A cena con Franco Rossi (La marcatura su Mancini)

L’ebbrezza della panchina, sia pure quella gelida e spesso scomoda dei campi di periferia, Franco Rossi l’ha provata per tanti anni. Aveva fondato una squadra che si chiamava Tuttosport, proprio perché all’epoca della creazione il quotidiano torinese era il suo posto di lavoro. L’aveva iscritta al campionato Endas (Ente Nazionale Democratico di Azione Sociale), un’organizzazione dopolavoristica ma comunque decentemente strutturata. Giocare il campionato Endas significava essere pronti la domenica mattina all’alba, attraversare Milano e andare a scannarsi su campi ghiacciati d’inverno e polverosi d’estate. Sono campi che nelle ore normali vengono impiegati per i campionati federali e che proprio per questo sono affittabili dalle squadre aziendali solamente alle otto o alle nove del mattino. Nonostante il nome Tuttosport di giornalisti in quella squadra se ne sono visti pochi e solo saltuariamente. Amedeo Goria, ex Tuttosport e poi Rai, avrebbe fatto qualsiasi cosa per giocare titolare ma Franco non lo vedeva, lo riteneva troppo disordinato tatticamente. In compenso nella squadra di Franco durante gli anni si sono visti personaggi di un certo spicco nel mondo del calcio, come Ariedo Braida, storico direttore sportivo del Milan, o Salvatore Di Somma, ruvidissimo libero dell’Avellino ai tempi della serie A e poi direttore sportivo. Per il resto la squadra era formata da ragazzi provenienti dai più vari settori della vita reale, quasi tutti clienti del bar dove Franco trascorreva gran parte del tempo libero nella zona di via Mac Mahon a Milano. C’era un nucleo di impiegati di banca tra cui spiccava Paolo detto Picchio, il capitano della squadra, più altri due o tre colleghi della stessa filiale. C’erano muratori e operai, ma c’era anche qualcuno che viveva di espedienti.

La particolarità che rendeva unica quella squadra era l’eleganza. Franco aveva rapporti splendidi con quasi tutte le società di serie A e riusciva a farsi regalare mute intere di maglie, pantaloncini e calzettoni. Si scendeva in campo con le maglie originali della Sampdoria, della Fiorentina o del Napoli, per l’invidia di tutti gli avversari. La squadra Tuttosport partì dalla serie C del campionato Endas per poi risalire la corrente fino alla serie A, ovviamente tra mille vicissitudini. Spesso si vedeva arrivare Franco in uno stadio la domenica pomeriggio con le scarpe infangate e schizzi di origine ignota sul cappotto. Niente di allarmante, semplicemente per una volta la partita della sua squadra si era giocata un po’ più tardi, magari alle undici. E lui era arrivato da un campaccio di Cinisello Balsamo a San Siro direttamente, saltando su un taxi in corsa giusto per non perdersi il fischio d’inizio.

La squadra di Tuttosport giocava ovviamente a uomo: era quasi impossibile che un avversario andasse in fuorigioco, perché il libero giocava costantemente sulla linea dell’area di rigore. C’erano sempre due marcatori attentissimi sugli attaccanti avversari, mentre i terzini facevano davvero i terzini, avanzavano pochissimo anche perché spesso non avevano il fiato per farlo. Uno dei centrocampisti invece il fiato doveva averlo perché veniva utilizzato per marcare a uomo la mezzapunta avversaria. Gli altri due avevano una discreta tecnica e dovevano verticalizzare appena possibile. Un discorso a parte meritano gli attaccanti. Nell’anno d’oro di Tuttosport, quello del campionato vinto, gli attaccanti titolari erano Paolo detto Pego, il cannoniere storico della squadra, e Dado, un dribblatore virtuoso del quale si diceva che avesse origini brasiliane e soprattutto precedenti penali non meglio specificati. Poi c’era Gaetano, giovanissimo e anche valido tecnicamente, una specie di Cassano con più fisico e soprattutto con la stessa indolenza. Franco lo inseriva sempre negli ultimi venti minuti perché era totalmente insensibile a qualsiasi sollecitazione emotiva. Prendeva il pallone e puntava la porta. Qualche volta risolveva le partite, altre volte si prendeva gli insulti di tutta la squadra.

