Il Giro a Yates e il futuro alla Colombia

Da Gerusalemme al Trentino, passando per la Sicilia, i pallini (a pois ma rosa, non rossi…) si sprecano, anzi si moltiplicano al pari di organismi autotrofi. Si materializzano all’improvviso, come ieri pomeriggio nella valle del Cadore, quando vanno in fuga Nibali e Quintana: ma di nome fanno Antonio e Dayer…

Sappada non è un luogo, bensì dal 1987 – dalla coltellata di Stephen Roche al compagno in rosa Roberto Visentini – uno stadio mentale del ciclismo e dell’umanità. Accade all’improvviso ma non troppo, imbucando il Costalissoio Bosco dei Giovi, un gpm di appena 3,9 chilometri che fa un po’ Cote de la Haute Levée della Doyenne: il trappolone coinvolge all’inizio il solo Chris Froome, rimasto indietro in discesa quando mena Miguel Angel Lopez, che è tutto meno che un discesista. Poi, alla seconda accelerazione, Simon Yates lascia lì Tom Dumoulin e gli altri ras: diciassette chilometri di assolo, una roba alla Laurent Fignon, confermano un fuoriclasse in divenire.

Yates lo annunciammo fin dalla Terrasanta. Nell’anno dei ventisei, il gemello di Adam (che è forte forte pure lui) era – alla vigilia, per i media generalisti – il britannico di scorta, dopo l’annunciatissimo Froome. Al contrario del quattro volte vincitore del Tour de France, che è africano nell’anima e apolide nel destino, il mancuniano è inglese anche nelle origini (ciclistiche). Simon arriva dalla pista, come la maggior parte dei brit, ed è nato svelto: lo vedemmo under 23 a Fossano, al Tour de l’Avenir 2011, vincere – alla Moreno Argentin – sulla salitella di Via Roma. Ha qualcosa, nel fuorisella elegante, nello stile, dell’Andy Schleck che fu; il cambio di ritmo, la sparata, ci riporta al primissimo Damiano Cunego. Nel ciclismo moderno che, per esigenze televisive, pende verso il garagismo simil Vuelta, è un topo nel formaggio. La sua crescita, al di là dell’inciampo con la terbutulina di due Parigi-Nizza fa (un broncodilatatore, ma non chiamandosi Froome non allertò il televoto degli agonisti da divano), è stata graduale: la terza settimana ci dirà cosa farà da grande, nella seconda parte di una carriera che promette tuoni e fulmini.

Tom Dumoulin, malgrado una Sunweb deboluccia, conta le pedalate che lo separano dalla Trento-Rovereto, i 34 chilometri a cronometro che potrebbero ribaltare la contesa. Anche salendo lo Zoncolan, pur gestendosi bene, la farfalla di Maastricht – in salita – non ha mai mostrato le progressioni indurainesche dell’anno scorso, soprattutto quelle sul Blockhaus e verso il Santuario di Oropa. Martedì 22 nella prova contro il tempo, la strada da Trento a Mattarello, forse fino ad Aldeno, è per specialisti puri, da rapportone. La curiosità è capire quanti secondi al chilometro l’olandese infliggerà alla maglia rosa. Sopra i tre secondi, il Giro ritorna sul filo, e il testa a testa Yates-Dumoulin potrebbe essere deciso dalle mosse degli altri, di quelli che corrono per il podio e i successi parziali.

