Lacrime di Pasqua

Oscar Eleni su uno dei 18 ponti della città di Praga, come nei giorni in cui Piero Ratti, collega in Gazzetta, e sua moglie ci facevano da guida nell’atmosfera dorata delle cento torri, camminando per Mala Strana. Ci siamo andati rubando alla rubrica di Gianni Mura la poesia straordinaria di Zuzana Boryslawska, “Lacrime” che  sono anche le nostre per questa vita randagia in un mondo dello sport tanto amato, ma  stravolto da ignoranza, malafede, senza memoria perché si vergogna di  ricordare ed ammettere che qualcuno ha fatto  qualcosa di meglio che combattere l’obesità infantile di oggi. Né può consolarci Daniele Dallera con il suo bellissimo pezzo sul bambino juventino che vede un cielo diverso da quello dei suoi coetanei che amano altre squadre pietrificate dal dominio in bianco e nero.

Lacrime nascoste come le nostre per  la scomparsa di Bruno Cacchi, un maestro di sport,  eccellente allenatore di atletica e guida sicura di grandi nel pentathlon moderno come vi direbbe Masala, la guida per tanti campioni, nel mezzofondo,  come la Paola Pigni, poi diventata sua moglie, primatista del mondo e tomb rider dei pregiudizi quando alle donne non veniva aperto il cancello della felicità oltre gli 800 metri, felici di averla conosciuta questa pasionaria  e di essere fra i qualcuno che la ricordavano così. Per fortuna quando ti senti sperduto aiutano gli amici: l’ex studente dell’ISEF poi diventato grande manager nel basket Santi Puglisi, ricordando quel suo maestro catanese nato a Forlimpopoli, o, magari, chi ha saputo scriverne così bene come Giorgio Cimbrico e un Giorgio Lo Giudice che davvero nelle olimpiadi delle anime grandi va sempre sul podio.

Offesi dal silenzio sulla scomparsa di chi era stato commissario tecnico della Fidal in anni turbolenti, finiti male con la coppa Europa di Oslo per la squalifica di Fiasconaro, neo primatista del mondo, accusato di una doppia partenza falsa sugli 800 (!), fatto comico e tragico per cui ci facemmo tirare le orecchie dai meravigliosi Giulio Signori e Bruno Perrucca che non si placarono neppure quando giustificammo l’invasione  all’italiana per avere il nome dello starter cannibale. Indignati nel leggere che la sconfitta della Juventus in Champions era diventata un danno grave per gli azionisti (Chi?), riscoprendo che soltanto Sacchi e Fabio Capello pensavano e pensano in chiave tecnica, come dovrebbe essere sempre nello sport chiuso nella sua stanza  e sempre soltanto per affari come diceva Viola de Lesseps.

Per capire cosa avevamo dentro ci serviva questo viaggio nella rubrica del Mura, come lo chiamava Angelo Garavaglia quando, prima del divino Raschi, sorvegliava sulla sua emancipazione da poeta a giornalista nella Gazzetta del commodoro Gualtiero Zanetti che a questa rosea avrebbe tolto i petali, usando le spine per far capire che esiste anche l’obbligo di far emancipare un mondo, studiando, non soltanto quello di urlare come al foro boario dove chi grida di più si prende la vacca.

Ricordando le fiamme per Jan Palach siamo andati dentro le “ Lacrime” di Zuzana per capire come sia difficile oggi insegnare, allenare, guidare la gente verso terre lontane dove non tutto può essere venduto o comperato, dove ai millantatori spetterebbe la gogna non un tavolo dorato dove ti  fanno pagare un risotto giallo 110 euro.

La nostra Pasqua, il cinquantenario di matrimonio, passata consolandosi sul ponte Carlo e leggendo a voce alta: Tolsero gli artigli al gatto/e volevano che graffiasse/ tolsero la voce all’usignolo/e volevano che cantasse/ tolsero l’argilla alla terra/ e volevano che fiorisse/ ci hanno tolto le lacrime/ e vogliono che ridiamo.

Scusate ma a me basta e avanza per godermi la festa ipocrita di chi alza i muri, sbarra le porte, getta acido in faccia alla vecchia padrona dei cani troppo pelosi, dei finti abbracci con imbroglioni che dicono di volersi bene e poi tradiscono e non soltanto in amore.

In questa confusione mentre la Juventus festeggia due scudetti del calcio, uomini e donne, senza rimorso per non chiedere consiglio ad Allegri anche sul basket, di cui era tifoso ai tempi livornesi, perché sarebbe davvero atroce che la palla nel cesto dopo aver ritrovato per la serie A la Fortitudo Bologna e Roma, ora dovesse perdere una città che è importante per tanti motivi, ma è anche l’unica con due palazzetti dello sport degni di una Nazione sportiva evoluta.

Certo discorso difficile da comprendere per chi canta e balla perché a Milano, candidata olimpica dell’inverno 2026, verrà riaperto dopo 8 anni e una spesa scandalosa il mitico Palalido con i suoi 5000 posti che nella città, ormai quasi tutta verticale, serviranno  davvero soltanto per veri amatori della musica del volley e, si spera, grazie all’Urania, anche di un certo basket.

Già, il basket che finge di essere confuso perché l’Armani, in riparazione psicofisica, ha perso di nuovo, ma resta prima senza angosce, mentre Venezia non riesce più a mascherare la sua mollezza  facendosi raggiungere al secondo posto da quel satanasso dispettoso di Sacchetti che a Cremona si sta davvero superando, altro che piangina, altro che allenatore per difese spensierate, accusa che parte da chi difende i padroni di squadre in tutù.