La stagione 1987-88 fu quella del trionfo. La squadra ormai aveva raggiunto un livello di affiatamento totale e negli anni era stata migliorata con l’inserimento di qualche elemento che per quelle categorie poteva fare la differenza. Una cavalcata stupenda, con qualche piccolo contrattempo, soprattutto per le partite giocate alle otto del mattino che finivano per decimare il numero dei giocatori. Ma nei momenti decisivi c’erano tutti, a cominciare dal Conte, un personaggio divertente con un paio di baffoni rossicci che si era autoeletto dirigente accompagnatore della squadra e guidava una Porsche arancione parecchio vissuta.

Il giorno dopo aver vinto il campionato Endas, Franco ricevette un telegramma da Paolo Mantovani: “Complimenti per la vittoria. Ora vogliate testare valore della squadra in amichevole contro la Sampdoria”. Così un giorno di primavera inoltrata dal solito bar partì un pullman con la squadra di Tuttosport. Destinazione Celle Ligure, dove la Sampdoria si allenava. Sembrava un sogno, invece era tutto vero. Sampdoria contro Tuttosport (che nel frattempo aveva cambiato il suo nome in Corriere dello Sport perché Franco era passato dalla testata torinese a quella romana). Nella Samp mancavano Bistazzoni, in permesso, e Vialli, impegnato a Cremona in una partita di beneficenza. C’era Pagliuca, che all’epoca era il terzo portiere, ma che venne schierato in attacco da Boskov perché il giorno prima si era parzialmente ustionato prendendo il sole e aveva mandato l’allenatore su tutte le furie. “Non diventerai mai un giocatore”, gli aveva detto. In porta giocava Bocchino, c’era Mannini che andava a cento all’ora, c’era Briegel che costringeva gli avversari a scappare da tanto era grosso, c’era Pino Lorenzo che se si fosse scambiato la maglia con un avversario non se ne sarebbe accorto nessuno. Soprattutto c’era Mancini, che si divertiva come un matto con le sue magie tecniche. All’inizio del secondo tempo Franco gli disse: “Faccio entrare Enzo Palladini, ti marca lui, peggio per te”. Una bella risata da parte di tutti i tre protagonisti di questo sketch. Da quel momento in effetti Mancini non segnò più, ma solo per caso. La partita finì 16-1 per la Samp, unico gol di Tuttosport segnato su rigore da Savino, un difensore marcatore che a differenza di quasi tutti gli altri ebbe il coraggio di prendere in mano il pallone e metterlo sul dischetto. Quell’amichevole fu l’apoteosi e anche l’atto finale di questa storia.

Estratto del capitolo ‘Giocatori di Franco Rossi’ contenuto nel libro ‘A cena con Franco Rossi – Storia e Storie di un giornalista sportivo’ (editore Indiscreto), di Stefano Olivari ed Enzo Palladini. Il libro è in vendita in formato elettronico per Amazon Kindle a 6,99 euro e in versione cartacea a 14,90 euro (prezzi indicativi) presso Amazon, la Libreria Internazionale Hoepli e tutte le altre librerie, di catena (come Feltrinelli) o indipendenti, che lo abbiano ordinato al distributore in esclusiva nazionale, Distribook

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A cena con Franco Rossi (La marcatura su Mancini), 10.0 out of 10 based on 3 ratings

2 commenti

  1. t

    “Chi ha sbagliato? Pagliuca?” (cult cit.)

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  2. R

    Se non ricordo male il commento post partita di Franco Rossi fu una cosa del tipo “sì, abbiamo perso 16-1, ma nella prima mezz’ora Boskov non ci ha capito nulla”.

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