Bohemian Rhapsody, i Queen e i gatti di Freddie Mercury

Difficile trovare nella storia della musica una canzone più bella di Bohemian Rhapsody, commovente sintesi di genialità, generi, cultura e istinto pop. Difficile trovare nella storia della musica una band che dal vivo abbia dato qualcosa più dei Queen. Impossibile nella storia della musica trovare un film biografico che non metta in discussione gli idoli: nemmeno l’opera di Bryan Singer, il regista degli X-Men, è riuscita a dare profondità ad una storia che nella realtà è stata piena di tensioni, drammi ed esplosioni di creatività. Quella da poco uscita nei cinema italiani è soprattutto la storia di Freddie Mercury, ovviamente, ma nel film May, Deacon e Taylor appaiono meno gregari di quanto lo siano (ingiustamente, perché May e Deacon hanno firmato alcuni dei più grandi successi del gruppo: We will rock you, Who wants to live forever e The show must go on il chitarrista, Another one bites the dust e I want to break free il bassista) nell’immaginario collettivo. Avrà sicuramente influito il fatto che May e Taylor risultino fra i consulenti di Singer, ma certo è che non si sono fatti schiacciare nemmeno dal frontman più carismatico di tutti i tempi anche se le loro carriere dopo la morte di Freddie, avvenuta nel 1991, sono state di fatto soltanto un rivangare il passato. Il più onesto di tutti è stato Deacon, che a metà anni Novanta si è ritirato e che è praticamente irreperibile anche per i suoi vecchi amici: infatti nel tour con Adam Lambert (bravo), che abbiamo molto apprezzato, c’erano soltanto May e Taylor.

Ma venendo al film, l’istruzione per l’uso è sempre la solita: il fan troverà sempre qualcosa che non va, l’ignorante non capisce, il medio appassionato apprezza ma (o perché) non coglie tutto. Bisogna dire che nella maggioranza dei casi sono stati romanzati episodi tutto sommato leggeri, come il modo in cui Mercury conobbe il resto del gruppo. Non è che da perfetto sconosciuto si propose lui agli altri tre, ma era già amico di May e Taylor. E Deacon sarebbe arrivato solo in seguito, quindi in senso cronologico il quarto dei Queen è lui. Nella parte in cui si crea la frattura fra Freddie, lanciato verso la carriera solista, e gli altri, sembra che tutto sia nato dall’ego smisurato di Freddie quando invece la materia del contendere erano le firme sulle canzoni: ognuno aveva le sue, di canzoni, ma quelle di Mercury erano più numerose e solo verso la fine si sarebbe raggiunto (anche contrattualmente) un equilibrio, basti vedere gli autori delle canzoni di Innuendo. Oltretutto anche May e Taylor tentarono una carriera solista nei primi anni Ottanta, con esiti modesti, mentre Deacon (per molti aspetti il più personaggio di tutti) si riposava e Mercury otteneva discreti riscontri con Mr. Bad Guy prima della rappacificazione e del Live Aid. Ed è proprio con la pazzesca e travolgente esibizione di Wembley che si chiude il film, evitando il finale di partita con l’AIDS da gestire. L’unico vero errore di un film molto spettacolare e guardabile senza troppi ragionamenti riguarda proprio l’AIDS: nel film si suggerisce che Mercury abbia contratto il virus nei primi anni Ottanta, nel periodo di distacco dalla band, e che già quello del Live Aid fosse un Freddie malato. Ma l’ultimo compagno, Jim Hutton, sostiene invece che la diagnosi sia del 1987 ed altre fonti riportano date post Live Aid: non è una questione da poco, perché il sottotesto è che la vita privata, fra orgie e tutto il resto, di Freddie, abbia preso una certa via allontanandosi dai suoi veri amici, che poi sarebbero stati gli altri Queen.

Nella ovvia piattezza del biopic, con qualche macchiettismo (soprattutto i manager) di troppo, ci sono piaciute però diverse cose. Intanto che con onestà per interpretare i Queen siano stati scelti non solo degli attori che hanno bene studiato la parte, ma praticamente dei sosia a parte Rami Malek, che comunque è un Freddie molto credibile. Poi la centralità della musica, non abbiamo cronometrato ma una buona metà del film è fatta da canzoni entrate nella testa anche dei più allergici ai Queen. Mano leggera sugli aspetti sessuali di Freddie, dal complicato rapporto con la quasi moglie Mary ai festini anti-solitudine. Infine la vera e propria ossessione di Freddie per i gatti, animali misteriosi come lui che hanno popolato la sua esistenza. Un amore ricambiato, nella maniera in cui queste creature meravigliose possono ricambiare: la scena, ovviamente inventata, dei mici che dal salotto di casa seguono il Live Aid, è eccezionale. Già, il Live Aid. C’è stato un prima e un dopo. E nel punto più alto, l’apogeo di un’era del rock e del mondo, ci sono stati i Queen.