I centomila dello Zoncolan, sabato, contrapposti ai centomila del matrimonio reale a Windsor, illustrano la biodiversità del pianeta terra. Si fa tutto, in favore di telecamere e telefonini, per esserci: anche se, a dispetto dei dinosauri e di Babbo Natale che corrono a fianco dei corridori, nulla è più pythonesco di due milionari che dicono “in ricchezza e in povertà”. Tornando alla strada o ai marcapiedi, dove è vero quel che vedi, sul Kaiser ha vinto di cazzimma, e di classe, un Froome quasi redento. Il keniano bianco, oltre che per un inverno complicato, ha smarrito il Giro il primo dì, in quel di Gerusalemme, nella ricognizione della crono. La caduta pesante, sul fianco destro, si è riverberata, nelle conseguenze, per molte giornate. Si narra che il power meter di Froomey segnalasse uno sbilanciamento della pedalata, a favore della gamba sinistra (sana), tipo 75 a 25, senza molte speranze per le mire del britannico. Che è accompagnato da un Team Sky di seconda fascia, con le doverose eccezioni di Sergio Henao e Wout Poels. Quest’ultimo, in ripresa dopo l’incidente di marzo, ha spianato – da metronomo – almeno tremila metri di Zoncolan prime delle (due) frullate del capitano. Guardando l’orizzonte distante, fine settembre, attenti all’olandese sulle rampe del complicatissimo Mondiale di Innsbruck. È uno con una Liegi-Bastogne-Liegi in bacheca, mica un fesso.

L’impressione, nel duello rosa, è che l’inerzia sarà stabilita dai Froome, dai Thibaut Pinot e Domenico Pozzovivo (l’unico superstite italiano nella Generale), dai Lopez: il resto è già mancia. La frazione numero diciannove, la Venaria Reale-Jafferau di venerdì prossimo, sembra disegnata apposta per un golpe. Nella storia recente, la tappa del Colle delle Finestre ha riservato sorprese: nel 2015 Alberto Contador, attaccato da Mikel Landa, rischiò di perdere la rosa. E la Susa-Cervinia di sabadì, prima delle vacanze romane, 214 chilometri e tre colli in successione, completerà l’opera.

La Saint Vincent-Sestriere di tre anni orsono – col Pistolero in crisi – se la aggiudicò, grazie anche all’ammiraglia Astana, Fabio Aru. Il gorilla sulle spalle del sardo era evidente da questa primavera. Rimanendo all’Arunovela, alla programmazione senza corse, a un team manager fuori dalla realtà odierna, alla pressione dei media (ignoranti perchè ignorano lo specifico di questo sport) sul solo atleta tricolore spendibile (..) dell’oltre Nibali. Gli sceicchi, che pagano il giocattolo UAE Emirates, prima o poi chiederanno spiegazioni. La vicenda illustra, nel piccolo, i difetti di un movimento italiano che pensa di essere (ancora) importante, quando è diventato invece provincia e retroguardia. Che vive, sempre, di un passato prossimo verosimile (bagnato nel rancore) e di un presente urlato, caciarone. Al solito, i riflessi sono quelli del paese stesso: inutile pretendere altro quando, per calcolo meschino, si finisce di vedere il mondo e ci si limita a guardarlo dal buco della serratura.

IL PANORAMA DEL CICLISMO – Lo spot perfetto di Israele, tre dì fra la Terrasanta e il deserto del Negev, è stata una lezione delle possibilità (infinite) di valorizzazione territoriale di questo sport. Tornati nel Bel Paese, la Sicilia ci ha offerto visioni uniche: gli spettri di Poggioreale Vecchia, demolita dal terremoto del 1968 e abbandonata dall’uomo, che sembra un’installazione (crudele) di arte contemporanea pensata da Madre Natura, si reiteravano col Cretto di Alberto Burri, presenza metafisica in quel di Gibellina. Non è mai scontato considerare quanto legga il mondo, attraversandolo di fretta col suo corteo coloratissimo, una gara ciclistica.

