La Coppa Davis cambiata da Piqué

La Coppa Davis è morta, ma da ben prima del 16 agosto 2018. Comunque questa è la data che sarà ricordata per la votazione che a Orlando ha decretato il cambio di rotta con la maggioranza di oltre i richiesti due terzi delle federazioni votanti: il presidente della ITF (la federazione internazionale che possiede i quattro Slam e la Coppa Davis, ma non i circuiti ATP e WTA) David Haggerty e Gerard Piqué, uomo immagine del gruppo Kosmos che garantirà 3 miliardi di dollari per i prossimi 25 anni, sono stati convincenti. E in particolare il leader ideologico del Barcellona (dietro questi investitori ci sarebbe la Rakuten, sponsor dei catalani) ha toccato il tasto giusto, oltre ai soldi a pioggia anche per federazioni sfigatissime, parlando di Coppa del Mondo e di Coppa Davis che deve diventare ciò che il Mondiale è per il calcio.

Al di là del dettaglio che il Mondiale non si gioca ogni anno ed è proprio questa, l’attesa, la chiave del suo successo, la nuova World Cup avrà una serie di innovazioni, con le principali che possono essere così sintetizzate. 1) A febbraio 2019 playoff di qualificazione a 24 squadre, 12 scontri diretti che manderanno quindi 12 squadre alle finali di novembre (sicuramente in Europa) insieme alle 4 semifinaliste della Davis di quest’anno (quindi Francia, Spagna, Croazia e Stati Uniti) e a due wild card. 2) Il torneo finale si disputerà nell’arco di una settimana ed all’inizio ci saranno 6 gironcini da 3 squadre, che qualificheranno ai quarti le prime le due migliori seconde. È chiaro che ogni scontro diretto si esaurirà in una giornata. 3) Le partite saranno al meglio dei tre set, non più degli storici cinque, con tie break anche nell’ultimo set. 4) Ogni scontro diretto si articolerà non più su cinque incontri, ma su tre: due singolari (presumibilmente con il primo nel ranking ATP contro il primo degli avversari e il secondo contro il secondo) e un doppio. 5) Le ultime due squadre della World Cup, che magari conserverà (lo speriamo) il marchio Davis, retrocederanno ai sottogruppi locali di qualificazione mentre quelle dal quinto al sedicesimo posto torneranno a fare le qualificazioni per così dire globali di febbraio.

Ovviamente c’è ancora tanto da mettere a punto e da chiarire, ma indietro non si torna. La reazione istintiva, anche per noi, sarebbe quella di un bell’articolo sulla Davis di una volta e su tante notti in bianco (Panatta-Alexander 1977 una delle partite che più ci ha emozionato nella storia) o maratone pomeridiane a soffrire per Cané, Cancellotti e Seppi. La realtà degli ultimi anni è stata quella di una Davis in cui i campioni hanno giocato soltanto quando gli è convenuto e molto raramente ha vinto la squadra più forte, senza contare il vero problema: finora la Davis, fosse anche la finale, ha destato l’interesse soltanto dei tifosi delle due squadre in campo mentre con la World Cup si spera di creare un effetto trascinamento sul resto del pianeta. Il contesto ambientale, poi, non è da trascurare: meglio una grande manifestazione bene organizzata che partite tristi in tennis club di provincia, con tribune indegne anche di un circo itinerante.

Insomma, una svolta ci voleva anche se siamo convinti che giocare qualificazioni per quattro anni per arrivare a un Mondiale-Davis quadriennale sarebbe stata una scelta più di impatto e anche più interessante per i giocatori costretti a districarsi in un calendario intasato e che si troveranno una Davis che messa così rischia di essere meno interessante della Laver Cup nata l’anno scorso, che è in sostanza una sfida fra Europa e resto del mondo. Conclusione? Tutte le tradizioni, prima di diventare tali, sono state novità e magari fra qualche anno ci esalteremo per questo Mondiale del tennis.

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