A cena con Franco Rossi (La scoperta di Ronaldo)

Tu ami citare calciatori che la maggior parte delle persone mai ha sentito nominare, soprattutto calciatori di molti decenni fa. Ma il cuore ti batte per un personaggio quasi dei giorni nostri come Ronaldo…

Proprio perché amo e conosco la storia del calcio non sottovaluto il presente, per quanto anche Ronaldo ormai faccia parte del passato. Sono convinto che per due anni, quello al Barcellona e il primo all’Inter, sia stato il migliore di sempre. Da minorenne era stato campione del mondo come riserva, ma avrebbe meritato di giocare, poi al 50% delle sue possibilità ha vinto da protagonista un Mondiale nel 2002 e giocato per anni nel Real Madrid… Tutto questo allenandosi abbastanza poco e in mezzo ad infortuni tremendi.

Fra l’altro sei stato tu il primo a raccontarlo agli italiani.

La prima volta che lo vidi giocare era l’autunno del 1993. Stavo in vacanza in Brasile e Luiz Carlos Nascimento, ex calciatore del Cearà e mio compadre, sono il padrino di suo figlio, mi trascinò a vedere una partita del Cruzeiro di Belo Horizonte contro il Vitoria di Bahia: “C’è un ragazzino di appena diciassette anni che è un vero fenomeno, così quando tornerai in Italia potrai scriverne prima degli altri e fare un figurone…”. Quel pomeriggio, che non dimenticherò mai, Ronaldo segnò cinque reti unendo fisico e tecnica in un modo che non avevo mai visto.

Solo fortuna?

Ma no, non è solo il caso. Se invece di andare a vedere il Cruzeiro fossi rimasto a dormire in giardino non avrei fatto alcun colpo. Funziona così: se metti il naso fuori dall’ufficio, e non sei proprio stupido, qualcosa porti a casa sempre. Comunque tornai in Italia e un pomeriggio in redazione, ero già diventato il responsabile dei servizi sportivi al Giorno, mancava un’apertura, cioè l’articolo più importante, quello che apre la pagina. Pensando a Ronaldo, al fuoriclasse che sicuramente sarebbe diventato, decisi di inventare una notizia di calciomercato. Quando succede una cosa del genere, per motivi geo-politico-editoriali, il nome che viene fuori è inevitabilmente quello di una grande: Inter, Juve, Milan. L’Inter non era in un gran periodo e così immaginai Ronaldo con la maglia nerazzurra e scrissi l’articolo spiegando che l’Inter stava portando avanti la trattativa nel segreto più assoluto. Feci leggere l’articolo al collega Cristiano Gatti e lo incaricai del titolo. Quando arrivò la bozza della pagina dalla tipografia rimasi piacevolmente sorpreso. Cristiano mi disse scherzosamente: “È un titolo esagerato, proprio come le cose che hai scritto…”. Il titolo era: “Si chiama Ronaldo il Pelé del Duemila”. Ernesto Pellegrini, che all’epoca era presidente dell’Inter, mi telefonò e di quel ragazzino volle sapere di più. Mariottini, direttore generale, fu incaricato di dare un’occhiata a Ronaldo. Ne rimase incantato. Nel frattempo altri giornali ripresero quella mia notizia inventata di sana pianta e per dimostrare che ne sapevo più di qualunque altro telefonai ad alcuni miei amici giornalisti di Belo Horizonte. Insomma, quando hai in mano il gioco sono sempre gli altri a doverti inseguire.

E perché Ronaldo non finì all’Inter subito?

Mariottini riuscì a strappare un’opzione nella quale era specificato che versando un milione di dollari entro il 31 marzo 1994 l’Inter poteva acquistare il centravanti del Cruzeiro. Pellegrini e Mariottini erano determinati, ma tutto svanì per motivi politici. A Belo Horizonte c’era Newton Cardoso, ex governatore dello stato di Minas Gerais, che voleva ripresentarsi alle elezioni e che per avere successo decise di seguire la stessa strada che aveva percorso Berlusconi in Italia. Dopo aver acquistato televisioni e giornali Cardoso, con il quale riuscii a parlare grazie a Mirna, la sua segretaria italiana, per aumentare la propria popolarità mise gli occhi su una squadra di calcio. A Belo Horizonte la più famosa è l’Atletico Mineiro, ma lui voleva il Cruzeiro e di uno come Ronaldo non poteva fare a meno. Svanì così il trasferimento all’Inter, poi a Cardoso passò improvvisamente l’innamoramento calcistico è dopo qualche mese si fece avanti con successo il PSV Eindhoven. A volte i grandi colpi sono soltanto questione di capitare al momento giusto.

Hai vissuto in prima persona anche il reale arrivo di Ronaldo all’Inter?

Quando Massimo Moratti divenne presidente gli chiesi un’intervista e passai un’ora nel suo ufficio a parlare di Ronaldo. Lo conosceva benissimo e l’aveva inserito al primo posto nella lista dei campioni da acquistare per far tornare l’Inter ai fasti di un tempo. Ormai su Ronaldo ero fissato e feci fare un titolone nella prima pagina del Giorno: “Massimo Moratti come papà Angelo, ha preso il più forte del mondo”. Lo avrebbe acquistato qualche anno dopo, ma potrò sempre dire di averlo scritto per primo.

Ronaldo è al livello di Pelé e Garrincha?

Assolutamente sì, mi impressiona quello che è riuscito a fare anche da zoppo: il quinto titolo mondiale del Brasile è suo. Poi Pelé e Garrincha hanno avuto una carriera più lunga e per ricordare il loro valore ripeto una cosa che ho detto mille volte: con loro in campo in contemporanea il Brasile ha disputato 50 partite e non ne ha persa nemmeno una.

Qual è il segreto del calcio brasiliano?

Una quantità di talento straordinario. Il 90% si perde per strada, ma ogni generazione ha qualche fenomeno. Anche in brutte versioni del Brasile, come quella di Italia ’90, c’erano comunque sempre tre o quattro giocatori di livello assoluto. Poi tatticamente è un paese che non ha inventato niente, limitandosi a importare con nomi diversi quello che era nato in Europa. Il gioco brasiliano, intendo quello che si vede in Brasile, non va idealizzato. Però i giocatori brasiliani hanno, ognuno al proprio livello, qualcosa in più: una magia che chi ama il calcio comprende benissimo, senza bisogno di un giornalista che glielo spieghi.

Nelle discussioni con lettori e telespettatori tu ami dire che il giocatore decisivo del Brasile del 1970 era Clodoaldo: lo fai per fare il fenomeno?

Ma no, lo penso davvero. E poi non ho detto che nella storia del calcio Clodoaldo vale Pelé, ma che in quel Brasile era l’uomo decisivo: il volante, declinazione brasiliana del centromediano metodista, che a vent’anni comandava compagni molto più famosi come Jairzinho, Gerson, Tostāo, Pelé e Rivelino. Il più forte che abbia visto giocare in quel ruolo, anche se il numero uno della storia è Luisito Monti.

Estratto della parte ‘Intervista a Franco Rossi’ contenuto nel libro ‘A cena con Franco Rossi – Storia e Storie di un giornalista sportivo’ (editore Indiscreto), di Stefano Olivari ed Enzo Palladini. Il libro è in vendita in formato elettronico per Amazon Kindle a 6,99 euro e in versione cartacea a 14,90 euro (prezzi indicativi) presso Amazon, la Libreria Internazionale Hoepli e tutte le altre librerie, di catena (come Feltrinelli) o indipendenti, che lo abbiano ordinato al distributore in esclusiva nazionale, Distribook

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