Post Punk 1978-1984, gli anni dei Joy Division

Il tempo speso per leggere le 750 e passa pagine di Post Punk 1978-1984, libro di Simon Reynolds di recente traduzione in italiano (di Michele Piumini per Minimum Fax) ma scritto nel 2005, è tempo ben speso. A patto di partire già con proprie conoscenze, anche superficiali, sul punk e su ciò che che è accaduto dopo in Inghilterra e negli Stati Uniti.

Industrial, no wave, new rock, synthpop, mutant disco, punk-funk, dark e tanti altri sottogeneri che in gran parte fanno parte della nostra amata new wave ma non coincidono esattamente con essa. Comunque sia, Reynolds è furbo nello smarcarsi subito da dispute terminologiche e a concentrarsi più sull’epoca che sulle singole correnti musicali di questo periodo d’oro della musica pop.

Un periodo paragonabile solo ad alcune stagioni degli anni Sessanta, con cui condivide un’ansia e una tensione verso il futuro che la musica non ha più conosciuto se non in nicchie sperimentali. Inconcepibile per un ragazzo di quell’epoca ascoltare dischi del passato, e a maggior ragione rimpiangere un passato nemmeno vissuto o una presunta purezza.

L’autore, uno dei giornalisti musicali più famosi del mondo, vuole quindi rendere giustizia a un periodo ignorato dagli storici musicali, che considerano quella fra il punk e il grunge, quindi 15 anni buoni, un’epoca di spazzatura commerciale e rimasticatura di vecchi schemi rock. In parte è stato così, soprattutto nella seconda parte degli Ottanta, ma il fermento di fine anni Settanta-inizio Ottanta non c’è più stato: il rimpianto per il piccolo mondo antico, da destra e da sinistra, o la ribellione senza causa sono prive di una qualsiasi idea di futuro. Che invece è appunto il tratto distintivo del post-punk, in tutte le sue diversissime incarnazioni.

Non spaventatevi se non conoscete tutti i gruppi, perché molte citazioni sono da fenomeno (nemmeno a Leeds sanno qualcosa della scena punk di Leeds, al di là del fatto che dire ‘scena’ faccia molto giornalista musicale, come ‘catena di destra’ per i cultori di Adani) che fa solo quello nella vita, ma la maggior parte dei capitoli è accessibile a un normale appassionato di musica: i PiL di John Lydon, Howard Devoto (quindi anche Buzzcocks e Magazine), Slits, Pere Ubu, Talking Heads, Cabaret Voltaire, Scritti Politti, The Human League, Gary Numan, Adam & the Ants, The Fall, Culture Club, Spandau Ballet, Madness, Cure, Duran Duran, Simple Minds, DAF, Frankie Goes to Hollywood, The Pop Group, Raincoats, solo per citare gente di cui abbiamo almeno un disco comprato all’epoca e che ha avuto successo anche da noi.

Appassionanti i collegamenti e ovviamente discutibili i giudizi: incomprensibile la sufficienza con cui Reynolds tratta gli Ultravox (per noi divinità, sia nel periodo John Foxx sia in quello Midge Ure) e soprattutto il relativo poco spazio dato ai Joy Division, che nella loro breve vita prima del suicidio di Ian Curtis nel 1980 e della svolta New Order sono stati secondo noi uno dei gruppi più influenti della musica mondiale.

In generale Post Punk 1978-1984 è un libro un po’ per iniziati, che apprezzano un punto di vista competente più della storiella che si trova su Wikipedia, ma può essere apprezzato anche da chi a malapena conosce Duran e Spandau, pieno com’è di considerazioni disseminate qua e là, come quella sul carattere fondamentalmente bianco di punk e di gran parte del post punk, o quelle sulla grande truffa del rock e della sua estetica. Su tutte quella che il grido di dolore del punk abbia trovato un’espressione compiuta, comprensibile per i posteri, soltanto nel post punk.