Al di là dell’affaire Froome, comunque un riassunto (politico) eccellente del divenire, assistere allo spettacolo del Giro, qualche settimana dopo le Ardenne, i muri e il pavè tra Fiandre e Francia, ai gesti degli atleti, alla ritualità della folla (tanta, ovunque), ci suggerisce la domanda delle cento pistole. Sul ruolo e l’utilità effettiva dell’UCI nel dirigere il carrozzone professionistico. La storia dell’UCI si è sviluppata, nel Novecento, in simbiosi con quella del ciclismo pro. Almeno due biografie di presidentissimi, Adriano Rodoni (Lucifero) e Hein Verbruggen (Mefistofele), padri padroni del giocattolo, spiegherebbero le dinamiche che – nel bene e nel male – hanno caratterizzato il circo della bici. Appare evidente, e con l’arrivo di David Lappartient (un decisionista) lo è ancor di più, che il governo dell’ambaradan che si riconosce nel World Tour non possa più dipendere dalla lune della politica. Il distacco – economico, organizzativo, regolamentare – del movimento della strada, ormai incolmabile col resto dell’offerta ciclistica, è una realtà. Il circuito meriterebbe la gestione, esterna ai palazzi della Federazione, di una struttura manageriale. Una lega sul modello nord americano (NBA, NFL, etc.), irraggiungibile nelle dimensioni finanziarie e mediatiche ma riproponibile nel produrre idee (vincenti) e marketing, e un sindacato corridori stile ATP che tolga definitivamente ad Aigle l’influenza e svecchi il prodotto venduto. Che, da Tel Aviv allo Yorkshire, passando per l’Etna e la Romandia, ha potenzialità (globali) ancora inesplorate.

Un universo in espansione, che ha poco da condividere col Sei Nazioni (Italia, Francia, Benelux, Svizzera, Spagna e Germania Ovest) che fu, non può scaturire dai bizantinismi dei gran visir delle poltrone di un Renato Di Rocco, per esempio, inscalfibile presidente della Federazione Italiana. Il caos di una guida politica, che dipende giocoforza da un pacchetto di voti, produce la proposta di un Giro d’Italia ridotto a soli diciassette giorni (!) o la contemporaneità della corsa rosa stessa col Tour of Yorkshire e quello di California. Il primo, la manifestazione di maggior successo popolare (sulle strade) dopo il Tour de France, il secondo una vetrina (di lusso) nell’importantissimo mercato americano. Pensate che Peter Sagan, testimone numero uno del marchio Specialized (californiano…), non corra il Giro per amore disinteressato dello Stato dell’Oro? Un gioiello come la prova iridata, spostata a fine settembre e con un format allargato per consentire incassi più generosi (principale risorsa di sostentamento del grand hotel UCI), produce solo conti in rosso per le località ospitanti. È costata troppo persino un’edizione, esemplare, come quella di Bergen. La Federazione chiede denaro, alle squadre, alle corse, e non produce novità e migliorìe di alcun tipo. Da decenni si dovrebbe (ri) provare, nell’anno delle Olimpiadi, con un Tour o un Giro per nazionali: ma con gli sponsor (degli atleti) in bella evidenza. In cambio, al Mondiale della stessa annata, sarebbe affascinante proporre una sfida iridata con i colori dei club. Con l’arrivo del Mondo Nuovo, delle tecnologie che implementano la visione (e la passione) della contesa, un’esaltazione della natura, dell’umanità, di un mezzo meccanico geniale ed ecologico, regalerebbero scenari inusuali e gratificanti al ciclismo.

COLOMBIA, OMBELICO DEL MONDO – Miguel Angel Lopez scalpita, circondato dalla squadra più forte del Giro (Luis Leon Sanchez, Jan Hirt, Tanel Kangert, Pello Bilbao…), l’Astana, fuenteggiando con l’istinto irrazionale di chi vorrebbe attaccare, sempre, per recuperare il tempo smarrito. Superman, che conoscemmo (giovanissimo, ma oggi è comunque ventiquattrenne) al Tour de Suisse di due anni fa, per entrare nella cerchia dei ras deve imparare a stare in piedi nel gruppo. Un problema tecnico, grave, quella della conduzione della bici che, in nove giorni, lo ha già visto per le terre nella crono di Gerusalemme e in un prato, da pollastro, nella frazione di Caltagirone. Se impara, a limare nel plotone, Lopez si aggiungerà alla schiera dei tenori delle grandi corse a tappe. L’Etna, per un omaggio del compagno Simon Yates, ha riportato in primissima fila Esteban Chaves, dopo un 2017 sfortunato, uno che è già salito sul podio del Giro e della Vuelta (secondo e terzo nel ’16) e con un Lombardia in bacheca (sempre nell’annata d’oro 2016).