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Bohemian Rhapsody, i Queen e i gatti di Freddie Mercury, 7.7 out of 10 based on 9 ratings

25 commenti

  1. M

    Visto il film. Cominciamo.
    – troppo breve, ma alla luce dei giudizi successivi non è stato un male, anzi.
    – l’attore l’ho trovato poco credibile. Le movenze non erano quelle di Mercury, la prepotenza fisica del frotman dei Queen non è stata neanche avvicinata. Patetica la prima parte nella quale quella grossolana dentiera rendeva il personaggio una specie di brutto anatroccolo che si aggirava per i bar facendolo somigliare più a Rita Pavone in “Datemi un martello ” che a Freddie Mercury. Io capisco che essendo un biopic la finalità debba essere quella di soddisfare il pubblico superficiale che si meraviglia di “quanto gli somigli” (questo ad uno sguardo superficiale ovviamente) ma ha anche rotto un po’ le palle questa tendenza che l’attore è bravo se viene truccato è “trasformato” bene.
    -musiche troppo presenti (si dirà che essendo un film sui Queen…) che hanno svelato la scelta paracula del regista e sceneggiatore di mettere qualcosa che non poteva essere disdegnato ovvero le canzoni dei Queen (specie se ascoltate con l’impianto audio del cinema).
    -presenza di macchiette a go ho tra cui il produttore ciccione che si fa sfuggire i Queen ed il padre (una specie di antitesi del padre di American Pie ma tremendamente uguale dal punto di vista fisico) a cementare l’altra scelta paracula del contrasto familiare che invece nella vita sin Mercury è stato molto secondario.
    -altri componenti trattati alla stregua di soprammobili.
    -20 minuti di film per la creazione di Bohemian Rhapsody, decisamente troppi.
    – la storia d’amore con la tizia , praticamente totalmente inventata.

    In definitiva un’occasione persa ed un enorme minestrone. Per le mani un personaggio leggendario che si è deciso di raccontare restando a metà del guado e cioè a metà tra il quasi-musical ed il quasi biografico (nel senso di scansione X cronologica di eventi). Scelta la strada più semplice visto che il prodotto si vendeva da solo. Inutile aspettarsi che qualcuno abbia voglia di scrivere un film nel quale si mettano in vista determinati specifici aspetti approfondendoli e dandone una lettura diversa da quella conosciuta , troppa fatica. Alla fine di ogni film mi chiedo se lo riguarderei e la risposta dopo questo minestrone di film è senza dubbio no. Uno che non conoscesse i Queen e Mercury e vedesse il film li catalogherebbe come degli Hanson ante litteram con Mercury più vicino a Renato Zero che a Freddie Mercury.

    Ps: neanche quotato che l’attore verrà candidato all’oscar per quanto “gli somigli”.

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  2. f

    Quoto MB. A me è sembrata una biografia in stile fiction RAI, senza i flashback… Anzi no, “l’inizio dalla fine” anche quello marchio RAI…

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    1. M

      Perfetto. Una fiction della Rai su Boccelli.

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  3. D

    “…Uno che non conoscesse i Queen e Mercury e vedesse il film li catalogherebbe come degli Hanson ante litteram con Mercury più vicino a Renato Zero che a Freddie Mercury…”

    Vergognati per aver usato Renato Zero come benchmark negativo, ricordati che senza la mafia anglofona o se avesse cantato in inglese Renato Zero avrebbe venduto più dischi di Elton John, Boy George e Jimmy Sommerville messi assieme…

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  4. t

    Davvero incredibile la somiglianza di May, Deacon e Taylor. Più somiglianti degli originali 😃

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  5. E

    Come già affermato, è un film ottimo per chi dei Queen sa “sufficientemente” ma non “troppo”
    l’obiettivo non era approfondire alcuni aspetti (aids in primis) che sono rimasti (e rimarranno) molto sottotraccia
    l’obiettivo era fare un po’ di burdell con la musica dei queen, dare un po’ di spettacolo, raccontare una bella storia
    ma, come direbbe federico buffa, perchè rovinare una bella storia con la realtà?

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  6. G

    Pezzo molto interessante. Sarei curioso di sentire anche il parere di Scaruffi. Qualcuno sa se ha recensito il film?

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    1. E

      oddio Scaruffi non ha mai visto “benissimo” i Queen, quindi temo il suo giudizio sarà negativo…

      detto ciò, ci vorrebbe un “di qua o di la” sul giudizio finale che Scaruffi diede sui Beatles

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      1. C

        Anticipo il mio commento: “il tentativo, riuscito, di un mitomane di far parlare di sé”

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    2. C

      Ahahahahah chi hai ricacciato 😂

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      1. G

        Però suglli Smiths, nel bene e nel male, ci prende.