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Post Punk 1978-1984, gli anni dei Joy Division, 8.0 out of 10 based on 19 ratings

9 commenti

  1. Musica per le mie orecchie.
    Ovviamente non si puó che concordare con il giudizio sui Joy Division.

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  2. Menouno e menodue (oggi scatenatissimi) lavorano in coppia come Starski e Hutch, o Sensi e Barella. Il direttore ordunque ascoltava il feticcio paninaro Wild Boys, trascurando invece i Japan del grandissimo (da solista) David Sylvian. Opinabile.

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  3. Avrei già ordinato il libro se non avessi letto dello scarso rilievo dato ai miei amati Joy Division. Imprescindibili con i loro due album nella scena del periodo fine 70 inizi 80.
    Solo Clash Cure Bauhaus XTC Wire e Sex Pistols al loro livello

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  4. Post punk era già uscito in italia per i tipi della isbn edizioni ( copertine bianche) , ha anche un altro libro con le interviste collegate a questo . Grande libro

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  5. Ma…Violent Femmes o Siouxsie and the Banshees? Psichedelic Furs, Quadrophenia degli Who? Eh quanti altri ce ne sarebbero… Ma ai migliori, ai Joy Division, s’è vero che gli ha dedicato così poco spazio, non lo comprerò.

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    1. Beh, Siouxie era proprio punk, quantomeno vi prese la rincorsa…per il resto manca anche quello che picchiò Ramazzotti al Festivalbar, però è il riassunto del Direttore, nel libro magari c’è.
      Certo che se ha sorvolato sui Joy Division…

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  6. Oooooooh … Post-punk di Simon Reynolds! Oooh, che tuffo al cuore!
    A vederlo da qui mi sembravo tanto più giovane e incosciente, quando uscì in Italia, mettendo fine alla breve stagione delle edizioni ISBN con la copertina completamente bianca, mi par di ricordare: perché Reynolds uscì, scandalosa novità, con in copertina il sobrio elenco dei 144.000 gruppi intervistati dall’autore.

    E invece sono neanche 15 anni! Te guarda come passa lentamente il tempo una volta svicolata la mezza età!

    «idea di futuro … invece è il tratto distintivo del post-punk, in tutte le sue diversissime incarnazioni»; che è un po’ l’idea-guida di Reynolds, speculare a quella della “retromania”, dedicata a quel che gira dopo l’anno orwelliano. Ma Reynolds stesso sa che questo è «opinabile» (cit.) e non se ne uscirebbe mai con giudizi trancianti tipo «un periodo ignorato dagli storici musicali, che considerano quella fra il punk e il grunge, quindi 15 anni buoni, un’epoca di spazzatura commerciale e rimasticatura di vecchi schemi rock. In parte è stato così, soprattutto nella seconda parte degli Ottanta». 😮 Eeeeh?!

    Oh, se fossi brioso come UnGobbo scriverei che: «Ecco..e anche per stronzate come questa che verrebbe voglia di difendere balotelli anche se dovesse sposare Carola rackete» (applausi!). Poiché invece sono il classico noiosone che ammorba le feste, mi limito a chiedere: «Direttore, ma lei che razza di “storici musicali” legge di solito?».

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    1. Non so quale libro tu abbia letto, ma quello che ho sintetizzato io, con parole mie, è esattamente il pensiero (in senso critico) di Reynolds, che dice che a volte sembra quasi che fra (Never) Mind (The Bollocks) e (Never)mind nella storia della musica non ci sia stato niente…. Su Indiscreto il fare le punte al cazzo è apprezzato, ma questa era proprio gratuita.

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  7. Anni’80 musicalmente molto ‘lunghi’ e vari, visto che partono con la coda dei bestioni rock degli anni’70, fine del punk, post punk, poi le magastar pop MJ e Madonna, quel genio folle di Prince, il pop UK di Duran Vs Spandau, il glam rock californiano, il rock da stadio di Bruce & Bono, la crescita dell’hip-hop, acid house e il proto-grunge di Pixies, Sonic Youth e Jane’s Addiction. Insomma molta roba.

    Come punte di qualità per me sono meglio gli anni a cavallo fra I ’60 e ’70 e la prima meta’degli anni’90, che presero il meglio delle produzioni degli anni’80 e le riproposero in maniera forse meno eclettica ma più omogenea.

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