Qual è il momento giusto per vendere le nostre azioni?

Nessuno sa davvero come entrare nei mercati finanziari ed uscirne nel periodo giusto, come provano le fregature prese anche anche da grandi trader. Non lo sappiamo nemmeno noi, ovviamente: se lo sapessimo prenderemmo a prestito soldi per investirli, invece che scrivere. Parliamo del campionato in cui si gioca ad armi pari, ragionando su notizie di dominio pubblico, non di quello dell’insider trading, di cui a volte hanno beneficiato anche alcuni giornalisti sportivi… Questo profondo pensiero ci è arrivato nella testa dopo aver letto sul Sole 24 Ore che in gennaio i fondi azionari hanno avuto riscatti di circa 35 miliardi di dollari superiori alle nuove sottoscrizioni, nonostante mediamente le borse nel mondo siano andate bene (più 7%, nel solo gennaio). Un dato impressionante, anche al netto delle tante profezie di sventura di questi tempi. Si parla del mondo intero, non del nostro orticello, quindi mettendo insieme grandi capitali (che spesso hanno gestioni più sofisticate e con meno costi impliciti di quelle dei fondi) e i pochi euro della sciura Maria. È evidente, anche senza bisogno delle statistiche che comunque confermano la tendenza, che in tanti si stanno spostando su fondi monetari o obbligazionari, quando non direttamente sulle obbligazioni, governative o corporate. Per l’angolo del sovranismo possiamo dire che tutto questo è un bene per il nostro debito pubblico, che ha beneficiato anche della conferma della politica monetaria espansiva della Fed e di altri a cascata: vedrete che qualcuno si farà venire in mente nuovi modi di buttare al cesso i nostri soldi, comprandosi i voti. Almeno Achille Lauro (non la rivelazione di Sanremo, ma l’ex presidente del Napoli) per la pasta e le scarpe usava risorse sue…

E quindi, cosa facciamo con le nostre miserabili azioni? Non parliamo del singolo titolo, con una sua storia e una sua prospettiva (Carige non è Generali, l’Argentina non è l’Italia), ma della tipologia di strumento finanziario. Ormai quasi tutti sanno che, se l’orizzonte temporale è di molti anni, investire nell’ultimo secolo in azioni ha reso come media annuale più del doppio rispetto ad una somma analoga investita in obbligazioni governative, depurando le statistiche dall’inflazione. Il discorso cambia in un breve periodo che tanto breve periodo non è: se volete avere la certezza fra tre anni, per fare un numero a caso, di avere una somma circa uguale a quella che avete adesso, o semplicemente se siete ansiosi, allora non investite in azioni o in un fondo puramente azionario. Grafici disponibili ovunque sul web mostrano l’andamento dei mercati azionari in relazione al rapporto prezzo utili (P/E), che nei decenni nonostante tutte le sofisticazioni è rimasto fra i criteri principali per valutare un titolo, un settore, un mercato, un paese. Come suggerisce la logica, se il P/E del titolo o del mercato è inferiore rispetto alla media storica del titolo o del mercato allora è il momento di comprare, in nel caso sia più alto è il momento di vendere o comunque di non comprare.

Altri parametri importantissimi per la cosiddetta analisi fondamentale (altra cosa è l’analisi tecnica, al di sopra della nostra comprensione) sono l’EPS, cioè l’utile per azione (anche questo da confrontare con il recente passato), il ROE (Reddito diviso mezzi propri), il ROI (reddito diviso capitale, stiamo anche qui semplificando), il rapporto prezzo/valore di libro, eccetera. Non fatevi spaventare, sono tutti valori facilmente trovabili per le società quotate (poi se prendete le azioni di Zonin è colpa vostra) e con bilanci non tarocchi, e messi insieme indicano in maniera intuitiva quello che sulla carta è il momento dell’azienda in relazione al passato. Poi tutti noi abbiamo altro da fare e non possiamo pagare un investigatore per sapere se il tale amministratore delegato è un delinquente o se il tal altro vuole diversificare vendendo eBook in Botswana, ma la maggior parte delle scelte sbagliate avviene perché si compra o si vende solo sulla base del ‘Mi hanno detto che’.

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