La scoperta di Houseman

L’amichevole con l’Argentina B ha certificato che la Nazionale italiana è a un livello così basso da far rimpiangere certe prestazioni del passato, nella memoria storica archiviate come fallimenti ma che fuori tempo massimo si dovrebbero mettere nella giusta prospettiva. È il caso del Mondiale 1974, forse il più importante nella storia del calcio e di sicuro il primo del calcio moderno a livello tattico, fisico, organizzativo. Il pretesto per parlarne è come al solito un decesso, nell’occasione quello di René Houseman: la geniale ala lanciata da Menotti nell’Huracan fu l’autore del gol nella partita contro gli azzurri al Neckarstadion di Stoccarda e in generale disputò un eccellente Mondiale, risultando il migliore dell’Albiceleste messa insieme da Vladislao Cap, che come tutti i selezionatori argentini da Stabile in poi era percepito come provvisorio (anche perché lo era).

L’Italia arrivava dal faticoso 3-1 ad Haiti, l’Argentina dalla sconfitta 3-2 contro la Polonia (che avrebbe potuto vincere 7-2) che di quel Mondiale era la sorpresa annunciata, visto che nelle qualificazioni aveva buttato fuori l’ultima pallida Inghilterra di Ramsey. La vigilia azzurra fu dominata dal caso Chinaglia, che dopo la sostituzione e il ‘vaffa’ a Valcareggi durante la partita d’esordio aveva rincarato la dose tirando bottiglie contro i muri dello spogliatoio e gettando via, nel primo allenamento successivo alla partita, la pettorina che il conciliante e troppo buono c.t. gli aveva consegnato in segno di disgelo. L’intervento in extremis di Maestrelli, fatto arrivare apposta dall’Italia, calmò Chinaglia ma ormai schierarlo era diventato impossibile perché i compagni lo detestavano: per il bene del mitico ‘gruppo’ meglio Anastasi, già in declino anche se ancora giovane. Contro gli argentini Valcareggi mise quindi in campo da centrocampo in su una squadra abbastanza leggera, a parte un logoro Riva e un Romeo Benetti in forma ma che doveva recuperare palloni anche per conto di Mazzola, Rivera e Capello.

La partita fu ben giocata dall’Argentina, con un autorevolissimo Heredia (fresco della finale di Coppa Campioni giocata con l’Atletico Madrid) a impostare il gioco dalla difesa e un Houseman letteralmente scatenato. Nonostante per i nostri canoni odierni Houseman fosse un’ala, in quella partita giocò di fatto a centrocampo e fu infatti marcato, malissimo ma senza colpe, da un Capello che era un regista e non poteva avere il passo per tenerlo. Spinosi, Facchetti e Morini fecero discretamente la loro parte rispettivamente contro un giovane Kempes, Ayala e Yazalde (in quella stagione miglior cannoniere d’Europa, con 46 gol nello Sporting Lisbona), a far saltare tutto fu proprio Houseman. Oggi si direbbe ‘bravo a creare la superiorità numerica’, ieri che si presentava sempre solo davanti alla difesa azzurra costringendo Burgnich, che in quel Mondiale faceva il libero e non il marcatore, ad affannosi recuperi. E al 19’ fu proprio Houseman a sbloccare la partita, grazie ad un bellissimo passaggio filtrante di Babington, l’uomo di Benetti: il giocatore del’Huracan sfuggì a Capello e fu bravo ad anticipare Burgnich, battendo Zoff con un sinistro preciso a mezza altezza.

C’erano tutte le premesse per sbracare ma quell’Italia un po’ vecchia e un po’ sbagliata non lo fece. Merito anche di chi era molto sotto i propri standard, come Rivera, che sputò sangue (abbiamo sempre considerato ‘Azzurro tenebra’ un libro ingiusto, cosa si dovrebbe scrivere allora della nazionale di Ventura?), ma anche di Valcareggi che fu pronto nel correggersi, mettendo Benetti su Houseman: l’argentino continuò a giocare bene, ma iniziò a prendere legnate che anche da teleschermi ben lontani dall’HD, il nostro eccellente Brionvega con cinque canali, si vedevano nitidamente. L’ammonizione che prese Benetti equivale a due espulsioni del 2018… Comunque dopo il pareggio fortunato, per un’autorete di Perfumo al 35’ per così dire ispirata da un tocco di petto di Benetti (che già contro Haiti aveva propiziato la deviazione di Auguste nella propria porta), l’Italia tenne duro e pur correndo tanti pericoli rischiò addirittura di vincere nel finale, con un tocco di Mazzola finito fuori di poco.

