Il Settembre di Alberto Fortis

Se c’è una canzone italiana che può essere considerata simbolo, almeno nel nome, del mese che stiamo vivendo quella è appunto Settembre, di Alberto Fortis. Contenuta nell’album La Grande Grotta dell’anno di grazia, per la musica, 1981, ha rappresentato il momento di maggiore celebrità del cantautore di Domodossola.

Ci piace scriverne mentre il clima settembrino dovrebbe essere ormai pronto ad arrivare, nonostante ancora oggi nella migliore Milano possibile si possa ancora girare in maglietta e pantaloni corti. Ma lasciamo da parte i fatti nostri, torniamo a Settembre e più in generale all’opera che la contiene.

Manifesto dell’eclettica musicalità di Alberto Fortis (bisogna vederlo suonare dal vivo per capire di che cosa stiamo parlando), Settembre è una canzone che fin dall’incipit al piano ci aveva catturati ancora bambini, ancora ignari della caratura internazionale di un lavoro registrato a Los Angeles con musicisti internazionali. Laddove l’omonimo disco di esordio del 1979, intitolato appunto Alberto Fortis, (nel mezzo l’incredibile Tra demonio e santità) era invece stato un lavoro tutto italiano nelle mani, con la partecipazione della PFM. E una serie di piccoli dipinti di canzoni entrate nella storia.

Tornando a Settembre, questa è nella sostanza una canzone autunnale nei sentimenti e le speranze della ripartenza, ed è in tale veste che va letta e ascoltata senza farne un riferimento al mese, ma alla storia che racconta. Incantevole nella ritmica che cambia, è la traccia sei de La grande grotta la cui title track apre l’album, giocosa, per poi lasciare spazio a un altro grande classico del momento Fortis: La nena del salvador, l’altro brano più conosciuto degli otto.

Appunto otto tracce, come si usava fortunatamente un tempo senza stancare ed esagerare, ormai lontano ricordo di un passato discografico indimenticabile quando anche le copertine avevano un senso gustoso. Consigliamo quindi la riscoperta de La Grande Grotta in tutti i suoi dettagli, notando anche le piccole chicche come Riso, divertente con i suoi giochi di parole, le mutazioni belliche di una Cina fatta di ricchezza sonora e un finale tirato di chitarra a sfumare, fino a Marilyn, disegno delle contraddizioni di JFK con un andamento musicale trascinante.

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