Rating basso per Moody’s e Standard & Poor’s, buono per Fitch

Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch: fra i nomi citati acriticamente ogni giorno da giornalisti ed orecchianti le agenzie di rating hanno senz’altro un posto d’onore, insieme a oscure commissioni europee ed improbabili emanazioni dell’ONU. Non ci sarebbe alcun problema se le loro valutazioni, con criteri leggermente diversi fra di loro, non avessero un impatto immediato sul debito pubblico degli stati, sulle quotazioni delle singole aziende e in definitiva sulla vita di tutti noi. Però così non è. La domanda è semplice e la rivolgiamo ai tanti uomini di finanza che leggono Indiscreto, rubando tempo ai loro raid sui mercati internazionali: si può credere alle valutazioni delle agenzie di rating?

Vediamo caso per caso, riducendo il discorso alle tre principali, quelle che possono mettere in difficoltà anche un paese forte come l’Italia e a maggior ragione paesi ridicoli. L’azionariato di Moody’s ha come principali esponenti Berkshire Hathaway (Warren Buffett, in sostanza), Vanguard Group, Blackrock, State Street e Baillie Gifford. Sono tutte società di investimenti fra le più grandi al mondo, che nei loro fondi e nelle loro gestioni hanno ovviamente titoli, di stato e non, il cui rating è assegnato dalla Moody’s della situazione. Il rating che assegneremmo a Moody’s, usando la sua terminologia, è quindi C: spazzatura. Come se il critico televisivo di un giornale di Cairo giudicasse le trasmissioni di una televisione di Cairo, o un giornalista della Stampa la dirigenza della Juventus: le persone singole possono essere oneste, ma il sistema proprio no.

Prendiamo adesso Standard & Poor’s e i suoi primi cinque azionisti: in ordine decrescente Vanguard, Blackrock, State Street, FMR, Edgewood. Quelli sul podio già li abbiamo incontrati in Moody’s, mentre FMR ed Edgewood sono anch’esse società di gestione di capitali. Nostro rating alla loro credibilità: CCC-, in termini S & P. Spazzatura anche qui. E Fitch? Purtroppo non c’entra il grande Bill, ma delle tre più citate dai mezzobusti è forse la più credibile. Infatti dallo scorso aprile è posseduta totalmente dal gruppo Hearst (quello fondato dal protagonista di Quarto Potere), che comunque già prima la controllava. Insomma, un editore puro con il pallino del gioco ancora in mano ai discendenti del fondatore. In termini Fitch come credibilità daremmo quindi una valutazione alta (doppia A?) anche se è chiaro che come le due cugine fa parte di un sistema creato dalla SEC (quindi dagli Stati Uniti intesi come stato, anche se la SEC è formalmente indipendente) nel 1975 e che si è consolidato nel tempo con una serie di acquisizioni e fusioni.

Nostra conclusione grezza, di modesti lettori di pagine finanziarie preoccupati per le sorti del proprio trilocale di periferia: i rating di Fitch sono credibili, il che non significa che siano corretti, mentre quelli di Moody’s e Standard & Poor’s senz’altro no. A un livello più profondo il conflitto di interesse ce l’ha anche Fitch, visto che le società quotate per ottenere un rating (potrebbero in teoria sbattersene, ma cosa penseremmo noi parco buoi di un’azienda senza rating?) e quindi fin da subito le agenzie diventano non soltanto giudici ma anche anche consulenti. Tutte, anche quelle minori, fanno più soldi con i servizi finanziari che con le valutazioni in senso stretto.

Venendo al nostro orticello e al mitico spread (che ovviamente le tre cugine esprimono prima di tutto rispetto ai Treasury americani e non ai Bund), ci sono un po’ dappertutto tabelle storiche che mettono i correlazione i rating con lo spread. In quasi tutte l’attuale spread (mentre stiamo scrivendo queste righe quello con i tedeschi è di 306) sembra esagerato rispetto alla tripla B del debito pubblico italiano, ma è probabile che la quotazione attuale già sconti in parte le previsioni di declassamento dovute al DEF e non solo. Rimane il fatto che la grande finanza americana non soltanto domini quella mondiale vendendo e comprando, ma dia anche i voti a ciò che vende e compra. Come se ci mettessimo a giocare al Fantacalcio contro il giornalista della Gazzetta che dà i voti ai giocatori.

Non abbiamo idea di come si possa uscirne, non certo con agenzie statali che diano voti al proprio debito. Forse basterebbe ridurre la considerazione mediatica ed istituzionale delle Big Three, ma dovrebbero iniziare a farlo i paesi più solidi, cioè quelli che con l’assetto attuale vengono quasi pagati per poter acquistare il loro debito pubblico (e che quindi non hanno interesse a toccare lo status quo). Rinnoviamo la domanda al target alto di Indiscreto, con la certezza che ne nascerà una discussione interessante visto che in questo campo è impossibile essere tifosi di qualcosa o di qualcuno.