Certo resta l’angoscia di poter perdere (Ma sarà vero che potrebbero cedere il titolo alla mai amata Udine?), questa stupenda Trieste di Dalmasson, uno per cui era pronto a garantire Boscia Tanjevic, anche se poi ha visto come funziona dentro Invidiolandia dove hanno triturato anche il Buscaglia che forse ritroverà i play off nella stagione dove gli hanno dato davvero pane ed acqua, niente di più, anche se Trento è molto di più come società per fortuna sua e del basket. A proposito di Boscia, si metta sulle barricate declamando “Lacrime”, lui che sapeva incantare  i potenti  convincendoli ad investire nel basket e nei progetti come a Caserta e nella stessa Trieste di Bepi Stefanel che ci manca, soprattutto adesso che è davvero più solo.

Della Sassari che sta diventando squadra dei sogni ad immagine e somiglianza dei suoi due condottieri, Sardara e Pozzecco, alla Cantù che ancora resiste sognando il play off, un girone di ritorno stupendo sulle macerie dell’acciaieria di plastica. Peccato che il ritorno al successo nella sfida eterna con Varese abbia compromesso la stupenda stagione di Attilio Caja, che ora è con un piede fuori dai play off, ridando voce persino alle bestie che contestano Toto Bulgheroni anche se  in quella città, dopo i Borghi, nessuno ha fatto di più per la gloria di una società che ha vinto tutto. Tempi. Per fortuna, fra quei fiori, ci sono anche quelli che resistono organizzando il trofeo giovanile Garbosi, con Paolo Vittori più scatenato di quando sul campo dava davvero lezioni di arte cestistica, il goriziano dalle cento vite che ancora crede che si possano tenere in vita i vivai con l’idea di fare giocatori,  senza calcoli meschini su costi e ricavi. Per dimenticare quelli Vittori ha regalato una bottiglia di grappa.

Ne servirà una dose massiccia per schivare tutte queste mine, queste famiglie allargate dove si insulta, si picchia, soprattutto gli arbitri, dove ai ragazzini si porta la borsa, ma non si insegna niente oltre al “piacere perverso” di andare a vandalizzare i campi giochi dei bambini come succede, sempre più spesso, nelle grandi città, mentre in quelle piccole ti mandano all’ospedale se guardi storto il bullo del quartiere nella finta isola della sicurezza dove le grandi società di malaffare sorridono pensando che il  capro espiatorio è sempre il diverso, quello che arriva a chiederti aiuto da fuori.

Pagelle rifiutando l’agnello sacrificale dagli stessi ipocriti che si fanno il segno della croce e ti danno un calcio nel sedere se soltanto dici di essere infelice e di avere pure fame.

10 A DALMASSON perché questa sua Trieste ancora oltre i 100 punti è una meraviglia da vedere, una storia bellissima da raccontare. Salvatevi da soli, resistete, resistete.

9 Al BRIENZA che è riuscito a rianimare La Torre, a valorizzare i due campioni che  trascinano Cantù, Gaines e le sue lune, Jefferson che ha genio e qualità. Grande girone di ritorno: dal fallimento alla zona play off.

8 Per Andrea DIANA che se lo merita dopo quello che  ha sofferto nella brutta stagione di Brescia, anche se le grandi società come quella della Bragaglio, anche nei giorni oscuri, trovano un raggio di sole e battere Milano è stata comunque impresa, pur considerando le paturnie della nobil casa.

7 A David MOSS che deve avere la memoria di un elefante se, nella serata in cui si è portato dietro nella vendetta il giovane ABASS che da tre tira mattoni, ha cercato in tutti i modi di far pentire chi lo aveva mandato via da Milano. Certo elefante non  riconoscente verso Pianigiani che era stato  il suo guru nei giorni gloriosi di Siena quando c’era chi, fortunatamente per lui, stoppava inseguitori convinti che esagerasse.

6 Al FORRAY che guida anche quest’anno la rimonta dei cavalieri sarmati trentini di Buscaglia. Una goduria vedere finire bene una stagione nata così male e che in altri posti avrebbe portato al disastro. Con giocatori che in molte occasioni sono apparsi davvero modesti.

5 Alle grandi RIMONTE, tipo quella subita da Golden State o San Antonio, da quelle dello stesso calcio ai voltafaccia di Eurolega per CSKA e FENERBAHCE.  Dite ai vostri lunatici giocatori in cuffia che la critica vacilla davanti a gente che in poco  tempo diventa semolino dopo essere stata acciaio. Tutti partigiani del partito dalle stelle alle stalle.

4 Ad AVELLINO se dopo tanti tormenti ed  infortuni non si creerà una vera tenuta stagna per consentire a Maffezzoli di mostrare il suo vero valore e a Campogrande il suo vero talento.

3 Alla RIVOLTA per la Marsigliese sui campi dopo l’incendio che ha distrutto Notre Dame. Ora non vogliamo difendere una scelta che non abbiamo condiviso del ttuto, troppo cinematografica, perché la solidarietà è un’altra cosa, ma queste curve monotone sono le prime ad andare sempre oltre le righe.

2 A Romeo SACCHETTI se volesse prendersi qualche rivincita con i troppi che lo hanno maltrattato anche dopo il triplete di Sassari e la coppa Italia con Cremona. Si prepari alle purghe quando si farà sul serio nei play off e da Versailles tireranno bombe e non brioches.

1 Al PILLASTRINI nella tempesta di Reggio Emilia. Avrebbe dovuto immaginare che da fuori si vedeva soltanto una parte del disastro nella costruzione sbagliata di una squadra.

0 A DE RAFFAELE che non può ancora nascondere la mollezza di Venezia dicendo che Trieste sta vivendo un momento magico. Le cose vanno malamente, da tanto tempo, ed essere secondi fra  chi ci vede meno di te non è il massimo se non ti accorgi di essere nei guai.

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