma lavoro diverso dal suonare in gruppo), ecco che i “gruppi” sono asimmetrici, manca sempre il bassista o il batterista o il chitarrista, i ruoli sono confusi e smezzati – se non peggio – con i sessionmen. Anche dal vivo è un misto di membri ufficiali e “mercenari”, con la posizione sul palco a determinare un pochino la gerarchia. A ‘sto giro, basta davvero un cantante con più personalità e con dominio compositivo a mandare a mignotte il vecchio concetto di band.

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      1. Vale anche il contrario, eh?! Funziona così perche b un Jimi Hendrix o un Jeff sporcato non ci sono, mentre di non avere un Tony Hadley o un Tom Jones te ne puoi fregare perché i cantanti in Italia non vendono per la voce ma per le smancerie dei testi e il ciuffo colorato…

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        1. Dane incorreggibile esterofilo! 😛

          (Ci ho messo due minuti a capire chi mi avesse sporcato! 😀 )

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          1. AHÍ AH AH!!! 😂

            In realtà se leggi bene una bacchettatina l’ho data anche agli stranieri… 😝

            Ps: maledetto correttore… 😡

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  11. Di base in Italia il cantante sovrasta i musicanti della band non tanto perchè tecnicamente superiore o superiore come personalità ma perchè proprio per scelta delle case discografiche (che annusano l’aria e vedono il livello di ignoranza musicale di chi ascolta) tarpano le ali a qualsiasi batterista (costretto a fare 4/4 di default) o bassista o chitarrista con un minimo di iniziativa perchè troppo “complesso” per la massa che ascolta. E quindi si preferisce mettere sul piedistallo il singer rantolante (perchè tanto in Italia i cantanti delle band rantolano. Un giorno un mio amico ha messo su un album di cover dei Maneskin and my ears are still bleeding) di turno che è l’unico che ha un minimo di visibilità.

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    1. Con quel metro da Janis Joplin in su cancelliamo mezza musica leggera o quasi…

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  12. Tommaso Paradiso con i TheGiornalisti ha fatto quello che Teo Teocoli fece con la “quasi” PFM 😀

    (spoiler: battuta)

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  13. Gobbo: nella settimana dei challenger del tennis siamo tornati ai Julian Ocleppo della musica! 😂

    El Carbayon: mi spiegheresti questo “come”? Posto che ho capito poco anche del perché (in pratica vuol fare i live da solo per non dividere la stecca con gli altri…). 🤔

    Jeff, giuste riflessioni ma proprio per quelle la distanza coi Lunapop non è sostanziale. In fondo parliamo dei Thegiornalisti 4 sfigatelli soliti che sono stati pompati da qualche firma radical-chic di quelle coi risvoltini senza calze…😉

    Belisario, quello in realtà è uno schema consolidato in tutto il mondo da Elvis Presley in poi. È un po’ come il 442, uno schema sicuro a cui ti appoggi per non rischiare…😝

    All: ma a proposito di leader e divisioni, ma gli 883 di Pezzali e Repetto?! Io quando penso ai primi live ancora rido… 😂

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  14. https://youtu.be/btCxtpgsc_A

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    1. Geniale!

      Se la postavi prima ci risparmiavamo la discussione! 😝

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  15. La canzone migliore resta “Chat puttana”, soprattutto il pezzo finale che fa

    DESTRO SINISTRO
    RITMO RITMO
    ARRIVA IL MINCHIONE CHE PREFERISCO
    CHE ROMPE IL CAZZO A TUTTI QUANTI QUI
    DA MATTINA A SERA

    TI ROMPO IL CAZZO
    OGNI 5 MINUTI
    SOLTANTO PER RICORDARTI
    QUANTO SONO INFELICE
    LA CHAT PUTTANA
    LA MIA VITA E’ QUAAA
    IL MILAN E’ BONO
    MARIA ROSA DOVE STA

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