La musica di Tom Brady

Super Bowl XXXIX. A Jacksonville, in Florida, contro Philadelphia. Colore, colore, colore. I tifosi degli Eagles erano palesemente in maggioranza, e un motivo l’avevano: la loro squadra era finalmente tornata in finale, a coronamento di cinque stagioni di eccellenza e occasioni mancate. Molto bello da vedere, come scenario, ma con un caveat.

Viste da fuori, infatti, molte città sportive che pensano di essere particolari sono, in realtà, uguali tra loro, se non per dettagli: è la disperata necessità di sentirsi speciali, diversi, unici. Ma all’occhio neutrale c’è pochissima differenza – se non accenti e colori – tra la passione dei tifosi di Boston, Chicago, New York, Philadelphia, Baltimore, St.Louis, nei vari sport.

Chiaro che Miami e la sua apatia sono un’altra cosa, ma rappresenta appunto una delle poche eccezioni. Per questo l’invasione di verde a J-Town faceva impressione, ma non era nulla di anomalo se non per chi era costretto a scrivere i soliti articoli sulla ‘marea verde’ per far sentire speciali i lettori di Philadelphia, come avviene per i cronisti di ogni città, non solo americana.

Kevin Youkilis

E a proposito di tifoseria, a Boston solo tre mesi prima del Super Bowl era accaduto qualcosa di straordinario e incoraggiante: i Red Sox avevano vinto il titolo MLB dopo 86 anni, e lo avevano fatto rimontando da 0-3 (e 3-4 al nono inning in gara4) contro gli Yankees nella finale della American League, per poi travolgere St.Louis 4-0 nella World Series. In quei Red Sox giocava un energumeno chiamato Kevin Youkilis, che qualche anno dopo avrebbe sposato Julie, una delle tre sorelle di Tommy.

I Patriots avevano chiuso la stagione 14-2, secondi nella conference dietro a Pittsburgh (15-1), da cui erano stati sconfitti in regular season ma che avevano puntualmente battuto nella finale di conference, dominando all’Heinz Field per 41-27 dopo aver superato al primo turno Indianapolis per 20-3.

In poche parole, avevano sconfitto una dopo l’altra la squadra che aveva segnato più punti e quella che aveva concesso meno yard in regular season, nella quale aveva interrotto a 21 la serie di vittorie dei Pats, con un grande touchdown di Plaxico Burress, l’ex ricevitore di Michigan State. E anche per questo motivo molti addetti ai lavori elaborarono un pensiero molto razionale: «Se Belichick con sette giorni tra una partita e l’altra riesce a studiare il modo di battere due grandi squadre, cosa combinerà con 15 giorni a disposizione? Phila non ha speranze».

Oddio, qualche speranza l’avevano, gli Eagles, grande squadra guidata dal coach Andy Reid e da Donovan McNabb, ma c’erano tanti dubbi sulla presenza del ricevitore Terrell Owens, che si era fratturato una gamba il 19 dicembre. Dall’altra parte Brady aveva chiuso la regular season con 288/474, 3692 yard, 28 touchdown e 14 intercetti.

Ad aiutarlo era arrivato da Cincinnati Corey Dillon, un running back ormai trentenne che aveva detto «Piuttosto che continuare a giocare nei Bengals vado a lavorare in un fast food»: considerato un giocatore problematico da molti team, era stato analizzato a fondo dallo staff dei Pats, che aveva notato il suo atteggiamento vincente e determinato anche in partite perse.

Deion Branch

Non c’era invece un ricevitore principale, dato che Deion Branch aveva saltato molte partite e Troy Brown era stato costretto a giocare anche… cornerback per gli infortuni in una difesa che aveva concesso molte yard ma pochi touchdown su lancio, e intercettato molti lanci. Brown, tuttora, rappresenta uno dei simboli dei Patriots della gestione Belichick: poco considerato, ma volitivo, versatile, umile ed intelligente.

Fu un Super Bowl bizzarro per motivi ambientali: a Jacksonville quella sera infatti faceva… freddo, tanto che la NFL dovette all’ultimo momento affittare dei piccoli termosifoni portatili e infilarne uno ogni due metri, tra i piedi dei giornalisti seduti in tribuna stampa. E fu appassionante, anche se danneggiato da tanti errori tecnici e penalità, ed equilibrato, tanto che per la prima volta in 39 edizioni (!) l’ultimo quarto iniziò col punteggio pari, 14-14.

I Pats segnarono con Dillon e Vinatieri, dopo un classico drive con lanci ai running back e improvvise fiammate, e per la terza volta in tre finali si trovarono avanti per almeno 10 punti nell’ultimo quarto. Gli Eagles segnarono a 1’48” dalla fine con un gran bel lancio di McNabb per il ricevitore Greg Lewis, ma la combinazione di tempo e yard sull’ultimo possesso di palla fu per loro impossibile da soverchiare, e Harrison intercettò l’ultimo lancio disperato di McNabb. 24-21, ancora tre punti di scarto, ma stavolta non arrivati sull’ultima azione della partita.

Mvp fu Branch, con ben 11 ricezioni per 133 yard, una sorta di ricompensa involontaria per il mancato riconoscimento dell’anno prima, quando contro Carolina aveva preso 13 palloni per 143 yard. Brady per una volta fu messo in secondo piano, nonostante una gara da 23/33 per 236 yard, 2 touchdown e zero intercetti. Veniva da tre stagioni esaltanti sul piano personale, e per la prima volta comparve in modo deciso l’opinione che potesse diventare, a carriera compiuta, uno dei più grandi quarterback della storia, se non il più grande. Sal Paolantonio, giornalista di ESPN molto esperto, ed autore tra l’altro di un gran bel libro chiamato ‘How football explains America’, definì Brady «L’Eric Clapton dei quarterback: se legge lo spartito non sbaglia una nota, se decide di improvvisare ti stupisce».   

Estratto del libro ‘Il mondo di Tom Brady – Football e vita di un’icona americana’, scritto da Roberto Gotta per Indiscreto. In vendita in formato elettronico per Amazon Kindle a 9,99 euro e in versione cartacea (204 pagine) al prezzo di copertina di 19,90 euro (prezzo massimo, in realtà meno) presso la Libreria Internazionale Hoepli (sia in negozio a Milano sia online con spedizioni in tutta Italia), Amazon Prime, le librerie di catena come Mondadori e Feltrinelli e tutte quelle indipendenti che ne facciano richiesta. Librerie e rivenditori professionali possono richiederlo al nostro distributore in esclusiva, Distribook.

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1 commento

  1. t

    Fortunatamente Phila, anni dopo, si prenderà la rivincita. 😉

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