La tribù colombiana sta conquistando l’Europa, figlia di una tradizione consolidata e di un dna e voglie ataviche, di rivalsa con la storia, e anche di un approccio multidisciplinare (pista e mountain bike propedeutiche alla strada) all’avanguardia. Altrove, Rigoberto Uran e Nairo Quintana aspettano – fiduciosi – il Tour. Il Condor, che ci dimentichiamo essere un classe ’90, è il nostro favorito della prossima Grande Boucle: sempre che digerisca l’avvicinamento (complicato) alle Alpi e la convivenza interna – in Movistar – con l’Embatido Valverde e Mikel Landa… Al Giro, delle cosiddette seconde linee ci sono – tra gli altri – Sergio Henao, Jarlison Pantano, Darwin Atapuma e l’ex golden boy Carlos Betancur. In giro, sparsi per il globo, rimangono le promesse come Daniel Martinez, ventidue anni, settimo all’ultima Volta Catalunya, e le ruote velocissime (che demoliscono lo stereotipo del colombiano grimpeur) di Fernando Gaviria e Alvaro José Hodeg. La frattura di Gaviria alla mano sinistra, durante la Tirreno-Adriatico, ha influito e non poco sull’inerzia di alcune classiche tra marzo e aprile: alla Sanremo vinta da Vincenzo Nibali, per esempio, la Quick Step Floors non si sarebbe spesa per il pur ottimo Elia Viviani col colombiano in gara… Il due volte campione mondiale di omnium, ventiquattro primavere, se colma alcune lacune mentali, a Francoforte, il primo Maggio, al traguardo è scattato verso la deviazione delle auto e delle staffette (sigh), è il più serio candidato al ruolo (oneroso) di anti Sagan. Hodeg, un bambino (classe ’96) col fisico alla Alessandro Petacchi, ha prospettive luccicanti da velocista resistente.

E poi, ammirato al Tour de Romandie (secondo nella Generale e vincitore a Villars), ci sarebbe Egan Bernal: un 1997 col potenziale da dominatore dei Grandi Giri. Il moro di Zipaquira arriva dal rampichino e, tramite l’Androni Sidermec di Gianni Savio, è approdato nella formazione giusta al momento giusto: il Team Sky. Bernal, un puledro di razza, ha negli istinti qualcosa di Alberto Contador; stilisticamente, in salita, ci ricorda Oliverio Rincon, camoscio di un periodo – i Novanta – complicato (nella Colombia delle FARC e dei narcotrafficanti) non solo per quel che avveniva su una bicicletta. Un lustro, forse meno, e Bernal si prenderà il proscenio. Gli altri escarabajos faranno altrettanto. Ci sbilanciamo in una (facile) profezia: nel futuro prossimo, la Colombia diventerà la prima potenza mondiale del ciclismo.

“Si arrende ai suoi capelli spessi / Di Dio ti dice che sta lì a due passi / Ma mentre va indicando l’altopiano / Le labbra fanno il verso dell’aeroplano / Ah Sudamerica..”
(Paolo Conte)

Gli ultimi due capitoli sono stati pubblicati da Il Giornale del Popolo, il 15 maggio 2018, non più in stampa dal 18, per decisione dell’editore.  

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33 commenti

  1. t

    Ritorno graditissimo su questi schermi!

    Mi limito solo a questo, anche perche se mi mettessi a commentare il contenuto dell´articolo dovrei, vista la quantita (ottima e abbondante) di carne al fuoco, dovrei scrivere un papiro

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    1. S

      @tiziamal: danke!