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        1. C

          Giovanni, ha scritto migliaia di profili, che ci prenda almeno su un 10% è solo fisiologico.

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  7. G

    Però sugli Smiths, nel bene e nel male, ci prende.

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    1. G

      Per dire che nei suoi deliri, nei suoi partiti presi ha momenti di grande lucidità. Mi dirai che anche un orologio rotto due volte al giorno dice l’ora esatta. Ci può stare, però rileggiti l’inizio sugli AC/DC: quello è lo Scaruffi che spacca il minuto.

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      1. C

        AC/DC are one of the greatest heavy-metal bands of all times, and one of the most authentic acts of rock’n’roll. They embody the wild, rebellious quintessence of rock music like few other bands before punk-rock. They were the opposite of the intellectual singer-songwriter or the brainy progressive-rock or the decadent glam-rock of the 1970s: they were not the brain and not the heart but the guts of rock and roll. Rolling Stone Magazine gave a “zero” to several of their albums: the greatest compliment ever paid to them.

        Per carità, se passano gli AC/DC per radio non riesco a cambiare stazione, però questo è lo stesso che ha scritto che i Black Sabbath venivano ascoltati per le loro sonorità banali e poco fantasiose, suonate da gente poco dotata tecnicamente. Ora capisci che fare un attacco così entusiasta sui fratelli Young e poi dare di poco fantasiosi e poco tecnici a Iommi/Osborne/Butler è quanto meno eccentrico, almeno per la mia limitata cultura musicale.

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        1. D

          Rilancio: bellissime parole per gli AC/DC ma nel momento in cui li definisce heavy metal fa la figura di quelli che guardano le partite ma non le osservano e poi vogliono il pallone d’oro per CR7 o Griezman…

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  8. P

    sul fatto che sia stata la miglior band live ho qualche dubbio: Springsteen e la E Street Band molto meglio a mio avviso

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    1. G

      Hai perfettamente ragione. E anche dando un’occhiata ai voti non ci si ritrova: cioè, leggi e poi guardi i voti e sembrano non corrispondere. Però ogni tanto mi piace leggerlo. Anche per le sue prese di posizione. E chiudo perché non voglio spostare la discussione. Però propongo al Direttore di affrontare, un giorno o l’altro, l’affaire Scaruffi. Saluti.

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  9. M

    “AC/DC are one of the greatest heavy-metal bands of all times”

    Se uno parte così non è eccentrico, è proprio uno che non ha capito un cazzo.
    Heavy Metal sono gli Slayer (si, possiamo metterli in uno specifico sottogenere dell’heavy), sono i Judas Priest da Painkiller in poi, sono i Death (certo, sottogenere death metal) ed i Pantera (per me i due più grandi gruppi metal di tutti i tempi). Di certo non lo sono gli AC DC.

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    1. C

      Mah, quello se vuoi è il meno, quella tra hard rock è heavy metal è una discussione che va avanti dagli anni ’70, e all’inizio heavy metal indicava lo spettro più duro dell’hard rock con tono dispregiativo (come diceva una mia ex “rumore di pentole”). Per capirci, Deep Purple e Black Sabbath erano assolutamente categorizzati sotto heavy metal, adesso al massimo li trovi nell’hard & heavy. In fondo l’espressione stessa non deriva da un verso di born to be wild, non proprio il prototipo della canzone metal?

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    2. D

      Ecco, Belisario mi ha anticipato…

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  10. E

    Sul discorso heavy metal hard / hard rock (e sulle infinite sfumature del metal) feci litigare – ma litigare davvero – due miei ex compagni di classe alle superiori, proprio dopo aver catalogato un gruppo random come “hard rock” (“non è hard rock è heavy” “se dici che heavy non capisci un czo di musica” “ah la capirai te che ritieni metal i Tools” e da lì pop corn…)

    Comunque, trasformandomi per un momento nel giudice del film “Febbre da Cavallo” magistralmente interpretato da Adolfo Celi, dico che gli AC DC sono Soft Metal e chiudiamo il discorso.

    ps: Scaruffi tuttavia giudica come disco più importante della storia della musica “Trout Mask Replica” dei Captain Beefheart. Ho provato ad ascoltarlo qualche volta ma per me è equivalente a un’ora di suono del martello pneumatico sull’asfalto. Resta il fatto che, ogni tanto, mi fermo a pensare “e se sui Beatles avesse davvero ragione lui?”.

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    1. D

      Il problema della catalogazione degli AC/DC è che viene mediamente eseguita prendendo in esame l’album “Back in black”, quando invece l’anima del gruppo è meglio rappresentata da “It’s a long way to the top”, per dire…

      Ps: a scanso di equivoci per il solito troll che non capisce un cazzo e la butta sui gusti, preciso che “Back in black” è un capolavoro del genere – che non è il mio genere, tanto per essere chiari – e ne faccio un (ab)uso spasmodico in ambito sportivo…

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