Quanto ad Houseman, sfiorò il 2-1 e tutti pensarono che quel ventunenne minuto e capellone con i calzettoni abbassati sarebbe diventato una stella assoluta. In quel Mondiale continuò a fare bene, anche nel girone di semifinale, quando l’Argentina fu stritolata dall’Olanda di Cruijff ma se la giocò con il Brasile. Poi però la sua ascesa rallentò, a causa di problemi che non si riducevano solo all’alcol, come nel dopo-calcio sarebbe diventato drammaticamente più chiaro: Houseman era troppo da barrio, come frequentazioni e ragionamenti (imbarazzanti certe interviste recenti), purtroppo l’elemosina che si sarebbe ritrovato a chiedere per la strada è stata solo una conseguenza. Non che gli altri campioni argentini avessero o abbiano studiato a Cambridge, ma Houseman era davvero oltre, al punto di essere un bersaglio fisso di quegli sfottò non sempre simpatici che si ascoltano in tutti gli spogliatoi. Come spesso avviene, a parità di umili origini il delinquente (e Houseman non lo era) sopravvive meglio di quello semplicemente fuori dagli schemi, chiuso nel proprio mondo. Così a detta di chi lo ha conosciuto, pur facendo la tara ai coccodrilli, era Houseman: che oltretutto dal calcio ha ricavato relativamente pochi soldi, senza quindi nemmeno doversi impegnare per dilapidarli. Menotti, suo massimo estimatore, nel 1978 gli preferì Ortiz e lo utilizzò quasi soltanto da riserva, da buttare in campo a partita in corso per far saltare gli schemi: fu così anche nella partita contro l’Italia e nella finale con l’Olanda. A 25 anni il declino, il ragazzo imprendibile da noi scoperto quattro anni prima non c’era già più.

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3 commenti

  1. m

    Bellissimo ricordo e che gran mondiale. Unica imprecisione a mio parere il declino di Anastasi che meritò assolutamente di essere convocato. Veniva, vado a memoria, da un’annata ricca di gol. Più o meno quelli di Chinaglia (tolti i rigori).

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  2. E

    Completamente d’accordo nel definire il mondiale 1974 come il più importante della storia del calcio, un vero spartiacque come, per altri versi, lo furono le Olimpiadi di due anni prima. Tornando poi a quell’Italia, giustamente il Direttore fa notare l’età media piuttosto alta, sia in difesa che a centrocampo e in avanti, con, vado a occhio, nessun giovane in nessun settore. Voglio dire, erano proprio tutti più o meno trentenni, non è che c’erano vecchi e giovani come nel caso di Zoff e Bergomi 1982. E contemporaneamente in campo Mazzola, Capello, Anastasi, Rivera e Riva. A ripensarci, una bella sfortuna essere capitati in quel girone e a giocare la prima con Haiti. Quella era proprio una bella generazione di campioni che, giustamente, Bernardini ringraziò, salutò e lasciò a casa alla prima partita successiva al Mondiale. Proprio come Di Biagio dopo Italia Svezia.

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  3. E

    Bellissimo pezzo perchè, involontariamente, cita un’immagine che in Argentina è pari al tedesco con sandali e calzini o all’inglese con ombrello e bombetta, come valore iconografico: il calciatore argentino genio e sregolatezza con capelli lunghi e calzettoni abbassati. L’immagine si sarebbe poi completata con le casacche in cotone mako aderente con maniche lunghe (il Mondiale d’inverno…) del 78, sfiga volle che Houseman fu al picco nel Mondiale sbagliato. Ci fosse stato un Jojo Cutuño a cantare un’ipotetica “Dejateme cantar, yo soy argentino”, sarebbe sicuramente entrato nella canzone.
    Fuori dal campo fu il vero erede d’El Charro Moreno, non tanto come abitudini (in quel senso di eredi d’El Charro ce ne sarebbero mille…) quanto per lo spirito individualista che lo pervadeva e che lo portava ad ignorare i giudizi altrui, destino comune ma perosnalità opposta a quella di Garrincha.
    Uno che per descriverlo senza sfociare nel politicamente scorretto ti costringerebbe a leggere i numeri di wikipedia e basta.
    La dipartita anticipata è la giusta chiosa alla storia.

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