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  2. m

    Molto interessate, come al solito.
    Giro ancora aperto? Davvero?
    Un commento spassionato e qualificato sull’ affaire froome? Per me team Sky davvero troppo potente

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    1. S

      @murillo: grazie.
      Si.
      Domani, después de las cinquo dela tarde, avremo lo scenario della terza settimana.

      Si è già scritto, su queste reti, dell’affaire, e non ho cambiato opinione, sempre che serva averne una.
      Su Brailsford e soci, ti rispondo con le parole di Fabio Bordonali…
      “Io preferisco tenermi Sky e quelli che ci mettono i soldi e buttare l’UCI.”
      Ciao!

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    2. S

      @murillo: visto che è apertissimo?
      E che il Colle delle Finestre sarà l’aleph di tutta la corsa, nel bene e nel male.
      Ciao.

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  3. È molto strano che il ciclismo non si sia ancora affrancato da logiche federali, sia nazionali che sovranazionali, essendo uno dei pochi sport (parlo della strada) a non avere bisogno della vetrina olimpica. Forse l’anarchia organizzativa conviene un po’ a tutti, allargando il bacino di chi può fregiarsi di vittorie di serie B ottenute contro nessuno. È la ragione per cui ciclicamente in seno all’ATP torna d’attualità il tema della regionalizzazione del circuito, in modo da favorire la crescita di personaggi (magari non campioni, ma personaggi) africani e asiatici.

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    1. S

      @Stefano Olivari: si, il retrobottega è quello.

      Le Olimpiadi estive, e continuiamo il parallelo col tennis, sono diventate una vetrina formidabile.
      Anche per il CIO che sa di poter piazzare il sabato, soprattutto in Europa, la gara in linea pro (un Mondiale bis) a mò di lancio televisivo dell’evento.

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  4. t

    @direttore @Simone Basso
    a quando un pezzo sulle F4 di eurolega o sulle finali di conference Nba? 😉

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    1. S

      @the31matrix: no pay, no gain.

      Con la Kerr Band vista stanotte nel terzo quarto, un’altra parata nella Baia mi sembra inevitabile.
      Solo qualcosa di irrazionale, magari incubato da Golden State stessa, può fermarli.

      Ciao!

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      1. t

        eh eh volevo stanare il direttore che ultimamente latita sulla pallalcesto.

        Ciao!

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        1. Non è che sia meno caldo, al di là di NBA, Eurolega e A sto seguendo anche i bellissimi (onestamente più per il pubblico che per il gioco) playoff di A2 adesso alle semifinali, ma per scrivere qualcosa di decente ci vuole tempo… E scrivere qualcosa di originale è quasi impossibile…

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  5. J

    Ciao Simone, sempre un piacere vederti da queste parti!

    Ti vedo un po’ negativo sul livello del ciclismo (prof su strada) italiano. Condivido in parte i tuoi sentimenti, soprattutto considerando l’oggettiva scarsita’ di campioni rispetto a una-due generazioni fa, quando i top riders italiani si contavano sulle dita di… 4 mani almeno. L’assenza di squadre italiane nel World Tour e’ ovviamente un altro sintomo preoccupante. Pero’ alcuni fatti mi fanno pensare che questo pessimismo sia forse un po’ esagerato. Intanto e’ vero che il ciclismo si e’ aperto a un mercato molto piu’ ampio di 20 anni fa, con l’arrivo si realta’ come la Gran Bretagna, la Colombia, l’Australia, il Sudafrica e chi piu’ ne ha piu’ ne metta (ci sono persino ciclisti eritrei di eccellente livello al giorno d’oggi…), il che mi pare molto positivo peraltro. Questo ha causato una diluizione del “parco campioni” italiano, -ma anche francese, spagnolo, tedesco ecc-. In secondo luogo, se si guarda alle classifiche specializzate, l’Italia non sfigura certo. Su CqRanking e Procyclingstats, paragonabili per metodologia di calcolo alla vecchia classifica UCI pre-World Tour/Pro tour, l’Italia e’ nettamente prima in questi mesi.

