Politicamente corretto, non c’è più la Svezia di una volta

La definizione odierna di politicamente corretto è molto vaga ed è adattabile contro il nemico politico di turno. Di certo ha ormai un’accezione negativa, nel senso di ‘troppo’ politicamente corretto, contrariamente a quanto accadeva alla fine degli anni Ottanta quando intellettuali statunitensi di area liberal introdussero il concetto per sintetizzare linguaggio e atteggiamenti riguardanti determinati gruppi o minoranze. Buone intenzioni, ma situazione presto scappata di mano non solo nella Ivy League, perché i gruppi sono diventati così tanti, agguerriti, trasversali e spesso in contraddizione strutturale tra di loro che in gran parte del mondo occidentale è impossibile dire o scrivere realmente ciò che si pensa, pur rispettando la legge del proprio paese. Una situazione che alla gente reale importa pochissimo: continua a parlare come negli anni Cinquanta e solo in occasioni pubbliche si modera. Poi quasi nessuno fra chi dice ‘ciechi’, ‘handicappati’, ‘negri’ e ‘bidelli’ ce l’ha con non vedenti, disabili, persone di colore e collaboratori scolastici, ma sarebbe stupido negare che la forma sia in parte anche sostanza e che molti termini nascondano una componente di disprezzo, fra lo storico e lo psicologico.

Il tema è sempre stato molto sentito a livello accademico e giornalistico, perché qui il politicamente corretto crea e distrugge carriere sulla base a volte anche solo di un sospetto, di una maldicenza, di scarso entusiasmo nei confronti di una presunta linea giusta. In ‘Politicamente corretto – Il conformismo morale come regime’ (editore Meltemi, 345 pagine), Jonathan Friedman analizza con originalità una situazione che da un lato limita volgarità e disprezzo manifesto ma dall’altro distrugge la libertà di pensiero, prima ancora che di linguaggio. L’originalità intanto nasce dal fatto che Friedman è un antropologo americano di formazione marxista, che per molti anni ha insegnato in Svezia (è sposato con una collega svedese, Kajsa Ekholm), all’università di Lund, e che adesso lavora a Parigi. Insomma, per noi del bar Friedman è proprio uno delle élite, l’antipatico americano che snobba gli Stati Uniti ammiratori di Tom Brady e si trova a suo agio nella socialdemocrazia europea del welfare e dei cinema d’essai. Proprio da qui parte la sua analisi, in gran parte centrata sulla Svezia vista come laboratorio del politicamente corretto in chiave europea.

Il libro è stato nella sua prima stesura scritto negli anni Novanta e solo di recente è stato (anche per l’edizione italiana) rimaneggiato, per questo la maggior parte delle contrapposizioni è di tipo culturale e non riguarda la ‘gente’ tipo programmi di Del Debbio-Paragone contro le élite alla Rampini-Lerner (per sintetizzare). Ma proprio il fatto che molte di queste polemiche accademiche siano ambientate nella Svezia degli anni Novanta, quella in cui è cresciuto Ibrahimovic, fa riflettere sul fatto che Friedman identifichi nell’immigrazione il nervo scoperto di simpatizzanti e antipatizzanti del politicamente scorretto. Un’immigrazione ancora numericamente non rilevante, economicamente gestibile (grazie al welfare svedese pagato con una tassazione assurda), quindi analizzabile in senso ideologico senza che il benessere di alcuno venisse messo in pericolo. Si parla degli anni Novanta, ribadiamo.

Friedman teorizza e cerca di dimostrare che élite si sono staccate dal popolo di cui dovrebbero essere, appunto, le élite e la classe dirigente, non virando a destra o andando ancora più a sinistra dal punto di vista sociale, ma scegliendosi semplicemente altri popoli. Che non conoscono, ma che proprio per questo sono più affascinanti e puri, come popoli, rispetto al proprio che ormai ha aspirazioni borghesi. L’immigrato non è certo l’unica icona del politicamente corretto, ma è quella che più di altre rende il suo castello abbastanza fragile, perché la sua tutela acritica configge con quella di altri gruppi inizialmente beneficiari del politicamente corretto: le donne, gli omosessuali, gli ebrei, eccetera. Friedman non è un complottista, nella sua visione il politicamente corretto non è gestito da un grande vecchio alla Soros che tira i fili per riempire la Svezia di africani ma una corrente di pensiero accademica che ostracizza il pensiero libero. Accusando i ‘cattivi’ non con accuse razionali (“Tu sei razzista perché dici che l’università dovrebbe assumere solo bianchi”) ma con il pensiero associativo (“Hai assunto un assistente bianco e quindi sei razzista”). Mettete tutto questo nel micromondo dell’antropologia, studio di differenze spesso incompatibili, ed avrete professori trasformati in ultras.

