Das Boot, più tedeschi che nazisti

La seconda stagione di Das Boot ci sarà di sicuro, quindi con grande tempismo possiamo recensire la prima nonostante gli italiani interessati l’abbiano già vista da qualche mese. Ma del resto non è che possiamo scrivere il 100% dei post in base alle classifiche dei motori di ricerca… Ci accontentiamo del 99.

Das Boot davvero di grandissima qualità, come gran parte delle serie televisive tedesche recenti, con un’ambientazione storica non inedita (la Seconda Guerra Mondiale) ma con un taglio originale ed un respiro cinematografico. Infatti la serie nasce ispirata al Das Boot di Wolfgang Petersen (nei cinema italiani U-Boot 96, uscito nel 1981), uno dei migliori film di guerra di tutti i tempi, che però aveva una trama diversa e un diversissimo studio dei personaggi.

Nel Das Boot trasmesso da Sky Atlantic vengono ripresi alcuni luoghi (La Rochelle) del film e alcuni caratteri, ma tutto è giocato su due storie terra-mare, quasi parallele. Sulla terra Simone Strasser fa la segretaria di un maggiore nazista, coinvolta gradualmente dalla resistenza francese e da una sua esponente, mentre sul mare suo fratello Frank fa il marconista di un sommergibile comandato dal giovane Hoffmann e con un equipaggio sull’orlo dell’ammutinamento contro quello che considerano un raccomandato. I fratelli Strasser, non a caso alsaziani e quindi considerati senza patria sia dai francesi sia dai tedeschi, rappresentano la maggioranza silenziosa che non vuole alcuna guerra e deve subire una minoranza di fanatici (non solo durante il nazismo), e nei tre mondi descritti (nazisti, U-Boot, Resistenza) ognuno dei suoi componenti ha una posizione personale nei confronti della guerra e del mondo. Scelta coraggiosa, che rende ancora più forte il racconto delle atrocità fisiche e psicologiche degli occupanti tedeschi.

In Das Boot infatti i tedeschi non sono gli automi di tanti film, quelli che muoiono in sidecar urlando frasi sconnesse, ma esseri con un cervello e che con un cervello decidevano se (e come) obbedire agli ordini. Insomma, la retorica sul popolo ingannato da pochi gerarchi cattivi è ben lontana da Das Boot. Ma soprattutto l’eroismo non esiste, come nella realtà è soltanto figlio delle circostanze e/o della pazzia. Gli 8 episodi sono pieni di scene fortissime, alcune decisamente inadatte (anche se istruttive) ai bambini, con la miseria umana che emerge in ogni campo e in ogni situazione. Il finto diario di bordo per nascondere l’ammutinamento e la morale del capitano Wrangel (“La verità è ciò che decidiamo sia la verità”) sintetizzano bene il senso dell’opera e quello di tanta storia scritta sapendo già il risultato. Serie super, lasciata giustamente aperta anche se siamo arrivati a fine 1942 e margini per invenzioni non ce ne sono tanti.

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