    Un discorso simile lo farei per il Giro. Appurato che non e’ e non sara’ mai un evento dello stesso calibro del Tour, mi sembra che le critiche alla corsa rosa (per la verita’ non tue ma di altri – tu ti limiti a constatare certi fatti), spesso accusata di provincialita’, siano spesso ingiustificate. La gestione Vegni secondo me ha confermato la rilevanza della corsa e attrae sempre ottimi nomi. A detta di appassionati non italiani (ogni tanto leggo i commenti sull’Equipe e su cyclingnews) e’ piu’ spettacolare e imprevedibile del Tour. E rappresenta un bello spot per l’Italia. Nota a margine – ho sentito parlare Vegni in un’intervista e ho constatato che ha delle serie difficolta’ a mettere insieme un discorso in italiano corretto… Il che mi ha stupito abbastanza perche’ come ho detto mi pare che il Giro sia da lui gestito con estrema professionalita’; e anche se non e’ un superbaraccone mediatico come il Tour, organizzare una corsa come il Giro dev’essere tutto meno che facile…

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    1. S

      @Jack Torrance:hola!
      Concordo: il ciclismo, come ribadito nel pezzo, è ormai globale.
      Se, con la crisi del modello under 23 italiano, abbiamo una serie di prospetti da gare in linea, quelli da Grandi Giri sono quasi assenti.
      Sotto i trent’anni, considerando che un Davide Formolo ha l’età di Simon Yates, al di là di Fabio Aru ci sono (forse) Nicola Conci (un bel prospetto..) e Gianni Moscon (per me, un corridore da Tour).
      Sono pochini, confidando anche nel nostro alleato più prezioso: lo stellone.

      Il Giro è finanziariamente sottovalutato.
      Dovrebbe ricavare almeno 50 milioni all’anno, cioè quasi un terzo del Tour, ma adesso siamo alla metà di quella cifra.
      Il problema, lo ribadisco, è che il circuito vive e muore delle voglie di Commodo ASO.
      L’UCI a guida francese peggiorerà questo squilibrio…

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  6. L

    Ciao Simone, sempre bello leggerti.

    Tutto bene pero’ un altro asmatico fin da bambino io non lo reggo mi spiace

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    1. l

      O te?
      Ti scaldi per i prati londinesi?
      Tutto a posto spero…

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      1. L

        triste per l’avvento prossimo venturo del regno dello Zar Alessandro
        Forte forte, ma di lui mi piace solo l’orologio.

        Abbracci.

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        1. l

          Mah… Forte forte si ma ne verranno di più forti tranquillamente.

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    2. s

      pienamente d’accordo a metà col mister. sempre bello leggere simone. quanto ai dopati è ora di prendere atto che negli sport professionistici forse facciamo prima a dire chi non lo è

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    3. S

      @Lorenzo Zanirato: ciao, gracias!
      Dai che, in altre parrocchie, abbiamo la bocca buona…

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  7. Per quanto riguarda giogo federale e doping, segnalo un caso curioso, non foss’altro che perchè mi ci sono trovato a fianco a chiacchierare sabato ad una garetta tra amici.
    Mi riferisco ad un corridore squalificato assieme al compagno di squadra (e con esso licenziato dalla sua squadra) per un controllo doping a dir poco discutibile. Squalificato immediatamente 4 anni il corridore al momento è solo “sospeso in attesa di giudizio”, in attesa del giudizio sportivo che avrà una prossima puntata a fine mese prossimo al TAS, da quando è stato assolto con formula piena nel processo penale. Procedimento in cui è venuta talmente alla luce la stranezza di quel controllo (a partire da una fantomatica infermiera che avrebbe partecipato alle operazioni e avrebbe dovuto testimoniare in tribunale ma risulta attualmente inidentificabile, irreperibile e latitante…) da convincere la Procura di riferimento ad aprire un procedimento per truffa ai danni del corridore a carico (al momento) di ignoti.
    Polemiche per la sua presenza alla garetta tra amici, moralisti populisti che sputano sul mostro in prima pagina dalle pagine social, manifestazioni di ignoranza sulla distinzione tra ordinamento sportivo civile e penale, canottati & comari che ti spiegano che quello che conta è la squalifica (anche se avvenuta tramite un controllo che un trobunale penale ha decretato truffaldino), e barsport vario da strapaese.
    E mentre questo ciclista è fermo, e fa incazzare le comari che vorrebbero impedirgli anche le sgambate con gli amici, Froome corre il Giro d’Italia.