In definitiva un libro interessante, preveggente (nemmeno tanto, Blair non aveva ingannato nessuno) nell’analizzare la saldatura fra socialdemocrazia e neoliberismo, con il popolo spaventato che scappa a destra, ma che usa categorie sempre meno importanti nel mondo di oggi e che fanno pensare a certi dibattiti sulla natura dei Cinquestelle o sulla corsa a dare una cornice politica a fenomeni di natura diversa come Trump e Macron. La politica con l’intermediazione ridotta al minimo fa strani scherzi ed il primo è che non esiste più un linguaggio giusto, ma soltanto un linguaggio che ottenga i numeri giusti sulla bocca delle persone giuste. In realtà il libro non è nemmeno contro il politicamente corretto, ma contro il multiculturalismo: che può funzionare solo con uno stato onnipresente che si prende cura di te dalla culla alla tomba, come era ed in parte ancora è la Svezia, o con un sistema di ghetti più o meno delimitati da confini fisici, vista l’incompatibilità strutturale fra culture. Il messaggio di Friedman, traducendo da un linguaggio in certi capitoli davvero ostico come sanno esserlo certi testi universitari che odiano la sintesi, è rivolto quindi a un’area che potremmo definire di centro-sinistra: invece di accapigliarsi su questioni lessicali, pur importanti, riflettete sul fatto che la giustizia sociale non è affatto un tema superato ma nel breve periodo (non fra 300 anni o nel regno dei cieli) è possibile soltanto all’interno di comunità coese.

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3 commenti

  1. r

    tra l’altro negli ultimi tempi ho letto da più parti che proprio il modello svedese, in tema di immigrazione e coesione tra culture diverse, avrebbe completamente fallito e la situazione sarebbe ormai sfuggita di mano (soprattutto rispetto alla comunica islamica)…ci sarebbero intere zone dove nemmeno la polizia entra ed i Governi starebbero facendo marcia indietro su molti principi che erano dati per assodati.
    Non so se tiziamal o altri possono confermare o smentire

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  2. t

    Ricca

    Argomenti complessi a che necessitano risposte articolate e non banali per le quali dovrei andare di papiro
    Evito di farlo suggerendo pero 2 cose
    1) saltare a pie pari almeno l 80% di articoli/letture che arrivano sulla svezia da fonte italiana in quanto chi scrive o a) é un saverio romano che dipinge la svezia come il regno delle fate petalose o b) é un incrocio tra borghezio e adinolfi per cui il minimo problema relativo ad multiculturalita e laicismo viene ingigantito all estremo
    2)se si parla di stoccolma e si vuol generalizzare quello che accade li al resto del paese, smettere pure di leggere. Stoccolma é, per molti versi, una realta completamente a parte
    Un dato:
    La svezia ha meno di 10 milioni di abitanti divisi in 290 comuni
    Il comune (ps; in svezia non esistono le province, quindi si va da regione a comune) di stoccolma da solo conta un milone di abitanti, che con i comuni dell hinterland arrivano a 1,5 milioni, e se si conta la regione di stoccolma (regione di dimensioni medio-basse) si superano ampiamente i 2 milioni

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  3. B

    nel 1990 durante l’Interrail facemmo tappa a Copenhagen e li incontrammo delle ragazze che si dicevano terrorizzate dal bande di pakistani che le molestavano in pieno centro e che c’erano intere zone della città inaccessibili ai danesi stessi.
    non faccio l’equazione Danimarca=Svezia ma sono anche passati 28 anni e mi chiedo come la situazione possa essere peggiorata ancora di più.

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