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10 commenti

  1. P

    In primo luogo credo che più che giudizi spesso interessati (…) , in ritardo (…), in conflitto (…) conti più il mercato e da un punto di vista teorico il CDS sia lo strumento più efficace per mostrare il miglioramento o il deterioramento del merito creditizio di un emittente… Quanto al legame spesso esagerato rating/andamento mercato di un titolo/spread quello che va sottolineato è che la policy di tanti investitori istituzionali è ancorata al rating, alcuni soggetti, dagli HF ai fondi pensione, strutturano la loro politica di portafoglio in base al rating, lo stesso fanno le casse di compensazione per quanto riguarda la richiesta dei margini, di fatto non vendo perchè me lo dice S&P peggiorando il rating ma vendo perchè peggiorando il rating quel bond non rientra più nei parametri della policy e ho il Risk Manager alle calcagna oppure mi costa troppo detenerlo in termini di margini, haircut e collaterale…. e con un emittente seriale e con un enorme quantità di debito circolante come l’Italia certi effetti è innegabile siano amplificati…. Infine un ultima annotazione, non è detto che l’assenza di rating da parte delle big three o l’assenza di un CDS su un emittente siano sinonimo di scarsa qualità dell’azienda, Ferrari e Microsoft insegnano…

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  2. C

    Chiariamo un po’ di punti:
    (1) la proprietà per agenzia di questo tipo è irrilevante. se non fosse così, vedremmo molte più differenze in termini di rating, che invece sono nella stragrande maggioranza dei casi allineati anche rispetto a società private (tipo RR).
    (2) le case di fondi nell’azionariato delle agenzie di rating menzionate nell’articolo hanno tutte una cosa in comune: sono tra i più grossi provider mondiali di ETF. Quindi investono in Moody’s, S&P, Fitch in quanto società incluse in indici che vengono “seguiti” dai loro ETF.
    Questo per dire che non c’è nessun piano per controllare specificamente le agenzie di rating.
    (3) quelli che citano Lehman non sanno che i rating sono un “lagging” indicator, nel senso che basano le proprie valutazioni su dati economici e finanziari già pubblicati. Caso pratico, nessuna agenzia ha ancora toccato il rating dell’Italia, non essendo ancora uscita l’effettiva legge di bilancio.
    (4) Anche i titoli AA falliscono. Qui trovate delle vecchie matrici di transizioni, che rappresentano le probabilità che ciascun rating si sposti su un altro rating. La D rappresenta il default. https://financetrain.com/defaults-and-ratings-changes/ La probabilità che esca rosso 15 volte di fila alla roulette è lo 0.003%, ma non è zero.
    (5) Verissimo che i rating, come dice Paolo qui sopra, influenzano soprattutto in virtà di regole di tipo pubblico o privato: se il fondo sovrano norvegese ha nel suo regolamento che max 10% può essere investito in titoli non-investment grade, in caso di downgrade dell’Italia sotto BBB- dovrà vendere un sacco di posizioni. Che è un buon motivo per cercare di difendere il proprio rating, al proprio di cercare battaglie contro nuove incarnazioni della perfida albione e degli gnomi di zurigo.

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    1. Non sono d’accordo sulla proprietà ‘irrilevante’, anzi la proprietà è tutto quando si tratta di definire la credibilità di ciò che si dice. Le valutazioni spesso convergenti significano poco, visto che tutti i ‘cartelli’ hanno valutazioni convergenti, in qualsiasi mercato in cui i cartelli si manifestino: la benzina Tamoil non ha un prezzo troppo diverso da quella Q8, gli abbonamenti Vodafone sono simili alla TIM, eccetera. Essendo state ‘elette’ a suo tempo dalla SEC le Big Three hanno tutto l’interesse nel far sembrare oggettive le proprie valutazioni. Trovo incredibile che siano simili quasi sempre anche i rating outlook, dove il peso delle opinioni è più forte

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  3. c

    Insider trading allo stato puro, facciamo i seri.

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  4. Perché il mondo si fida di quelle agenzie di rating? Perché i loro rating sono alla base delle decisioni di investimento dei giganti che ci stanno dietro e poi di tutti quegli altri più piccoli che vogliono diventare grandi etc etc. Il che , se vogliamo, crea anche delle profezie autoavveranti che magari non coincidono con la realtà del mercato ma ne possono modificare sostanzialmente l’andamento.
    Se domani i fondi di investimento Medio Orientali o cinesi creassero una propria agenzia di rating (che magari c’è già e non pubblica i propri dati , non lo so) con dei dati non convergenti conquelli delle big three che succederebbe?

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  5. t

    Ottimo post di Fido, il marchese del Grillo non avrebbe potuto spiegarlo meglio.

    Praticamente il sermone di un prete medioevale controriformista.

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  6. C

    Ed è subito gombloddoh. Cmq decisione migliore delle attese.

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  7. C

    Durante l’intervallo leggetevi qualcosa sui rating da uno che ne sa: https://twitter.com/dottorpax/status/1054061101564989442?s=09

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