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    1. S

      @Dane: penso tu stia parlando di due corridori della Bardiani.
      Che all’UCI abbiano paura degli avvocati del Team Sky (il privilegio – dei soldi – sta lì) è acclarato.
      Soprattutto considerando come fu diramata la notizia.
      Il resto fa parte di questo sistema, che è moolto meglio rispetto a quello di vent’anni fa, ma che ha obbligato i corridori a regole castranti (il tutto per provare qualcosa a un pubblico prevenuto e ignorantello).
      Nel caso specifico appunto, ci vorrebbero altre informazioni: perchè qui stiamo paragonando le cure ormonali al Ventolin…
      Ciao.

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      1. Io non paragono sostanze e medicinali (anche perchè sarebbe stupido farlo: il doping non è una lista della spesa, tantomeno con la scappatoia delle sfumature…) ma paragono situazioni e trattamenti.
        Poi più che altro mi riferivo al giogo federale: c’è un tribunale penale che ha decretato che un ciclista è stato incastrato ma al ricorso sportivo in teoria potrebbe ancora essere confermata la squalifica, mentre per altri pare che il primo requisito per diventare un campione professionista sia soffrire di una patologia per cui sl liceo di solito ti esentano da educazione fisica.
        Circuiti privati e fanculo tutti, va’…

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  8. Ciao Simone sempre un piacere leggerti

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    1. S

      @Leonto: ciao, spasiba.
      Attento che i menomati hanno il pollice giù anche per i saluti…

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  9. G

    Io comunque l’avevo detto che gli mancava la terza settimana…

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  10. G

    Froome ha seguito I consigli del dottore, che gli ha detto che per l’asma fa molto bene andare in montagna ad alta quota…

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    1. l

      Così imparano a invitarlo

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  11. r

    crisi asmatica feroce oggi si vede…

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  12. l

    Bruttissimo per il ciclismo. Ancora una volta il personaggio più discutibile (tra i presenti) vince nel modo più discutibile.

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    1. f

      Leo ti seguo… E aggiungo. L’impressione è che il ciclismo si sia fermato a metà strada: nel momento in cui decidi (se lo hai deciso veramente) di fare una guerra senza quartiere al doping non ti puoi permettere situazioni ambigue come quella di Froome. Ho sempre “difeso” il ciclismo dalle battutine ebeti di chi vorrebbe farlo passare come l’unico sport in cui il doping è pratica comune, però ammetto che vedere Froome ieri compiere quell’impresa straordinaria mi ha onestamente messo a disagio…

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  13. t

    Leggendario come Landis a Morzine?

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  14. m

    Piano un attimo.
    L’ impresa di froome ieri è incredibile perché ha fatto una cosa che lui è la Sky non hanno mai fatto, ragionando sempre come dei robot.
    Ma è un azione assolutamente nelle sue corde e capacità. Se non sbaglio (ho visto replica stanotte prima della partita dei cavs, per cui può essere che io sbagli) nell ultima salita ha guadagnato pochi secondi e dietro non c era accordo, anzi .
    Al netto del fatto che a me non piace perché non sa andare in bici e della questione doping.
    Froome ha fatto nella sua carriera prestazioni ben al di là di quella di ieri (tenete conto che sono tutti cotti, come visto oggi)

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  15. t

    Epilogo con figura di palta

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