Succession, la filosofia dei Murdoch

Ci sarà una seconda stagione di Succession, la serie televisiva liberamente ispirata a Rupert Murdoch e alla sua famiglia, sia dal punto di vista privato sia da quello finanziario. Una serie HBO che abbiamo seguito avidamente su Sky Atlantic, prodotta fra gli altri da quell’Adam McKay che come regista ha diretto La Grande Scommessa e Vice. La serie è incentrata sulle vicende della famiglia Roy, che da New York governa un impero editoriale al centro di acquisizioni, fusioni e scandali di vario tipo. Il vecchio Logan Roy è chiaramente la figura dominante, per il suo cinismo e la lucidità nell’individuare i punti deboli degli avversari, anche quando prendono le sembianze dei figli: l’inetto Connor preso da manie new age, il tossicomane Kendall che però è anche il più simile  al padre e l’unico ad avere idee editoriali, il cazzaro e velleitario Roman (interpretato da Kieran Culkin, fratello del più noto Macaulay) e la relativamente ribelle Shiv, più portata alla politica che alla gestione di un’azienda in cui i giornalisti vengono trattati come pedine  da usare contro il nemico di turno.

Cosa colpisce di Succession? Intanto le battute molto forti, quel cameratismo pieno di riferimenti sessuali che in quasi tutti i posti di lavoro è una sorta di seconda lingua. Non che i Roy siano alfieri del politicamente scorretto, anzi in pubblico pagano eserciti di avvocati e di gestori di emergenze per sistemare la propria immagine, ma in privato non hanno quasi alcun tabù. Le battute a doppio senso e l’ambiente che magari non appassiona le masse (editoria e finanza, con poco sesso e ancor meno amore) non hanno permesso a Succession di avere grandi risultati di pubblico, a riprova che una serie televisiva troppo adulta non può mai raggiungere un vero successo. Anche se Succession nel 2018 è stata inserita negli Stati Uniti fra i 10 programmi televisivi migliori dell’anno…

Per adulta intendiamo una serie in cui non ci sono eroi positivi o comunque gente per cui tifare, magari facendo scattare l’identificazione: ognuno dei protagonisti, anche il vecchio Logan, ha molti punti di debolezza e deve gestire l’ordinaria miseria umana senza nessuna ambizione diversa dal cavarsela. Interessantissime le citazioni e riferimenti alle vere vicende dei Murdoch, cambiando qualche dettaglio per stare un passo dentro il confine della querela, tipo la cinese Wendy che diventa la mediorientale Marcia. E anche le figure di alleggerimento, come il ‘fool’ Greg, lontano parente dei Roy, il marito di Shiv, hanno un secondo livello costruito per piacere a chi ha anche solo una vaga idea dei modelli originali. Serie dagli sviluppi potenzialmente infiniti, non avendo come base una storia ma la realtà stessa.

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3 commenti

  1. T

    l’avevo presa tempo fa e messa in archivio con tante altre da vedere (troppe porca miseria!!!). mi fido dei suggerimenti cinema-letterari del direttore e appena finisco l’ultima di true detective me la spazzolo volentieri

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  2. G

    Sul genere, segnalo ‘Trust’ che parla della famiglia Getty e si svolge durante il rapimento di John Paul Getty III.

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  3. T

    trust, con un donald suhterland e luca marinelli strepitosi, che si fuma senza cartina lo strombazzatissimo e banalissimo “tutti i soldi del mondo” di ridley scott.

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